Grandangolo: “LA SOLITUDINE DEGLI AMANTI” di FABIO MAZZEO (CAIRO)

Risultati immagini per "LA SOLITUDINE DEGLI AMANTI" di FABIO MAZZEORecensione di Marco Valenti

A Roma c’è un incubo serial killer. Anche in Italia capita di sentirsi come in una serie TV statunitense. Quelle che da loro vanno via cavo e che noi adoriamo guardare in streaming online. In modo più o meno legale. Ma questo è un dettaglio secondario che è bene non approfondire ulteriormente, potrebbe portarci in territori molto poco vicini alla “legalità”. Quindi torniamo al libro e dimentichiamoci quello che ho scritto.

A Roma c’è qualcuno che prende di mira le donne. Gli eventi raccontano di morti “bizzarre”, in luoghi desueti. Situazioni che non possono non richiamare il caso di un femminicidio irrisolto risalente ad un anno e mezzo prima. Il caso si presenta non privo di difficoltà, dal momento che le vittime, appartenenti alle classi sociali più agiate, paiono non avere legami di alcun tipo tra loro. A completare il tutto, sul luogo del ritrovamento compare puntuale un biglietto di carta su cui sono trascritte alcune parti del testo di “L’amante” di Ivano Fossati.

Ad investigare sarà una coppia tanto eterogenea quanto affascinante. Un ispettore, Giannini, in cerca di riabilitazione professionale dopo aver visto compromessa la propria carriera in seguito ad alcune calunnie infamanti, ed un magistrato, la dottoressa Cannata, donna determinatissima che antepone la verità a qualunque altra cosa, compresa la propria vita privata.

I due non potrebbero essere più diversi tra loro. Ma solo in apparenza. Sono in realtà complemtari e legati da quell’insoddisfazione malinconica che deriva dalla solitudine. Soprattutto sentimentale. Quella stessa solitudine che troviamo anche nelle vite delle donne che saranno oggetto delle morbose attenzioni del killer. Una solitudine che non può che essere figlia dei nostri giorni e delle nostre fragili esistenze, edificate in nome della menzogna e dell’apparenza. Soprattutto in città come Roma, in cui è necessario ostentare una sicurezza socioeconomica che permetta la frequentazioni degli ambienti che contano.

Giannini non è in grado di lasciarsi alle spalle la perdita della moglie ed annega i propri fantasmi in un mare dove il dolore si mescola con la musica sua attuale compagna di vita nel silenzio della propria casa. La Cannata invece, in apparenza felicemente accompagnata ad un uomo con cui però non condivide la propria abitazione, lenisce con il lavoro la ricerca di un amore che non è ancora arrivato a gonfiarle il cuore.

Ma la solitudine più grande è quella delle strade di Roma, che nelle notti silenziose in cui la moto di Giannini scivola lentamente sul selciato millenario, osserva silenziosa il passaggio dell’ispettore. Una Roma che pare quella raccontata nella “Grande Bellezza” di Sorrentino e che ostenta i propri monumenti fiera e consapevole dell’eternità dei propri edifici. Passano gli anni, ma Roma non perde il proprio seducente fascino. Resiste impassibile all’assalto dei turisti per poi trovare la meritata pace al calar della sera, quando le orde di gitanti abbandonano le strade. Roma è complice degli amanti solitari e gioca coi sentimenti di chi non riesce a dimenticare un passato ingombrante e di chi non vede un futuro nelle sue notti solitarie. Roma. Basterebbe solo il nome per dire tutto. Per lo meno un tempo era così. Un tempo che forse è troppo lontano, come i nostri ricordi. Un tempo in cui la città tentatrice pareva davvero eterna.

Oggi, che cosa è la solitudine? Me lo sono chiesto e me lo sto ancora chiedendo dopo aver chiuso il volume di Mazzeo. L’autore non lo dice. Si limita solo a dare la propria definizione di amore identificandolo come “un luogo dove c’è troppo dolore e dove non voglio più tornare”. Vale a dire un buon punto di partenza per indagare i nostri sentimenti più intimi.

Detto della solitudine, l’altro elemento su cui si poggia il romanzo è la musica. La presenza di Ivano Fossati e della sua canzone d’autore è costante per tutto il romanzo. Segno di come lo scandire del tempo possa tranquillamente essere associato alla musica, a patto che sia rigorosamente in vinile ed ascoltata nello stereo. Ci sono alcuni dettagli che mi fanno sentire meno solo nel momento in cui catalogo e dispongo i miei dischi, per poi ricominciare subito dopo cercando una nuova archiviazione altrettanto ossesivo compulsiva. Non ho potuto non amare l’uomo della Cannata che come il sottoscritto flirta con il feticismo, dividendo i vinili in rigoroso ordine alfabetico prima e poi per anno di uscita.

Parlare di musica, e contemporaneamente di solitudine, è un qualcosa che per me stride in modo impressionante. Ma non voglio che pensiate che questa sia una critica al libro. È un ragionamento del tutto personale da parte di uno che resta convinto che la musica non possa [e non debba] abbandonare il proprio ruolo di collante “sociale”. La musica è stimolo, coinvolgimento e trasporto. Ridursi ad ascoltarla nelle cuffie dei nostri ipod/ipad/iphone è il torto più grande che possiamo fare a lei e a noi stessi.

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