“Il lupo nell’abbazia” di Marcello Simoni (Mondadori)

Risultati immagini per "Il lupo nell’abbazia" di Marcello Simoni (Mondadori)Recensione di Raffaella Tamba

Sul podio dei libri di cui è davvero difficile interrompere la lettura, “Il lupo nell’abbazia” riconferma ancora una volta il grande talento di Marcello Simoni nell’elaborare una trama appassionante in una cornice storica rigorosa e originale. Ricercando qualcosa di alternativo ai periodi più sfruttati, in questo nuovo romanzo della prestigiosa collana Il Giallo Mondadori, lo scrittore di Comacchio, sceglie un luogo ed un anno ben precisi: l’abbazia di Fulda, in Germania, nell’anno 832. Un momento critico per il Sacro Romano Impero di Carlo Magno che, passato a Ludovico il Pio, è insidiato dai figli Lotario, Pipino e Ludovico il Germanico. In questi contrasti viene coinvolto l’abate di Fulda, Rabano Mauro, personaggio storico che governò effettivamente l’abbazia per un ventennio, intellettuale di grande prestigio, autore di opere a contenuto didascalico e poetico.

La scena del romanzo si apre con l’arrivo di un contingente di armigeri comandati dal generale Sturmio che chiede (o forse pretende) di sostare nella foresteria dell’abbazia per la violenta tempesta di neve che li ha sorpresi. Lo sfarfallìo dei fiocchi (sinestesia cara all’autore) che cadono fitti per giorni interi è il pallido riflettore che illumina tutto l’intreccio giallo, con l’ininterrotta e abbondante bufera che terrà isolata da tutto l’abbazia e i suoi misteri.

La prima vittima, cui ne seguiranno altre, è il monaco Ratgar, il cui cadavere, straziato ferinamente, viene rinvenuto da tre dei quattro protagonisti principali, i giovani monaci Adamantius, Walfrido e Gotescalco (il quarto, Lupo, più pavido, non si trovava in quel momento con loro). Altre vittime cadranno sotto la stessa tremenda sferzata, tanto da far pensare all’attacco di un terribile animale. Udalrico, il monaco erborista, dall’ambivalente personalità – colto e competente nella sua materia, superstizioso a livelli che rasentano il paganesimo nella sua fede – è convinto che la morte sia stata portata da una fiera demoniaca legata alle Parche. Queste divinità del destino, che tessevano la vita degli uomini e ne recidevano il filo quando ritenevano giunto il momento, nel Medioevo erano sopravvissute alla cristianizzazione nell’immaginario popolare che in certe zone, soprattutto in Francia e in Germania, le riteneva mandanti di creature antropozoomorfe chiamate garou (in francese) o werwulf (in tedesco). L’ossessionata determinazione con cui Udalrico sostiene la sua ipotesi è suggestiva e contribuisce a creare un’atmosfera di inquietudine che pervade sinistramente gli eventi: “‘Non avrai altro dio all’infuori di me’, recitano le Tavole dell’alleanza. Ergo, esistono altri dei! Dèi albero, dèi bestia e dominae sylvaticae che i popoli pagani conoscevano molto bene. Dèi che, giuro su Dio, nei tempi lontani in cui vissi in Frisia, sentii sussurrare tra le oscure fronde dei boschi”.

L’autore riesce anche attraverso la trama del giallo a perseguire il suo obiettivo di fedele e approfondita ricostruzione storica: è una delle caratteristiche più pregiate della narrativa simoniana, quella di essere non solo storicamente fedele ma approfondita nella cura dei dettagli artistici, ambientali e di costume. I vari edifici del complesso abbaziale, lo scriptorium, dove i monaci amanuensi ricopiavano i testi antichi e i miniaturisti ne decoravano splendidamente le iniziali, il dormitorium dove si trovavano le celle dei monaci, la colombaia, dove venivano tenuti i piccioni che servivano per mandare e ricevere messaggi, la Villa Fuldensis, il borgo sviluppatosi all’esterno, l’annessa chiesa di Saint-Michael con la sua cripta seplcrale, le varie porte di accesso, sono tutti luoghi fortemente suggestivi nella loro severa austerità che Simoni sfrutta come ambientazioni dei momenti clou del racconto giallo. Non solo: in omaggio a quella fioritura culturale che rese Fulda una delle più importanti scuole carolinge dell’alto Medioevo, Simoni usa per i suoi giovani protagonisti – tranne il principale, Adamantius – figure realmente esistite: Lupo di Ferrières, abate egli stesso di Fulda, un precursore dell’umanesimo le cui Epistolae sono fonte storica importante per quel periodo, Walafrido Strabone, che scrisse in prosa ed in versi testi agiografici, tra i quali la Visio Wettini, prima opera occidentale in versi in cui si descrive l’aldilà e Gotescalco il Sassone, teologo la cui fama culturale è legata soprattutto alla sua dottrina sulla doppia predestinazione. Infine non è un caso che molti dei nomi che popolano il romanzo siano così sorprendentemente evocativi: Ratgar, Sturmio, Eigil, ad esempio, sono nomi di figure legate alla storia dell’abbazia, monaci, abati, legati imperiali, così che anche personaggi frutto di fantasia vengono rivestiti di storicità.

La suspense che, pagina dopo pagina, incalza in un crescendo di aspettativa dello scioglimento del mistero, si blocca improvvisamente, un capitolo prima della fine: come una luce spenta da un interruttore. E la chiosa “Dopo quel giorno, a Fulda, gli omicidi cessarono” pur lasciando insoddisfatta la mera curiosità, compensa il pathos fino a quel momento in crescendo, e lo calma. Resterà l’ultimo capitolo, come nei gialli più avvincenti a collocare tutte le teresse del mosaico al loro posto. Ma l’immagine che ne uscirà, per uno dei tre giovani monaci, sarà densa di oscuri presagi: “Un futuro germogliato sulla morte e sulla menzogna non potrà che nutrirsi di esse. E i suoi frutti ricadranno su di noi, usando le nostre vite come concime”.

Si alza lo sguardo dall’ultima pagina come se si uscisse dalle ampie e cupe edifici volte dell’abbazia: si ha l’impressione di ritornare da un viaggio nel tempo, in uno dei luoghi culturalmente più importanti del Medioevo.

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Una risposta a “Il lupo nell’abbazia” di Marcello Simoni (Mondadori)

  1. Patrizia Debicke ha detto:

    Super

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