Le forme dei mari ghiacciati 

Racconto di Giovanni Giuseppe Nicosia

Quando videro avvicinarsi alla riva quegli strani grandi umiaq e scenderne quegli omoni dai capelli chiari vestiti in modo così bizzarro, i tunumiit di Ammassalik si misero a ridere.

Non era la prima volta che vedevano degli europei. Qualche mercante si era avventurato sino a lì da quel lontano sud di cui non sapevano nulla, qualche missionario aveva tentato di prendere contatto, ma erano state faccende brevi e loro per lo più avevano preferito non farsi coinvolgere troppo, non farsi trovare spesso, continuare a pescare e a cacciare come avevano sempre fatto da almeno mille inverni.

Ma adesso eccone un gruppo più composito che portava strane attrezzature, che si sistemava sulla terraferma e cercava di montare delle strane tende. Ed erano buffissimi, agitati e goffi. Li avevano avvistati in mare già da qualche giorno e da come si muovevano c’era da chiedersi come avrebbero mai fatto a prendere anche solo un pesce. Era proprio il caso di osservarli per bene, di farsi vedere e di lanciare grida di benvenuto. Questo avrebbero fatto gli antenati, questo richiedevano il mare e la terra.

Dall’altro lato l’esploratore Gustav Frederik Holm (1849 – 1940), al comando di una spedizione scientifica partita l’anno precedente da Copenhagen sotto gli auspici della Corona, era ben contento di sentire e vedere segni di vita degli abitanti. I suoi obiettivi erano quelli di esplorare quelle sconosciute regioni della Groenlandia che ricadevano formalmente sotto la sovranità danese ma di cui nessuno nella capitale poteva dire di sapere qualcosa di men che leggendario.

Era il 1° settembre 1884. Alla fine di quell’anno le potenze europee si sarebbero spartite l’Africa in possedimenti coloniali nella Conferenza di Berlino; in Russia si progettava la ferrovia Transiberiana, che avrebbe collegato Mosca all’Oceano Pacifico attraversando selvagge steppe ghiacciate; una rete di cavi telegrafici che avvolgeva quasi ogni canto degli Stati Uniti cominciava ad estendersi anche nel resto del continente americano; tutti i mari erano solcati da navi sempre più grandi, che collegavano i porti più lontani e nei sogni di ingegneri e commercianti nessun’isola, per quanto remota, sarebbe rimasta a lungo veramente un’isola. La Groenlandia non poteva restare fuori da quest’onda di progresso: andava esplorata, conosciuta nelle sue bellezze e nelle sue risorse, messa nelle condizioni di contribuire allo sviluppo della Civiltà e di progredire essa stessa, le sue popolazioni. Ma i danesi non avrebbero imposto il loro dominio massacrando gli indigeni, Holm ne era certo. I danesi agivano spinti dalle scienze positive e le avrebbero portate nel mondo, soprattutto entro i confini della loro giurisdizione. Avrebbero curato malattie, portato il progresso, migliorato la vita materiale e morale di tutti.

Ma prima bisognava conoscere, esplorare il territorio, fare mappe e descrizioni, e contattare rispettosamente le comunità che vi abitavano. E la spedizione era partita nel modo migliore, ma dopo un paio di mesi una serie di imprevisti aveva convinto Holm ad una lunga tappa nell’avamposto commerciale di Nanortalik. Lì, nell’attesa che le correnti volgessero dalla parte giusta, aveva cominciato a studiare le difficoltà della navigazione in quei mari freddi, talora ghiacciati e facili alle tempeste. Da marinaio esperto ed osservatore acutissimo qual era, aveva calcolato che le imbarcazioni più adatte a risalire la costa dovevano essere gli umiaq in pelle usate dagli indigeni e ne aveva procurate un buon numero. Caricata la sua strana ciurma (avrebbe voluto geologi, geografi, botanici, naturalisti, pittori e stilatori di diari, ma aveva solo tre scienziati e una trentina di marinai groenlandesi), era ripartito verso nord.

Il nord! Il bianco enigma in cui la notte poteva durare sei mesi! Come sarebbe stato quel mondo? Che gente poteva vivere in un luogo simile?

Ed eccoli! Eccola la strana terra ed ecco in suoi abitanti. Piccolini, le facce larghe dagli occhi a mandorla infagottate nei cappucci delle pellicce. Sembravano cordiali. Cantavano. Ridevano. Si muovevano strano sulla terra ghiacciata. I contatti ci furono, dapprima impacciati, poi sempre più facili. Ci si scambiò persino dei doni. Gli ospiti ebbero il permesso di risiedere ad Ammassalik, tanto più che l’inverno avanzava e per qualche mese non sarebbe stato possibile navigare oltre né tornarsene via. Del resto fu presto chiaro che Holm non aveva intenzioni cattive e che i tunumiit erano gente pacifica che più che altro cacciava e pescava e pensava a sopravvivere in quell’ambiente così difficile. Erano tostissimi e conoscevano bene il territorio ed il mare.

Per questo venne naturale ad Holm chiedere a loro le informazioni che a lui servivano per stendere mappe geografiche e descrizioni.

Il concetto di rappresentazione sistematica della terra e del mare, delle coste e delle isole, era del tutto estraneo ai tunumiit, ma nelle loro teste, nei loro racconti e nelle loro canzoni apparivano idee chiarissime.

E qui avvenne il primo prodigio. Uno degli indigeni, un certo Angmagainak, originario di un villaggio vicino e che aveva visitato la costa solo una volta, vide Holm che disegnava su un quadernino con una matita a carboncino degli schizzi con cui avrebbe realizzato una mappa. Dopo averlo osservato chiese di poter provare: prese la matita, che non aveva mai visto in vita sua, e su una pagina disegnò una mappa particolareggiatissima ed estremamente rigorosa nelle proporzioni della zona costiera che interessava il comandante, lunga circa 280 miglia. Inserì simboli per i diversi tipi di terreno (rocce, sabbie, prateria …), di flora e di animali cacciabili presenti nelle varie aree, e persino annotazioni sul clima e sulle condizioni del mare (molto spesso ghiacciato, tempeste frequenti, vento …). In alcuni punti c’erano anche segni che rappresentavano fasi dell’anno in cui era possibile il passaggio. Allo stupore ammirato di Holm, che comparava le informazioni della mappa con i dati in suo possesso trovando molte conferme, l’indigeno rispose, più o meno: «Sa com’è, son cose che ci raccontano fin da bambini. Mio nonno ci andava sempre e mi diceva che, se non cambia il vento, per andare da qui a qui ci vuole il doppio del tempo che per andare da qui a qui.» e toccava sulla mappa coppie di punti a distanze reciproche in proporzione.

Il comandante era impressionato dalla sua intelligenza: in breve aveva capito cos’era una mappa di carta ed ora era in grado di farne di proprie, esattissime. Ma gli sarebbero servite? O il patrimonio di racconti e canti che possedeva si sarebbe rivelato una rappresentazione sufficiente, anzi ben più ricca delle due dimensioni della carta, dato che conteneva anche la qualità mutevole dell’ambiente, e il tempo, e il pasto di oggi, quello di domani e quelli di sempre? No, pensava Holm, un disegno a due dimensioni è comunque un mezzo intuitivo e pratico, a patto di avere un supporto comodo ed economico e degli strumenti di scrittura. Anche lui aveva ascoltato storie di viaggiatori, di marinai e pescatori, ma non avrebbe potuto fare a meno di una buona collezione di carte nautiche, specialmente nei momenti di difficoltà. Ma per leggere una carta ci vuole un occhio allenato e ci vuole la luce. E in questa regione del mondo la luce era qualcosa di prezioso. L’occhio del marinaio poteva non essere sufficiente.

A chiarire i dubbi di Holm intervenne il secondo prodigio. Il giorno 8 febbraio 1885 un certo Kunit, cacciatore e pescatore con grandi capacità artigianali, saputo dell’interesse di Holm per mappe e disegni, si presentò e gli mostrò due manufatti che aveva intagliato nel legno. Erano due strisce piatte lunghe una dozzina di centimetri, dai bordi molto irregolari. Sulle prime sembrarono ad Holm due pettinini o due strumenti per grattare. Al suo sguardo interrogativo Kunit rispose semplicemente accostandone uno alla mappa disegnata dal comandante: il profilo di uno dei pettinini coincideva, fatte le debite proporzioni di scala, con quello della costa da un certo punto ad un altro. Girando il pettine si aveva il profilo del seguito della costa, fino ad un certo limite meridionale. Holm era entusiasta. E l’altro pettinino? Holm lo accostò alla mappa, lo rigirò e scoprì che i rigonfiamenti che presentava corrispondevano alle posizioni delle isole, con le reciproche distanze rispettate, ma senza nessuna menzione della distanza dalla costa. Erano mappe! Modelli in legno della forma delle terre e delle acque. Ed erano estremamente maneggevoli, piccole, tascabili. Kunit mostrò che per leggerle non occorreva vederle. Bastava toccarle, erano mappe tattili. In una notte buia e lunghissima un cacciatore poteva inoltrarsi a pesca con una di quelle mappe nelle manopole per scorrerne i profili con le dita in caso di bisogno. Anche al buio, alla cieca! Holm pensò che questi rozzi manufatti erano in qualche modo superiori alle mappe stampate su carta, che non servivano senza la luce e che sarebbero state distrutte dall’acqua se fossero cadute in mare, laddove invece i legnetti avrebbero galleggiato. Ed erano tascabili. Decise che al ritorno a Copenhagen avrebbe incaricato un ebanista di fornire piccole mappe tattili in legno di tutto il mondo conosciuto ad ogni nave della flotta danese. Anzi, avrebbe cominciato subito: «Per favore, Kunit» disse al cacciatore, «vendimi queste mappe e fammene delle altre. Le apprezzo moltissimo.» Kunit fu molto soddisfatto e realizzò altre mappe tattili.

Quando Holm tornò a casa dalla lunga spedizione cercò di convincere colleghi e studiosi dell’estrema praticità di quelle rappresentazioni lignee, ma l’Europa tutta era in preda ad una specie di frenesia in cui, sotto il nome del progresso non faceva che glorificare sé stessa, senza vedere altro. Il valore di queste mappe fu decisamente sottovalutato. Roba da selvaggi, si disse. Quando Holm ne fece notare la raffinatezza e la precisione ci fu persino chi dubitò che fossero autentiche. Un certo Hansen-Blangsted sostenne che certamente Holm le aveva ricevute da un indigeno, ma dato che gli indigeni erano mentalmente sottosviluppati (di questo erano convinti in molti), certamente esse erano state realizzate molto tempo prima da qualche europeo con cui quello doveva essere venuto in contatto, ovvero erano copie indigene di manufatti comunque europei. Eppure nessuna cultura europea aveva familiarità con quel tipo di produzioni. Quali mappe europee erano tattili? E poi l’intelligenza dei tunumiit era fuori di dubbio. Le difese di Holm caddero nel vuoto e la questione perse interesse. «La stampa, caro mio! È quello l’avvenire!» dicevano gli esperti, mentre i chimici approntavano nuovi procedimenti per produrre carta e gli ingegneri realizzavano macchine da stampa sempre più veloci. Tra sbuffi di vapore e neri polveroni di carbone le mappe tattili venero dimenticate. L’industria europea procedette avanti, si tagliarono alberi, si fecero invenzioni e guerre, si rese il mondo uno strano vicinato unito dall’inquinamento.

Oggi anche noi europei siamo un po’ più aperti verso le altre tradizioni e, grazie agli studi sull’inclusione e sulle culture, conosciamo il valore delle diverse rappresentazioni del mondo. Sappiamo quanta matematica ci sia dietro, seppure in forme che ci appaiono strane. Le mappe tattili groenlandesi potrebbero ben stare accanto alle mappe di stecchi e conchiglie delle Isole Marshall o alle mappe a sbalzo delle linee di autobus delle nostre città, o ancora alle tante incisioni rupestri di riferimenti spaziali che si trovano in tutto il mondo. Purtroppo le sole che sopravvivono oggi, dato che i cacciatori e pescatori della Groenlandia non avevano l’abitudine di accumulare oggetti e gettavano via tutto ciò che si logorava con l’uso, sono tre tra quelle che Holm riportò dal suo viaggio, oggi esposte al Museo Nazionale Groenlandese di Nuuk.

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