GRANDANGOLO: “IL GUSTO DI UCCIDERE” di HANNA LINDBERG (LONGANESI)

Recensione di Marco Valenti

Stockholm Grotesque” [titolo originale del volume] è il nome del miglior ristorante di Stoccolma. Come ogni anno fa da scenario per la consegna del “Cuoco d’oro”, il premio per lo chef svedese dell’anno. Durante l’evento mondano, a metà della serata di gala, un colpo di pistola uccide la più influente critica culinaria presente sul palco per premiare il vincitore. Da qui parte una caccia alla verità in cui si incaponirà la giovane giornalista Solveig Berg [già protagonista di “Stockholm Confidential” primo libro della Lindberg] che, nonostante le tante, troppe porte chiuse che troverà sul proprio cammino, riuscirà a dipanare la matassa di una storia solo momentaneamente sepolta sotto la polvere del tempo trascorso.

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In una Stoccolma molto meno fredda di come si potrebbe pensare si muovono personaggi “ai limiti” animati solo dal desiderio di prevalere sulla massa, conquistandosi i propri 15 minuti di celebrità, anche a costo di sacrificare la dignità, sia propria che altrui. La capitale svedese, simbolo di modernità e di progresso, svela il proprio ventre molle fatto di una crudele ferocia che trasforma i locali culinari in macchine da soldi in cui confluiscono gli interessi di troppe figure per restare immacolati. Per come viene raccontata Stoccolma è la città europea più hipster in assoluto, satura di locali alla moda praticamente identici che si contendono gli spazi e le serate, e in cui è ammessa solo clientela di una certa levatura sociale ed economica.

Ne emerge un quadro surreale dove la cucina si uniforma a qualunque altro ambiente in cui l’essere umano si trovi in concorrenza con i suoi simili. Dove nessuno è innocente e non si risparmiano colpi bassi anche da parte di figure insospettabili. Il successo [e la notorietà] sono ormai diventati ideali imprescindibili da perseguire con ogni mezzo, lecito e non. Al punto che la vita umana perde ogni valore di fronte alla scalata sociale. Se questo è il progresso [e non faccio fatica a crederlo, visti i segnali che si possono scorgere anche alle nostre latitudini] lo spazio per i diseredati, già piuttosto esiguo oggi, non può che andare a diminuire ulteriormente, con tutte le conseguenze che potete ben immaginare. Il passaggio da una classe sociale all’altra è possibile in entrambe le direzioni ma non con la stessa facilità. Chi cade infatti dovrà fatiche ben più del doppio per potersi rialzare, anche solo parzialmente.

Parliamo di Stoccolma e del nord Europa proiettato verso il futuro, ma possiamo tranquillamente spostare il ragionamento anche in Italia. I cuochi rockstar sono ovunque anche qui. Hanno sostituito le altre figure “iconiche” praticamente a tutti i livelli, soprattutto nei palinsesti televisivi a pagamento e non. Non c’è programmazione nazionale che non abbia nel proprio roster una trasmissione culinaria in cui la star di turno insegna a stare al mondo ad aspiranti cuochi alle prime armi, risolve insormontabili drammi culinari di ristoranti ad un passo dal collasso o stabilisce con criteri tutt’altro che empirici quale ristorante sia meglio di altri.

Cuciniamo tutti. E il problema è che lo facciamo con la spocchia di chi pensa di sapere tutto perché “l’ha detto la televisione”. In un mondo di cuochi improvvisati che si credono Dio io vorrei riscoprire il digiuno. Ma so perfettamente di essere uno dei pochi che ancora si siede a tavola perché ha fame e non per giudicare esteticamente ciò che troverà nel piatto. Per cui mi defilo e lascio ad altri questo palcoscenico. Il mio ruolo di invisibile è perfetto per questa lunga estate calda, figuriamoci passarla dietro ai fornelli.

Tornando al libro è evidente come la letteratura di genere nordica, sempre molto attenta ai topic trend scanditi dal mondo plastificato dei social network, non potesse permettersi di lasciarsi scappare l’occasione di sfruttare l’ambientazione dell’alta cucina per uno dei suoi tanti noir. Ci ha pensato Hanna Lindberg, che per l’occasione si è addirittura calata nella pancia della balena, lavorando appositamente in una cucina di un ristorante, per meglio entrare in contatto con quel mondo di cui avrebbe parlato fin nel dettaglio.

Alla fine la scelta di usare la cucina d’alta classe come metafora di un mondo in decomposizione [soprattutto sociale] si rivela vincente e la lettura è realmente gradevole e coinvolgente. Dubbi ne avevo pochi, visto che quando ci si mettono le donne svedesi in ambito noir hanno pochi rivali.

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Una risposta a GRANDANGOLO: “IL GUSTO DI UCCIDERE” di HANNA LINDBERG (LONGANESI)

  1. patrizia debicke ha detto:

    divertente

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