“ExtraVergine” di Chiara Moscardelli (Solferino)

Prequel della serie televisiva Extra Vergine dal 9 ottobre in onda per FoxLife, questa brillante commedia romantica ha la rara capacità di volere, e riuscirci benissimo, scherzare su se stessa. Chiara Moscardelli, nata e laureatasi a Roma, poi trasferitasi a Milano per lavoro, già scrittrice affermata nel genere della commedia rosa, inventa un personaggio davvero originale, Dafne Amoroso, una “quasi trentenne, vergine, anzi extra vergine“, come si definisce lei stessa a chiunque, senza pudore, quando si trova in una situazione di disagio. Il disagio, la paura, l’insicurezza, la disistima di sè la portano paradossalmente a nascondersi dietro il proprio punto debole (come Achille, rivestito completamente di corazza, scoperto solamente nel tallone). Quasi che la sua debolezza, la sua diversità potessero diventare la sua forza, lo scudo che la protegge: mostrare le proprie fragilità agli altri è per Dafne il modo di chiedere comprensione.

Una vita di contrappassi per lei: dalla convivenza, in Puglia, fino alla maggiore età con una madre attrice di comedy anni ’80, icona sexi e naturista che vive mostrando senza alcun imbarazza il proprio corpo e amando liberamente tanto da non aver mai voluto rivelare alla figlia chi fosse suo padre, alla convivenza, a Milano, con l’amica d’infanzia Ginevra, altrettanto disinibita della madre nei rapporti amorosi, diversa da lei solo nel valore dato all’abbigliamento sexi che l’altra considerava comunque superfluo.

Fra queste due figure dominanti, Dafne si richiude nel suo mondo romantico e tranquillamente inaccessibile, quello della narrativa rosa, in particolare quella Regency, ambientata nell’Inghilterra dell’Ottocento; un mondo che non la spaventa, che la fa sentire a suo agio, che le offre quell’appagamento sentimentale che deriva dalla profondità di sentimenti che, accanto a lei, sembre inesistente. Quel mondo, tutto suo, le permette di vivere amori a sua misura, forti e travolgenti, ma che può sempre controllare, che rispettano uno suo cliché ben distinto da quello dalla madre e dall’amica. Un ideale che la plasmi nella sua identità senza però intaccare il sentimento di profondo e sincero affetto, che prova per entrambe. L’ironia del romanzo sfila sulle parallele di questi rapporti strambi, disallineati, ma solidi e infrangibili.

Su queste fondamenta, l’autrice costruisce per Dafne un’avventura che caricaturizza le imprese alla 007, ma che lei, farcita di letture romantiche, traspone in una storia della sua scrittrice preferita, Georgette Heyer, impersonandosi in Venetia, la protagonista dell’omonimo romanzo e identificando come Lord Damerel, Mathias Gallo, l’affascinante agente segreto che la coinvolge in una serie di rocambolesche avventure, nelle quali l’irresistibile humour della Moscardelli dà il meglio di sé. In viaggio per Baku, in Azerbaijan, dove è diretta ad una settimana di workshop sulle opere della Heyer, Dafne si trova al centro di una vicenda di spionaggio: una chiavetta USB contenente informazioni destinate ad incastrare un potente trafficante di droga viene collocata di nascosto nel suo bagaglio. Da quel momento un turbinìo di fughe e perdite di sensi indotte dallo stesso scaltro agente segreto con la scusa di sottrarla ad un pericolo maggiore, la trascina su taxi, camion rimorchi carichi di capre, fienili, locali alternativi. Obiettivo: ritrovare il taxi nel quale è rimasto il suo bagaglio con la fatidica chiavetta USB, e naturalmente evitare di farsi rintracciare dagli scagnozzi di Farid, il narcotrafficante che, come i cattivi delle più belle storie romantiche, è anche lui molto attraente.

La prima parte del libro si svolge tutta in Azerbaijan e l’autrice sfrutta brillantemente con effetto comico anche la lingua azera, conosciuta da Gallo, il quale si destreggia con grande disinvoltura nei dialoghi con la gente del posto, ma sconosciuta del tutto a Dafne che si ritrova a cercare di indovinare il significato di discorsi che chiaramente riguardano la sua sorte.

Ma è solo la prima parte. E si conclude con un classico “fine primo tempo” che lascia non solo il lettore, ma la stessa protagonista, in sospeso e in attesa: “Non riuscivo a ignorare ciò che era accaduto e sapevo che mi aveva trasformata. Desideravo con tutta me stessa tornare alla Dafne di prima, ma dubitavo che sarebbe stato possibile (…). Alternavo giornate in cui mi convincevo di avere sognato tutto, ad altre in cui mi rendevo conto di averla realmente vissuta (…). Mi chiedevo se smettere finalmente di avere paura avrebbe dato una piega diversa al mio futuro. Mi rispondevo che forse invece mi conveniva restare attaccata alla mia vecchia vita e continuare ad essere quella che ero sempre stata”.

La seconda parte, proiettata sei mesi dopo, ha tutt’altra ambientazione. Dafne è impiegata amministrativa in una rivista femminile, la sex columnist della quale, Dafne, un bel giorno si fa venire l’idea di intervistare una diva del cinema italiano anni ’80 e, manco a dirlo, la scelta cade sulla madre di Dafne, nota per fortuna col nome d’arte. Il terrore che si arrivi a collegarle porta Dafne a cercare disperatamente di distogliere Natasha dal progetto deviandola su un esperimento di critica letteraria. La pagina in cui parla di libri alla collega, è degna dell’etichetta di Humour Inglese DOC.

Mi è venuta un’idea che spero ti piaccia. Senti qui: il sesso nelle serie TV (…). Oppure, ancora meglio, il sesso nella trasposizione cinematografica di un libro (…). Mi spiego. Che fine fa il sesso nella trasposizione? Si arricchisce di nuove scene? Degenera? E come viene affrontato? (…) Pensa al sesso ne Il trono di spade”
“Il trono di spade??? Perché hanno fatto ANCHE il libro?”

In che senso?”

Dopo la serie, dico. Hanno scritto pure il libro? E come hanno fatto? Deve essere parecchio lunghetto…”

No, i libri vengono prima della serie. Cioè la serie è tratta dai libri, che peraltro sono cinque e…”

Cinque??? E li hanno letti tutti?”
“Io li ho letti tutti e posso aiutarti” (…)

Mamma mia. Ci avrai messo anni…

La classica altalena cinema-letteratura trova in questa scena una visione nuova, briosa e moderna, nella quale c’è spazio per entrambe perché entrambe hanno il loro pubblico, entrambe sanno comunicare in modo efficace e possono, quindi, trovare l’una nell’altra un innesto fecondo di fruitori.

Tutto il mondo che ruota attorno alla protagonista è fatto di personalità disinibite che, viste attraverso gli occhi di Dafne sono eccentriche, bizzarre, sconclusionate, ma che, nell’intento parodistico dell’autrice, fanno sì che Dafne stessa segua un percorso di crescita, liberazione e adattamento ad una società che non può essere costretta all’interno di una cornice formale e perbenista come quella del suo mondo Regency. C’è un messaggio molto preciso e molto serio che qualcuno le lancia: “La vita è fatta di buone occasioni e di momenti giusti”. È il messaggio che viene piantato come un seme nella fragile personalità di Dafne e che deve trovare il modo di germogliare. La verginità che la madre e Ginevra, le donne più vicino a lei, coloro che la conoscono da sempre e la amano per quello che è, fanno di tutto perché perda, è solo un simbolo. Il simbolo di un modo di essere isolato e ritirato in un mondo che ci portiamo dentro e dietro fin dall’infanzia e che fatichiamo a lasciare perché è l’unico mondo che conosciamo, l’unico di cui ci fidiamo. Perdere la verginità, per Dafne, è il traguardo di una crescita psicologica più che fisica, un traguardo che non può raggiungere se non imparando, come le ha suggerito Gallo, a scoprire e valorizzare le occasioni.

 Effervescente e irresistibile, la trama tessuta dalla Moscardelli con il fil rouge della commedia rosa, si ripiega in parodia di se stessa, giocando amabilmente con l’ironia ed un umorismo intelligente e originale. Da una vivace combinazione di Rosa e Giallo, si sviluppa una storia multiforme che, volutamente scanzonata e autoironica, convince e diverte.

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