“La straniera” di Claudia Durastanti (La nave di Teseo)

Recensione di Nuela Celli

Un libro importante, quello di Claudia Durastanti. Non so quanto le sia costato scriverlo, umanamente, a me, già solo leggendolo, ha riportato a galla tutti i nodi irrisolti e le contraddizioni dei miei quarantacinque anni e, volente o nolente, ho dovuto fare i conti con alcuni sospesi e riallacciare tanti fili spezzati. Se una storia ti costringe, anche contro voglia, a ripercorrere un’intera vita, è quasi sicuramente una storia che sopravvivrà ai decenni, con una potenza insita e una chiara indipendenza da chi l’ha scritta.

I temi principali di questo romanzo sono l’emigrazione e l’immigrazione, nelle più sottili sfaccettature, la disabilità, quella conclamata e quella onnipresente, perché, invecchiando, tutti saremo prima o poi dei disabili, e il binomio sesso amore, due forze strane e taumaturgiche, due necessità primarie che possono dare la vita o fare a pezzi coloro su cui esercitano il proprio potere.

Claudia Durastanti è più giovane di me, di un buon decennio, eppure, tra i ricordi della madre e quelli della sua infanzia, il suo ripercorrere i primi anni e la giovinezza a cavallo di due continenti, mi ha fatto riflettere su tutto il passato di cui dispongo. Lei tra un sobborgo di New York e un paesino calabrese, io a cavallo di una cittadina di mare e un borgo di campagna, un flash dietro l’altro.

I figli, all’epoca, erano spesso allevati allo stato brado. In molte famiglie destrutturate da distanze e divorzi, non c’era l’attuale ossessione ipersensibile verso l’infanzia, questa attenta e costante frequentazione dei figli, i quali, in molti casi, finivano per essere dei satelliti lasciati soli nelle loro scapestrate e funamboliche adolescenze come su degli otto volanti. Stessi anni, stessi pensieri, stessa noncuranza.

La coscienza ecologista, la consapevolezza del mito fasullo della crescita illimitata, l’ossessione per il politically correct, la sensibilità verso la violenza di genere, la triste assuefazione alle stragi dei tumori, tutto ciò ancora mancava e la generazione dei nostri genitori ha attraverso tempi molto ingenui e spericolati. Il confronto tra generazioni è forte, tra quella dei nostri nonni, vite semplici fatte nella maggior parte dei casi di grandi sacrifici, quella dei nostri genitori, che ha avuto tante possibilità e molto ha accumulato e sperperato, con inconsapevolezza e nonchalance, poiché la ricchezza, allora, era davvero a portata di mano e di idea, e poi la generazione successiva, nata con lo spettro della fine del mondo a causa delle bombe nucleari, cresciuta negli anni della sensibilizzazione per l’AIDS (Rock Hudson lo abbiamo conosciuto da morto, per la sua malattia, e non da attore famoso), e delle crociate per l’Amazzonia, in questa atmosfera da fine del mondo, quando i nostri genitori hanno passato parte della loro vita, nell’età adulta, a tagliare tutte le piante che ingombravano il loro vivere quotidiano.

Nel fiume in piena dei ricordi, alcuni sono di un realismo e di una crudezza nostalgica da sembrare istantanee d’autore:

«Sfoglio gli album di famiglia e mi chiedo perché i nostri genitori avessero l’abitudine di metterci in posa sulle macchine, come delle ragazzine del ghetto. Ce ne stiamo lì, con le treccine e i denti storti, distese sul cofano come se dovessimo sedurre qualcuno. Le mani tra i capelli, le labbra a cuore, e abbiamo solo quattro o cinque anni, facciamo ciao sventolando qualche dollaro, e il cielo ha sempre il colore del Kool-Aid al mirtillo poco diluito. Zio Arturo che arriva di corsa con una nuova fidanzata al braccio, qualcuno che spalanca la porta di casa e urla “sono arrivati i cannoli”, le scarpe da ginnastica appese, la matta del quartiere che chiede i vuoti a rendere, mio fratello che salta i tornelli della metropolitana e non si fa mai beccare, e tutte quelle madri e mogli con un profumo sconveniente che mi insegnano quale vestito scegliere, mia nonna che si commuove per le ragazze scomparse, io che ballo la tarantella in uno scantinato pieno di vecchi e mia madre che chiede: “Com’è la musica?” e poi suo padre la prende per i fianchi e le insegna a ballare.»

Da Brooklyn la narrazione si sposta in una Calabria nascosta, non quella più conosciuta, meta di rotte turistiche, ma quella povera e decentrata, inerpicata nel suo isolamento, e l’autrice, in una delle tante illuminazioni folgoranti che a tratti elevano il suo stile da una corsa a perdifiato a prosa d’autore, ce la descrive:

«Quando il sole tramonta in Basilicata il cielo diventa un polmone che espettora sangue, la sua luce fa tossire più che commuovere. Ma prima di arrivare ai calanchi, agli alberghi in mattoni rossi abbandonati vicino alle stazioni di benzina dai nomi altisonanti e alle piscine infestate, bisogna passare accanto alle torri del petrolio che brillano nella notte con i loro laser verdi e rossi che fanno pensare a un futuro preistorico – tutto ciò che è nuovo si ossifica presto da queste parti, diventa una

sostanza minerale che riflette una luce morta e bellissima – e poi bisogna passare a una diga naturale, una distesa di acqua verde tra i boschi su cui raramente splende il sole e da cui salgono fumi biancastri al mattino. Ed è solo dopo essersi inoltrati tra le curve che seguono la diga, in mezzo ai tornanti in cui l’acqua riappare e scompare con la complicità degli alberi sottili e scuri, che a un certo punto il paesaggio si apre e diventa quasi deserto, e l’ambra bruciata del sole si trasforma in una sostanza molto più rarefatta e ipnotica. C’è una strada statale sorvegliata tra due speroni di roccia, ed è lì che sono cresciuta io.»

Anche lo sguardo sulla società è di una lucidità ed esattezza incredibili, pur se velato da un senso onnipresente di inquietudine:

«Non ho ereditato un pensiero politico dalla mia famiglia: quello che ho ereditato, invece, è un miscuglio di aspirazione, vittimismo, cabala, accidia e rabbia che possono assumere qualsiasi orientamento ideologico conveniente e a disposizione. Un corredo genetico inutile e triste che mi ha aiutato a prevedere Brexit e l’elezione di Donald Trump: è come se avessi dei sensori che mi permettono di anticipare le agitazioni collettive pur essendo molto meno informata dei miei conoscenti che si occupano attivamente di politica, una riluttante familiarità con il disastro.»

Sempre ripercorrendo la sua storia famigliare, una storia al contrario, poiché dall’America ricca di possibilità e benessere la protagonista viene sradicata e portata in un paesino sperduto del sud, nasce una riflessione sul tema dell’immigrazione di rara profondità, che va oltre l’evento concreto:

«Immigrazione-emigrazione: E poi ci sono gli altri, i migranti potenziali. Come si chiamano quelli che non sono mai partiti ma si sentono altrove rispetto alle proprie quotidiane circostanze? Il lessico delle migrazioni è fatto di vocaboli che rimandano alla vittoria o al fallimento. Ci sono sempre eroismi da celebrare o morti da compiangere, ma di questo lessico fa parte anche chi non ha mai avuto accesso a una partenza, chi abita un paese lontano solo con il desiderio o l’illusione; chi memorizza la mappa di un altro continente come se fosse un quadro a olio in cui dipingersi dentro, fino a impastarsi nella tela, e a diventare un altro paesaggio.»

Lo stile, a volte immaginifico, a volte stringato, si snoda in una lunga corsa sul filo dei ricordi. A tratti dà l’impressione di sbilanciarsi, troppo sbrigativo, frenetico, affastellato, a tratti rallenta e si aprono scorci di vera poesia, nelle descrizioni e nelle disamine socio-culturali. Quello che colpisce, di questa autrice, è una sorta di pessimismo spaventato che sembra farla muovere tra i ricordi, tra le nazioni e le persone, quelle conosciute e i passanti di tutti giorni, con la precarietà di chi è consapevole di non sapersi fermare, potrebbe, ma ormai quella corsa ce l’ha nell’animo, come un imprinting. Non apre prospettive, soprattutto da immigrata italiana a Londra dopo la Brexit, non guarda fiduciosa a una futura comunità cui appartenere, ma conta i pezzi post disgregazione della sua esistenza come un accumulatore le sue stanze ingombre.

Una sorta di biografia che, come una mappa, tenta di ripercorrere il tragitto fatto, per capire la direzione, il senso di marcia e la probabile destinazione, perlomeno quella prossima e, con una capacità di analisi fuori dal comune e una sensibilità notevoli, traccia un percorso emotivo di grande potenza evocativa, tanto che alcune pagine di questo libro, a metà tra il memoir e il romanzo di formazione, sono davvero un pezzo di letteratura, non cercata e ostentata, ma del tutto vera e vissuta, scritta sulla pelle.

Rivelatorio questo passaggio sul nuovo modo di pensare dell’uomo medio, che assomiglia sempre più a quello storto e strampalato della madre dell’io narrante, una donna sorda e cresciuta in orfanotrofio, che con l’età e il soffrire di acufeni rischia sempre più di estraniarsi dal mondo.

«Mia madre è sempre la stessa, ma io sono stata la figlia di donne diverse. All’inizio era un’handicappata. Poi è diventata una disabile. Per attimi è stata una donna diversamente abile, ma tutti siamo diversamente abili. A un certo punto non era che una pazza. Oggi è una persona che sta su internet. [ … ]La società dell’informazione non ha fatto che rafforzare le sue percezioni arcane; internet è diventato il posto di Nostradamus, di un futuro sbriciolato nell’oscurantismo tecnologico. Nessuno sa chi le insegna a usare le emoji, gli acronimi o lo slang, non sappiamo come fa a impararli e questo ci inquieta.»

La straniera” parla anche dell’amore quasi simbiotico tra la protagonista e il suo ragazzo, di cui, però, come in tutto, la coscienza narrante sa scrutare dritto e rovescio, crepe, abissi, vertigini e proiezioni spaventose. Claudia Durastanti, forse è il motivo per cui il suo romanzo mi ha colpito tanto, in queste pagine ci presenta una protagonista che, ferita nelle certezze dalla prima infanzia, non sa più ricostruire un’identità bilanciata e coesa. Capita, a chi ha vissuto dei traumi emotivi nei primi anni di vita, di sentirsi dilaniato, spaccato dentro per sempre, tanto da cercare, nella foga dell’amore, dell’autorealizzazione e nell’ansia del futuro, un’unità, una fusione, che però sembrano sempre sfuggire. Le sue pagine sono spesso complesse, un rutilare di ricordi che danno le vertigini e si susseguono senza soluzione di continuità. Il suo lungo racconto ha il sapore dei grandi romanzi, delle grandi traversate dell’anima. Un viaggio in una sensibilità complessa che guarda un mondo ancora più complesso e a rischio disgregazione, quello che in sintesi definirei una storia che ha qualcosa da lasciarci, che può dare la quiete momentanea o anche duratura del rivedersi, del sentirsi compresi attraverso gli occhi altrui, anche grazie a una voce sincera e mai autocompiaciuta.

«Nei momenti di inattività vado a controllare su Wikipedia la durata dei grandi matrimoni, mi diverto a scoprire un albero genealogico di tormenti e tradimenti, diventa un mausoleo che si ramifica dentro di me e inaugura sempre nuove stanze. Consulto le biografe delle autrici che ammiro e mi accorgo che non voglio scrivere come hanno scritto loro, non me ne importa niente di scrivere come hanno scritto loro: voglio amare come hanno fatto loro, voglio fallire come hanno fatto loro.»

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Una risposta a “La straniera” di Claudia Durastanti (La nave di Teseo)

  1. Ivana Daccò ha detto:

    Davvero importante la tua lettura di questo libro. Non conosco questa autrice, e dovrò rimediare.

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