“Le sette dinastie” di Matteo Strukul (Newton Compton Editori)

Recensione di Raffaella Tamba

L’idea di poter raccontare Milano, Venezia, Roma, Firenze, Ferrara e Napoli attraverso le proprie famiglie era un progetto terrificante e magnifico insieme (…)Come affrontare una sfida simile? Come avere chiaro il susseguirsi degli eventi? Come catturare lo spirito di quell’epoca splendida e terribile?

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Matteo Strukul, già celebre per la sua tetralogia sui Medici, il cui primo volume, Una dinastia al potere, gli valse, nel 2017, il Premio Bancarella, con questo poderoso romanzo racconta le sei città che hanno tenuto le redini della storia italiana nel XV secolo, lasciando traspirare pagina dopo pagina quella terrificante grandiosità che lo suggestionava e stimolava. Ma ‘raccontare’ non è la parola giusta. Matteo Strukul ha vivificato quel secolo, l’ha rianimato, acceso, musicato con un registro narrativo di impressionante incisività. Ha portato il passato nel presente, realizzando un thriller ardente con la materia che le sette dinastie cinquecentesche e l’ambientazione complessa di quel periodo gli mettevano a disposizione come intreccio esemplare per un thriller storico.

Mirabilmente, ci si trova ad attraversare i vari quadri scenografici con estrema facilità, entrando in sintonia con il pensiero politico dei protagonisti, ciascuno dei quali viene scolpito dall’autore con una plasticità totale, fisica, psicologica, emotiva, e ci si dimentica, davvero, del tempo che ci separa da loro: palpitano di realtà ed attualità conquistando il lettore che, pagina dopo pagina, percorre, con piena consapevolezza degli eventi, gli anni tumultuosi e affascinanti che vanno dal 1418 al 1476.

Milano: il 1418 è l’anno in cui il giovane Filippo Maria Visconti si libera della moglie impostagli dal padre, perché risoluto a sposare l’unica che ritenga degna di sé, Agnese Del Maino. E con lei al fianco intraprende un progressivo potenziamento del ducato dominando il Nord Italia pur nell’inesauribile rivalità con Venezia.

Venezia è il centro di un potentato oligarchico che scalpita per superare Milano ed estendere il dominio in terraferma oltre che sui mari.

Napoli è sotto assedio da parte degli Aragonesi il cui sovrano, Alfonso, riesce alla fine ad espugnarla, ma saprà andare oltre la conquista, ascoltando la propria natura pacifica e razionale: “Non sarà con il denaro che conquisterete i napoletani” gli era stato detto “Dovrete, invece, comprenderne la mente e ascoltarne il cuore per poter rispondere a quanto vi chiederanno. Quello che davvero serve, ve lo dico ora cosicché valga per sempre, è la pace, l’armonia, la quiete dopo un tormento tanto lungo (…) El rey annuì. Aveva così tanta voglia di vivere. Nessuna guerra, nessuna battaglia, nessun rancore. Solo il sole, il sorriso e l’acqua cristallina del golfo

Firenze sta godendo la splendida reggenza economica e culturale, prima ancora che politica, di Cosimo de’ Medici, straordinario mecenate, colto, onesto, avveduto, disposto ad accettare l’esilio utilizzando la pazienza come arma discreta e sicura che infatti lo riporterà, da trionfatore incontrastato, nella sua città.

Roma, la città sulla quale imperava “la gran massa scura del Colosseo che pareva respirare nella notte, quasi fosse una gigantesca creatura mitologica, in attesa di risvegliarsi e di devastare la città”, è la sofferta preda delle accese voglie di potere e ricchezza di alcune famiglie, come i Colonna, che goduti privilegi in grazia di un diffuso e non sufficientemente contrastato nepotismo con il loro papa Martino V, non si rassegnano al cambio del testimone sul soglio pontificio e tramano per riconquistare il potere.

Meno prepotente nel suo protagonismo, almeno in questo secolo, Ferrara sfrutta più l’arma delle alleanze politiche tramite matrimoni mirati e si pone come giocatore in seconda linea ma non meno importante nel far oscillare l’ago della bilancia del potere fra Milano a Venezia.

Se certe unioni erano frutto esclusivo di ragionamenti politici e compromessi diplomatici, talvolta finivano per funzionare al di là delle aspettative. Nell’intensa visione di Strukul, tale è il matrimonio fra Bianca Maria Visconti e Francesco Sforza preparato da Filippo Maria Visconti: “Che dire del papa? Anche in quel caso, Venezia era riuscita a imporre un proprio uomo e dunque lo Stato della Chiesa le era improvvisamente diventato nemico, a dimostrazione che perfino a Roma, nella Città Eterna, il potere era qualcosa di ondivago, incerto, pericoloso. Sapeva che non sarebbe vissuto per sempre. E quel fidanzamento garantiva la sua successione. Aveva deciso di scommettere su Francesco Sforza”. Scommessa vinta, perché quel matrimonio si rivelerà solido al di là di ogni tempesta di gelosia e interesse politico.

C’è uno sguardo dall’alto su questo secolo complesso e tormentato, quello di chi vede la minaccia di contrasti politici che dividono indebolendo. Ben lo comprende il papa Callisto III, consapevole del ruolo che è chiamato svolgere: “So perfettamente che anche nel conclave sono stato scelto per essere la perfetta via di mezzo fra i Colonna e Basilio Bessarione, che non poteva essere eletto perché greco. Ero la soluzione perfetta ai problemi di tutti e ho cercato proprio per questo di mantenere una sobrietà e un equilibrio che pochi altri miei predecessori hanno avuto”. E porta avanti quella sua missione di conciliazione, richiamando i capi delle varie dinastie al loro dovere morale di andare oltre quei singoli e puerili antagonismi, sforzarsi di ragionare su compromessi e rispetto reciproco, e guardare a qualcuno e qualcosa che arriva da più lontano. È la minaccia ottomana. Il regno turco ha preso Costantinopoli e si rivolge all’Europa. Se gli Ungheresi stessi si rivolgono al papa per chiedere un aiuto contro l’ombra di un’invasione che potrebbe diventare una conquista religiosa e culturale oltrechè politica, perché mai le città italiane per prime non dovrebbero sentire questo impulso al rigetto delle tradizionali inimicizie, in nome di un obiettivo comune?

Tradimenti, cospirazioni, vendette mescolano ragioni di stato con spinte emozionali private.

Si citano spesso libri, nei quali le donne sono grandi protagoniste. Ebbene, questo è sicuramente uno di quelli nei quali le donne emergono con più splendore e dignità. Sono donne coraggiose, determinate e indomite che hanno conquistato uomini potenti ed ambiziosi, riuscendo a tirare fuori il meglio di loro. Agnese Del Maino accanto a Filippo Maria Visconti; Bianca Maria accanto a Francesco Sforza; Polissena accanto a Nicolò Barbo e ai familiari che saprà far arrivare al soglio pontificio. Tre donne bellissime, inarrestabili, fiere, coerenti: coerenti a se stesse e alla causa di compagne dei loro uomini; tre donne consapevoli del fascino travolgente che suscitano nei loro uomini e che ripagano con una fedeltà sincera ma non sottomessa. Sanno mantenere un’autorevolezza fondata su un amore che offrono prima di pretendere e che alimentano di intelligenza e fierezza.

Un fluido fatale scorre di generazione in generazione nelle varie dinastie. Da Filippo Maria, ardente, folle, costretto a lottare per tutta la vita non solo contro nemici concreti esterni, ma anche e prima di tutto contro la propria stessa natura menomata, a Francesco Sforza, suo figlio e sua antitesi, bello, razionale, obiettivo, al nipote degenere, Galeazzo Maria, incapace di recuperare i pregi del padre e del nonno, ribelle forse perché troppo gravato dal solito fardello di aspettative. O come una dinastia non meno fatale e non meno radicata, quella papale, portatrice di una grande missione, reggere un mondo che si sta sgretolando in rancori e vuote lotte per la supremazia, una missione quasi disperata, nella quale solo con grande onestà e fiducia, si può pensare di riuscire. E, soprattutto, emblematica dello spirito rinascimentale, la consegna culturale da Cosimo a Piero ed a Lorenzo, il passaggio di un’etica a fondamento di un potere, una cultura aulica, amante del bello e del sacro. Indimenticabile il testamento verbale di Cosimo al figlio Piero:

Non siate avido e ricordate che il gioco della politica è fondamentale per avere in pugno la Repubblica, tuttavia è con la cultura e la bellezza che potrete e dovrete sedurre Firenze. Non pensate nemmeno per un istante di vincerla o, peggio ancora, dominarla (…). Continuate nel solco che abbiamo tracciato, ricordate di accogliere nella nostra dimora tutti coloro che si trovano nel momento del bisogno. Solo così potrete garantirvi quel consenso che si rivelerà fondamentale per voi e per i vostri figli e i loro figli e le generazioni che verranno. Incentivate l’arte. Circondatevi di pittori, di scultori, letterati, filosofi, teologi, poeti: solo loro potranno darvi una visione diversa, molteplice, composita, capace di cogliere ciò che ai più risulta invisibile. Di quegli occhi avrete un disperato bisogno nel sentiero oscuro della vita, di quelle mani, di quelle voci: saranno loro l’esercito silenzioso che vi condurrà a vincere le battaglie che Firenze vi proporrà giorno dopo giorno. Accoglieteli nella vostra casa, date loro protezione, denaro e occasioni, poiché più di tutto gli artisti bramano proprio questo, l’occasione, e di quella fanno tesoro, trasformandola in qualcosa di irripetibile, di talmente prezioso da costruirvi un impero. Guardate cos’ha fatto Filippo Brunelleschi con la cupola di Santa Maria del Fiore o Donatello con il suo David, o Paolo Uccello con la Battaglia di San Romano”.

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