“Un male necessario” di Abir Mukherjee (SEM)

Risultati immagini per "Un male necessario" di Abir Mukherjee (SEM)Recensione di Patrizia Debicke

Un anno fa avevo letto con gran piacere il primo libro di Abir Mukherjee “Surrender man” – in italiano L’uomo di Calcutta – con, come protagonisti, il capitano inglese Sam Wyndham e il suo sergente indiano, Surrender-not di ottima e facoltosa famiglia bramina (la casta sacerdotale più elevata) che ha studiato a Cambridge e parla un inglese da Camera dei Lord. Oggi sono bene lieta di cominciare la mia recensione dicendo che anche il suo secondo romanzo, Un male necessario, è per lo meno altrettanto coinvolgente se non di più. Una storia indovinata e che potremmo osare di definire profumata e speziata come un miglior “tandoori.” Calcutta 1920 . Un incipit da favola che catalizza subito l’attenzione del lettore: « Non si vede spesso un uomo con un diamante sulla barba. Ma quando un principe finisce lo spazio su orecchi dita e vestiti, anche i peli sul mento diventano un posto utile». Beh a voi: il principe in questione è Adhir, figlio maggiore del Marajah di Sampalpore e successore designato al trono di un regno nelle terre selvagge dell’Orissa, per il capitano Wyndham da qualche parte a sud ovest del Bengala. Ma ora continuiamo per gradi e spieghiamo il perché della presenza a Calcutta del principe Adhir.

Dunque: La Gran Bretagna sta cercando disperatamente di mantenere la presa su un paese in ebollizione con disordini in atto un po’ dappertutto. Proprio per questo l’attuale viceré, pur occupando la massima carica, si limita a governare navigando a vista fino a quando non sarà sostituito con un successore. L’unico suo vero scopo infatti è evitare di diventare il responsabile della perdita del più prezioso gioiello della corona britannica. Pertanto, a tal fine, ha convocato nella sua residenza, la Government House, una squadra di venti principi tra i più di peso del Raj per intrprendere dei negoziati tesi a creare una Camera dei Principi che possa accontentare le crescenti locali richieste di indipendenza. E come logico, dato il peso economico di Sambalpore, stato piccolo ma ricchissimo dell’Orissa, tra gli invitati presenti c’è il principe Adhir, un giovane modernizzatore che ha fatto molto per il suo paese ed è abbastanza in disaccordo con i piani britannici E proprio il principe Adhir ha chiesto l’intervento alla cerimonia di Surrender-not, suo amico personale e con il quale ha frequentato in Inghilterra Harrow e Cambridge. La presenza all’incontro tra i due anche del capitano Wyndham è giustificata da un preciso ordine del suo superiore gerarchico, Lord Taggart. L’erede del maharaja, preoccupato da due biglietti che gli annunciano un mortale pericolo trovati prima della partenza da Sambalpore, sollecita l’aiuto dell’amico e dell’ufficiale inglese, chiedendo loro di accompagnarlo al Grand Hotel dove alloggia per mostrarli e discuterne. Purtroppo però La Rolls-Royce su cui viaggiano viene bloccata per strada con un trappola ideata da una specie di prete con tunica arancione che, prima atterra il colonnello Aurora aiutante di campo del principe, poi spara uccidendo Adhir. Il capitano Wyndham lo insegue, ma l’assassino riesce a infilarsi tra i vicoli, dileguandosi tra la folla che segue un’imponente processione religiosa del dio Jagannah. Per mezzo di un identikit sui giornali, l’attentatore assassino viene rintracciato, ma dopo aver bruciato alcune prove cartacee, si suicida. Il viceré preferirebbe che quella morte chiudesse il caso imputandolo a un delitto sacrale di un fanatico religioso, ma Wyndham, che invece sospetta che i veri mandanti dell’omicidio stiano a Sambalpore, riesce a convincere Lord Taggart, di assecondarlo nel piano in cui Banerjee Surrender-not viene nominato rappresentante ufficiale del governo inglese al funerale del Principe e lui lo accompagna per porgere di persona le condoglianze e con il pretesto di concedersi una vacanza. L’immane ricchezza del regno di Sambalpore ha un passato legato al fiorente commercio dell’ oppio con la Società delle Indie, ma ora dipende dalle sue favolose miniere di diamanti ed la sfarzosa sede del bellissimo Palazzo del Sole, con i suoi giardini che ricordano Versailles. Ma, arrivati a destinazione, basterà poco a Wyndham e Surrender-not per accorgersi che la Royal Court è un focolaio di intrighi e trame e che a Sambalbore il clima politico ed economico è in subbuglio. Tanto per cominciare, alcuni interventi eccessivamente riformatori del principe Adhir sono stati visti con sospetto da alcuni gruppi religiosi e il fratello minore di Adhir, il principe Punit ora destinato a diventare Maharajah alla morte del padre, ormai anziano e in cattiva salute, è solo un playboy fatuo e donnaiolo. Non basta, anche la compagnia di diamanti anglo-indiana e il suo direttore, Sir Ernest Fitzmaurice, stanno negoziando per acquistare le miniere e muovono svariate pedine per concludere. Wyndham sarà costretto a confrontarsi con le sue ipotesi e i suoi pregiudizi su come i nativi e i reali dovrebbero comportarsi, alla scoperta che il principe ucciso aveva una relazione affettiva con Katherine Pemberley e ritroverà proprio a Sambalpore, la fascinosa angloindiana già conosciuta nel primo romanzo che lo ingelosisce e lo coinvolge sentimentalmente. Ma la mano assassina colpisce ancora, implicando i nostri eroi in una delicatissima indagine dai mille intrighi peggio di un ginepraio, una fitta rete di segreti e minacce all’interno di un mondo pericoloso e senza pietà, ricco di foreste tigri, elefanti e miniere di diamanti. Un’indagine quasi impossibile, contrastata anche dai loro superiori, con infinite, mutevoli e plausibili sfaccettature. E forse alla fine quella giustizia (ma giustizia o un male necessario?) sarà al di fuori della loro portata? Abir Mukherjee è riuscito a tratteggiare un impeccabile e superbo ritratto di un mondo a noi finora sconosciuto. Un ritratto avvincente dell’India negli anni ’20 che guarda alla cultura e agli usi e costumi di quei principi spaventosamente ricchi, con le loro partenze in Rolls Royce. per andare a cacciare le tigri, le mogli, le tante concubine, le tate britanniche per le centinaia di infanti reali, gli autisti italiani, lo chef francese, ma anche il senso del diritto che li ha spinti a voler intervenire con successo nella modernizzazione del paese. Ma un ritratto che descrive anche l’antica forza delle dinastie indiane ingabbiate, per garantirsi la chance di permanenza al potere, nei contorti giochi della politica coloniale. Principi dalla pelle ambrata e che vantano ascendenze soprannaturali, custodi di una millenaria e colta tradizione, eredi delle più immense fortune del globo, educati nelle scuole inglesi per essere inseriti nelle maglie del sistema? Whindam è un uomo imperfetto che, volente o nolente, risente in parte dei pregiudizi della sua epoca, nonostante i suoi sforzi per essere un uomo di pensiero più liberale. La sua lunga esperienza nella mitica Scotland Yard gli vale l’ammirazione degli indiani ma la guerra e le passate durissime esperienze che l’hanno spinto a cercare il trasferimento in Oriente l’hanno provato fisicamente ed emotivamente. Pian piano far uso dell’oppio è diventato una salvifica panacea ma anche pericoloso vizio, sia per il fisico che per il suo lavoro, perché lo costringe a proibite passeggiata notturne nelle strade di Calcutta. Ma chissà? Intanto il suo rapporto con Surrender-not sta diventando più naturale ed equo, insomma una specie di partnership in cui due colleghi si fidano l’uno dell’altro e lavorano bene insieme. E non solo perchè a Calcutta dividono persino la stessa casa. Fatto quasi inimmaginabile allora in India per un inglese e un indiano (pur di casta bramina). L’edizione italiana di Un male necessario, impreziosita dalla traduzione di Alfredo Colitto rende, a maggior ragione, “Un male necessario” un romanzo da leggere.

Abir Mukherjee giovane autore best seller di origine indiana, è cresciuto nell’Ovest della Scozia. I suoi romanzi “L’uomo di Calcutta” e “Un male necessario”, sono ispirati dal desiderio di saperne di più su un periodo cruciale della storia angloindiana che sembra essere stato quasi dimenticato.

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