Grandangolo: “TECLA TRE VOLTE” di GIANLUCA MOROZZI (FERNANDEL)

Tecla tre volteRecensione di Marco Valenti

Sarà l’anagrafe che ci presenta come coetanei, sarà l’immaginario che coincide in buona parte con quello che ho vissuto sulla mia pelle, sarà la musica che scandisce ogni istante della sua vita, saranno tutte queste cose messe insieme ma il mondo che ci racconta Gianluca Morozzi con questo suo “Tecla tre volte” è esattamente quello di cui avevo bisogno per guardarmi un pò dentro e ripensare a quegli anni passati [per me] troppo velocemente.

È la Bologna di metà anni novanta quella in cui Gianluca inizia a raccontare la sua storia. Bologna come centro del mondo. Di un mondo che stava cambiando più di quanto si potesse pensare in quel momento. Un cambiamento di cui ci accorgeremo solo in seguito, quando non sarà più possibile modificare il corso degli eventi e potremo solo pensare alle occasioni perdute.

C’è un cubo magico portato da un uomo dal vestito scarlatto che una capsula spaziale recapita nel mezzo del cortile di un condominio popolare. È un oggetto magico. Permette di riavvolgere il tempo e correggere gli errori. Ma ha un uso limitato. Sono solo tre le volte in cui può essere usato. È un bambino il destinatario dello strano oggetto. Bambino a cui verrà raccomandato di conservarlo con cura in attesa di usarlo qualora se ne presentasse l’occasione.

Passano ventiquattro anni e il bambino è cresciuto, nutrendosi a pane e fantascienza. Canta in una cover band dei Genesis, tifa Bologna e trasuda testosterone, soprattutto da quando ha conosciuto la biondissima Tecla. Le cose sembrano prendere il verso giusto con lei. I due si frequentano e tutto fila liscio. Ma l’errore è sempre all’orizzonte e le tre possibilità di riaggiustare tutto potrebbero non essere sufficienti.

Nel frattempo il mondo è cambiato ancora. La tecnologia ha fatto irruzione nelle nostre vite portandosele via e di quel bambino che giocava nel cortile non è rimasto che il ricordo. Abbiamo smarrito l’ingenuità sacrificandola sull’altare del [presunto] progresso. “Io dico che WhatsApp è il grande male del nostro secolo. Ha condotto alla distruzione uomini migliori di me. Sarebbe da mettere fuorilegge. Come gli scrittori che usano sempre gli stessi espedienti narrativi. Come i cantanti che usano l’auto-tune.”

Inizia da qui un susseguirsi di avvenimenti grotteschi e coinvolgenti, pregni di una forte autoironia. È proprio questo raccontare scanzonato [ma assolutamente rasente la realtà] di Morozzi ciò che tiene incollati alle pagine. La grande dose di ironia lo rende godibile anche per chi certi ambienti e certi ambiti non li ha vissuti e non li vive in modo totalizzante come me.

Non ho mai vissuto a Bologna, l’ho frequentata per anni per motivi musicali. Credo però che il mondo della musica possa essere sovrapponibile a quello che ho conosciuto a Spezia prima e a Firenze poi. Per cui in un libro così pregno di citazioni cinematografico/musicali non posso che perdermi con il massimo del piacere. Tornando a riscoprire sensazioni, suoni e abitudini anche senza l’utilizzo del cubo magico. Così come non posso non apprezzare la critica alla freddezza dei rapporti umani nella nostra contemporaneità, creando un distacco che ci costringe a dilapidarli in nome della velocità cui siamo costretti. Il tutto sotto l’ombra ingombrante della televisione che coi suoi status symbol èiù o meno velati scandisce ritmi e contenuti delle nostre conversazioni finendo per condizionare le nostre scelte.

È un libro che ci invita a ragionare sul tempo. E sull’importanza dei rapporti [non solo amorosi] che intrecciamo. Non è sempre il destino che determina e indirizza le nostre scelte. È troppo facile pensare che sia tutto figlio del fato. Siamo noi che non ci fermiamo per prendere fiato prima di compiere una scelta.

E visto che l’autore è un amante incondizionato della musica chiudo con questa domanda: da quanto tempo non ci fermiamo ad ascoltare un disco seduti sul divano davanti allo stereo alzandoci solo per cambiare lato?

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Una risposta a Grandangolo: “TECLA TRE VOLTE” di GIANLUCA MOROZZI (FERNANDEL)

  1. patrizia debicke ha detto:

    ok

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