“Ballata di una fiamma che non muore” di Giulia Giacomini (La Lepre edizioni)

Recensione di Raffaella Tamba

Particolarmente aderente alla filosofia di Libroguerriero: una fiamma che non muore, quella del coraggio del cambiamento, della trasgressione che libera da coercizioni imposte da un sistema politico, religioso, sociale, culturale terrorizzato dal cambiamento. I protagonisti e le protagoniste di questo articolato romanzo, si riconoscono nel fuoco, capace di riscaldare e distruggere, libero e mai uguale a se stesso, in perenne trasformazione, simbolo di un’aspirazione trattenuta ma alimentata per non morire, per non lasciarsi soffocare ed estinguere. Un’aspirazione che in questo romanzo storico ha un unico grande nemico, il dogma.

Ambientato nel XVII secolo, il libro di Giulia Giacomini – nata a Roma, laureata in Storia Moderna, poi specializzatasi in Storia della Medicina e Storia delle Religioni – è un tributo a personalità che hanno avuto il coraggio di ribellarsi al dogma religioso e culturale che allora imperversava con la minaccia dell’Inquisizione, del carcere e, nel peggiore dei casi, del rogo. Un nemico sottile perchè intangibile e serpeggiante ovunque in ogni livello sociale, giudice inflessibile che condanna ad un’obbedienza inappellabile, a quel “sì” della monaca di Monza e di tante altre donne costrette al velo o ad un matrimonio non voluto; ma anche il sì di chi ha dovuto accettare strade già tracciate senza la libertà di poterne sperimentare di nuove; il sì di chi ha dovuto subire un sistema che mirava solo, meschinamente, a preservare se stesso.

La Giacomini tesse un intreccio articolato di esperienze umane, che prescinde da vincoli di tempo e luogo, seguendo il fil rouge di quella fiamma guizzante e indomabile che attraversa paesi e generazioni, l’ardente attrazione per un ascolto più intimo, personale e nuovo di se stessi.

E così comincia la storia: da un piccolo gruppo di suore cosiddette “concezioniste” che avevano cominciato ad assumere comportamenti innovativi rispetto alle regole previste per il loro ordine; ma poiché per la Chiesa del ‘600, ‘innovativo’ era sinonimo di trasgressivo, sotto la guida della superiora, Madre Ines, che per prima aveva cominciato ad esplorare nuove strade di conoscenza e fede, decidono di lasciare l’Europa ed imbarcarsi per il Nuovo Mondo nella speranza di poter trovare là un terreno più fertile alla loro regola personale. E se per dare voce e libertà ai propri bisogni più profondi devono rompere i lacci della gabbia dei dogmi, dei costumi, delle convenzioni radicati, sono pronte ad accettarne le conseguenze.

Le monache di Ines fondarono così in Sudamerica ben più di un convento: Santa Magdalena – che divenne quasi subito emblematicamente solo Magdalena – si sviluppò come centro di accoglienza per le donne che avevano subito violenze fisiche o psicologiche, donne che avevano paura e fuggivano da qualcosa, ma anche donne che per anni avevano fatto la vida e che volevano capire se c’era ancora un posto dignitoso per loro nella società. Ma la rivoluzione forse più profonda, fu l’accoglienza delle giovani indigene, che venivano integrate senza pretendere di cancellare la loro fede, anzi, sfruttandone l’emozionalità istintiva: “Nel sangue delle novizie indigene era ancora viva la reminiscenza del culto ancestrale, e in quei culti, si sapeva, anche le pietre parlavano. Madre Ines ne era consapevole e le lasciava pregare nella loro lingua d’origine. I dogmi, in più occasioni, si erano mostrati indegni sostituti, talvolta sleali e crudelmente scorretti, della vera fede. Ecco perché la superiora preferiva tacerli quei dogmi, lasciando alle giovani monache la libertà di scegliere la via della propria personale esperienza del divino”.

Fra le varie figure femminili, emerge quella di Eva, alla quale si arriva attraverso la struggente storia di Isabel, sua madre: fiamma divampante e incontrollabile, Isabel, nata nel convento, aveva presto sentito il bisogno di conoscere la vita esterna, in tutti i suoi aspetti, soprattutti quelli del lusso e dell’amore. La fiamma di Isabel, spenta con la forza, ha lasciato però braci nascoste in Eva che a Magdalena non vengono soffocate. Ines si è ripromessa di mantenere vivo il fuoco in chiunque si accendesse. Così non fa nulla per trattenere Eva quando, sulla spinta di quel fuoco che spesso è amore, passione travolgente, incomprensibile, si allontana da Magdalena legandosi a Jean, un giovane che portava a sua volta in sé quella stessa ardente aspirazione alla libertà di espressione e conoscenza. Quando gli eventi spezzano il loro rapporto, Eva compie una scelta eloquente: a differenza di altri affascinanti figure, come Catalina ed Hilde, che si sono lasciate bruciare, in tutti i sensi, dalla fiamma d’amore, Eva ha capito di volerla domare. Così ritorna a Magdalena e si mette al servizio del fuoco, diventandone la custode, per controllarlo ed alimentarlo in modo costruttivo.

Dal nuovo al vecchio mondo, la storia risale indietro di alcuni anni, sempre seguento il fil rouge dell’anelito alla libertà di espressione. Quando una donna anziana, chiamata emblematicamente da tutti zia (un nome comune che esprime una parentela che può essere tanto di sangue quanto acquisita, richiamando legami possibili in ogni situazione), che si era fatta benvolere per la sua capacità di curare con erbe e intrugli strani, viene arrestata e condannata dal tribunale ecclesiastico, una folla di donne che si radunò da ogni dove intorno alla prigione per perorare la sua causa, scatenando l’ira dei governanti che la massacrò senza pietà. Come in una crociata pacifica ma inesorabile, le poche che si salvarono diedero vita ad una comunità clandestina, organizzata da una misteriosa Dame in nero, donna raffinata e sfuggente, di cui nessuno conosceva origini e nome ma che tutti sapevano godere di una particolare immunità. Era la concretizzazione di quel grido unanime di tutte le donne schiacciate dalla prevaricazione del dogma sociale che qualcuna delle monache di Magdalena aveva auspicato come unica possibilità di far cambiare le cose: “Se una donna si ribella al marito, o al padre, commette una disobbedienza punibile dal marito e dalla famiglia (…). Se poi se ne ribellano cinque, di donne o di monache, diventa un complotto, che è un crimine contro tutte le autorità (…). Se tutte gridassero insieme forte, se cento, mille, migliaia di monache e di altre donne, cominciassero a gridare insieme, cosa potrebbero le autorità religiose, cosa potrebbero i padri tiranni e i mariti?”.

Come a Magdalena venivano accolte donne di qualunque provenienza, a rex Mundi, la comunità che si forma in Europa, vengono accolti anche uomini esiliati, disertori, medici perseguitati perchè ricercavano ed applicavano metodi naturali o spirituali che si allontanavano dalla strada tracciata dalla tradizione classica e che, per di più, erano spesso pericolosamente efficaci. Come la religione, anche la scienza poteva costruire dogmi, vincoli soffocanti che non lasciavano spazio alle libere scelte: “Nelle accademie come nelle università di medicina il sapere equivaleva ad una serie di leggi e regole imparate a memoria, talvolta contro ogni logica”. Così, Jan, medico fiammingo e Carlo Bordin, medico veneziano (al quale l’autrice regala una delle più belle descrizioni con le quali si possa rendere il carattere generoso e positivo di una persona: “…la sua risata, un torrente con cui vorrebbe lavare tutte le ferite del mondo”), ma anche Hans Hartmann, giudice tedesco, ed altri come loro, sviliti dall’ipocrisia e della rigidità di un sistema che rifiutava il cambiamento per non perdere il potere, hanno scelto la fuga dalla società e il rifugio nell’alternativo e libero mondo creato dalla Dame: “Il suo dominio era frammentato e sparso, come uno specchio infranto che rifletteva luce ovunque”, illuminando ovunque quel fermento socio-culturale che stava facendo vacillare sistemi vetusti, miopi e sterili.

 

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