Grandangolo: “IL TRADITORE DELLA MAFIA” di VITO BRUSCHINI (NEWTON COMPTON)

Risultati immagini per "IL TRADITORE DELLA MAFIA" di VITO BRUSCHINIRecensione di Marco Valenti

Dopo aver raccontato alcuni tra i casi più intricati della cronaca nera del novecento [dalla Strage di Piazza Fontana al rapimento di Emanuela Orlandi, passando per le imprese di Renato Vallanzasca e il sequestro Getty da parte della ‘ndrangheta] Vito Bruschini arriva in libreria con il suo recente “Il traditore della mafia”, con cui ci introduce la figura di Tommaso Buscetta, esponente di massimo livello di “cosa nostra” e primo storico collaboratore di giustizia nella lotta alla mafia.

Il libro esce quasi in contemporanea con l’uscita dell’omonima pellicola cinematografica [curata da Marco Bellocchio], fatto che almeno inizialmente mi aveva fatto storcere un pò il naso, dal momento che non nego di aver pensato ad una mossa commerciale tout court. Ho deciso di dare comunque una possibilità al volume visto che del tema dell’illegalità radicata nelle tradizioni locali non si parla mai abbastanza.

Il taglio che viene dato alla figura di Buscetta è molto intimo, personale. Si racconta un uomo prima che un mafioso. Un uomo che è anche marito e padre di famiglia. Sgombriamo il campo da facili equivoci, nessuno lo incensa come fosse un santo o un eroe [concetti che spesso coincidono nella cultura popolare] ma nemmeno un esempio per le future generazioni. Viene solo evidenziato come, anche “il boss dei due mondi”, sia stato un uomo come tanti all’interno del proprio nucleo famigliare. Con le debolezze e gli affetti comuni a tanti altri. Ciò che non si dimentica [e non si deve dimenticare] è il suo ruolo all’interno di una organizzazione criminale che ha scritto le pagine più tristi della nostra storia recente e passata.

Non mi aspettavo una biografia e posso dire di non averla trovata. Questo è il primo punto che mi sento di assegnare al libro di Bruschini. La non esaltazione dell’uomo che stava dietro al mafioso. L’essere stato [o meno] un buon padre di famiglia non lo rende migliore e non lo assolve dai crimini di cui sopra. Però ce lo mostra sotto una veste del tutto nuova. Spoglia del lato crudamente delinquenziale. In seconda battuta sottolineo nuovamente come ci sia sempre bisogno di mantenere alta l’attenzione su alcuni argomenti, tra cui appunto il cancro rappresentato dalle organizzazioni criminali da più tempo radicate nel territorio [e aggiungerei anche nell’animo umano]. Libri come questo ci devono insegnare che “cosa nostra” promette il paradiso ma finisce per offrire l’inferno ai suoi affiliati. Quell’inferno in cui Buscetta [e tanti altri come lui] ha trascinato la propria famiglia. Non ce lo rende più simpatico o ce lo mostra più vicino, lo spoglia delle vesti “da guerra” e ce lo dipinge per quello che era. Fallibile come tutti noi.

Non è facile parlare di argomenti come questo senza rischiare di cadere nella [facile] retorica da salotto televisivo. Magari, dopo aver letto “Il traditore della mafia”, possiamo provare ad affrontarli con uno sguardo meno giornalistico e più “profondo”. Uno sguardo che condanni l’uomo prima che il criminale.

Il libro racconta il mondo della criminalità visto “da dentro” e ce lo rappresenta dal punto di vista di chi ha deciso di allontanarvisi per poi farvi ritorno per salvare la propria famiglia dalle ritorsioni che si stavano facendo sempre più crude, dilaniato da dubbi interiori e scelte dolorose.

Buscetta parla perché si vede sterminare l’intera famiglia, mentre si trova in Brasile. A Palermo i Corleonesi sanno che un ritorno di Buscetta potrebbe significare perdere terreno. Quindi passano all’azione, ma non sospettano che la reazione dei “Boss dei due mondi” sarà quella di accettare la protezione dello Stato. Buscetta trovandosi con le spalle al muro, decise di vendicarsi dei Corleonesi senza spargimenti di sangue, raccontando gli inconfessabili segreti di “cosa nostra”. E lo fa parlando con i magistrati, consegnando allo Stato i suoi segreti. Per questo la Storia ha voluto che lui morisse nel suo letto, a differenza di migliaia di altri mafiosi ammazzati per le strade della Sicilia. Sceglie di collaborare per prendere le distanze da un mondo che non riconosceva più ma anche per non ritrovarsi a piangere ulteriori perdite in seno a quella famiglia che ha faticosamente cercato di tenere al di fuori dalle dinamiche criminali [nonostante la feroce vendetta dei corleonesi che finirono per sterminargli due figli, un fratello, congnati e nipoti per un totale di undici persone] e racconta che cosa sia “cosa nostra”, vale a dire un “un organismo ramificato ed articolato, unico e verticistico che obbediva ad un gruppo dirigente” legato a doppio filo non solo al territorio ma anche e soprattutto a livello politico centrale. In particolare, restando su questo ultimo argomento, quel “non detto” sulla collusione tra Stato e politica con “cosa nostra”, non sapremo mai la verità, ma siamo liberi di coltivare le nostre idee, certo è che, se nonostante cambino i governi e i governanti, all’interno delle istituzioni certi “non detti” sono ancora presenti qualche dubbio viene anche al più ottimista…

Annunci
Questa voce è stata pubblicata in recensioni: Grandangolo, Uncategorized e contrassegnata con , . Contrassegna il permalink.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...