“La nota imperfetta” di Annalisa Frontalini (Infinito Edizioni)

Recensione di Raffaella Tamba

Spesso poesia e musica vengono accomunate, come forme diverse ma equipotenti nell’espressione dei sentimenti più intimi.

Annalisa Frontalini, marchigiana, laureata in Scienze Politiche, direttrice artistica della rassegna letteraria e musicale In Art, sceglie proprio il richiamo alla musica per questa sua raccolta di versi: la nota imperfetta. Come aggettivo di nota ci aspetteremmo “dissonante”, invece lei sceglie il termine “imperfetto” che non esprime la stessa sgradevolezza dell’altro. Anzi, sembra quasi un ripiego umile e avvolgente. Una nota imperfetta suona come qualcosa di profondamente umano, un pensiero tollerante, una propensione all’umiltà e all’accettazione.

Così, in silenzio

Dai nostri occhi migrano dolori passati

Mentre le nostre mani dipingono gioie future

Senza stare a pensare che per sempre non esiste.

La nota imperfetta è anche quella che secondo le regole dell’armonia si aggiunge alle triadi perfette: una quarta nota che dà un tocco divergente: languore, , tristezza, rabbia nostalgia, amarezza. Sono le sfumature emozionali normalmente considerate negative che l’autrice impreziosisce con un valore formativo.

Ad esempio, la solitudine:

Quando l’assenza muta in mancanza

Il tormento del vuoto lascia il posto allo strazio del nulla,

(…) Acuto il dolore che non se neva.

Ma è lì che ti ritrovo

E di nuovo mi innamoro.

 

O la paura:

A volte, quando ho paura,

gioco a nascondino

sono così brava a nascondermi

che a stento riesco a ritrovarmi.

Teniamoci stretta la paura

(…)

teniamoci stretto il disagio

di questa andata per mano

chè non sappiamo se il ritorno ci vedrà

insieme o separati

 

Teniamoci stretti

Dentro questo mondo scompaginato

E arriviamo dove l’incertezza

Muta in conoscenza

I versi di Annalisa Frontalini sono, alla mia percezione (ma sappiamo che la poesia è tra le forme d’arte una delle più soggettive, per cui invito i lettori a proporre la propria) un sorriso indulgente alla propria imperfezione, ai propri bisogni, alle proprie paure, al proprio cedimento alla delusione. Un sorriso indulgente significa accettazione, approvazione di sè e degli altri nei reciproci difetti e mancanze.

Per questo, quando cerca un approccio razionale alle cose, non lo vuole del tutto asettico, perché una lucidità senza perturbazioni le sembrerebbe estranea:

Chissà dove si compra l’equilibrio

– al negozietto all’angolo, quello raffinato – mi hanno detto

non è lontano, pensandoci però

non lo vorrei nuovo di zecca

lo vorrei già collaudato

pazienza se durerà un po’ meno,

(…)

non correrò rischi, chi prima di me ne andava fiero

di sicuro lo avrà già sperimentato

Ma se quell’equilibrio s’infrange di nuovo, non rinnegherà ciò che di buono verrà dalle nuove spinte della vita; la sentiamo dire, ridendo,

tutto è fuori controllo

e sono felice.

Pur non avendo nulla contro le poesie “titolate”, anzi riconoscendo spesso un valore intrinseco al titolo come ouverture della poesia stessa, ho apprezzato particolarmente queste senza alcuna intitolazione. Le poesie di Annalisa non si annunciano: con modesta semplicità si affacciano a fondo pagina, lasciando anzi lo spazio maggiore al bianco o ad una fotografia. Si profilano come un sussurro per chi le vuole ascoltare.

E la prima a rispondere a quel richiamo, con la stessa modestia e semplicità, è la figura paterna:

Si ricomincia così

Dopo un pianto lungo

Che a frenarlo c’è solo il bacio di mio padre

A ricordarmi che l’amore è semplice.

E quell’amore semplice e penetrante è consolatorio.

Risplendo

e a malapena me ne accorgo

il viso stinto si colora

il senso di stupore

mi ha salvata.

L’eco che rimane al lettore da questi splendidi versi è quello di una melodia perfetta,

che sempre seduce perfetta com’è

un amalgama di echi note imperfette.

 

 

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