“La bella sconosciuta” di Gianni Farinetti (Marsilio)

Risultati immagini per "La bella sconosciuta" di Gianni Farinetti (Marsilio)Recensione di Raffaella Tamba

Gianni Farinetti, nato a Bra in provincia di Cuneo, autore di opere pluripremiate (Premio Grinzane Cavour 1996, Premio Selezione Bancarella 1998, Premio Recalmare Leonardo Sciascia, 2008) dedica un nuovo romanzo all’amata campagna delle Langhe Piemontesi e a due figure, Sebastiano Guarienti e il maresciallo Beppe Buonanno, già protagonisti di “Rebus di mezza estate” e “Il ballo degli amanti perduti”, create per condividere con lui l’amore per una terra che, nel calore e nel silenzio dell’estate, sembra fermare il tempo. Un’ambientazione di rara genuinità che contorna una storia profondamente umana, dove i protagonisti sono chiamati a fare i conti con la parte più intima di se stessi. Mentre per qualcuno questa introspezione ha già dato i suoi frutti di consapevolezza e lucido appagamento, per altri il percorso di riordino interiore e costruzione di un sé più maturo è ancora in corso.

Angela, la sconosciuta che dà il titolo al romanzo e che affianca da protagonista le figure già delineate nei precedenti libri, è la più sfuggente di tutte, non solo perché effettivamente nuova nel paese, ma soprattutto per la placida impassabilità che trasmette, una sorta di immobilità come fosse l’occhio fermo del tornado di vita, parole, gesti e atti degli altri personaggi. Non solo sconosciuta, ma anche bella di una bellezza esteriore trasparente che ne rivela a sua volta una più profonda, interiore. È questo che la rende così speciale.

Dopo essere passata dal paese alcuni mesi prima ed essersi informata della possibilità di prendere in affitto una casa per l’estate, la donna torna in agosto per rimanervi più a lungo. Affitta una casa del podere Le Vignole, di cui è proprietario Sebastiano Guarienti e con modesta semplicità si accattiva le simpatie di tutti. Sembra quasi che intorno a lei a poco a poco gli abitanti, così diversi tra loro, si avvicinino per condividere quei giorni d’agosto nei quali l’atmosfera della campagna piemontese pare vivere la propria più intima essenza. Emblematica la scelta, come sottofondo di una serata, dell’aria mozartiana Soave sia il vento, tranquilla sia l’onda dall’opera Così fan tutte che, nella seconda strofa, ricalca ancora più esemplarmente l’attesa di pace e appagamento che permea l’intero romanzo, ed ogni elemento benigno risponda al nostro desir.

È in questo scenario pacifico che l’autore inserisce l’elemento giallo, la scoperta della strana morte per annegamento in una cisterna d’acqua, di Bruno Chiovero, membro dissonante nell’armonia dei rapporti di vicinato del paese: volgare, fosco, prepotente, non aveva ottenuto dalla vita quello che, con la famiglia e il ristorante, aveva raggiunto il fratello. Roso da invidia e rancore, si era sempre più isolato accentuando quegli aspetti violenti del suo carattere.

Subito dopo il ritrovamento dell’uomo, Farinetti riavvolge il nastro della storia, ritornando a pochi giorni prima, e mettendo in scena una sorta di goldoniana commedia dell’arte nella quale i personaggi del romanzo riecheggiano maschere di tipologie umane, dando vita a quadretti di gradevole humor: il dialogo ‘a senso alternato’ tra la baronessa e il suo chaperon, lo spasimante devoto che l’ha attesa per anni attraverso due matrimoni, un dialogo nel quale solo chi li ha conosciuti da giovani può riconoscere, al di là dell’esilarante incomunicabilità, una dolcissima accettazione reciproca; l’atteggiamento goffamente romantico del professionale maresciallo Buonanno che si trasforma in un imbarazzato sedicenne di fronte alla giovane fidanzata schietta, scintillante e altrettanto innamorata. Inevitabile il richiamo ai buffi e scaltri servi della commedia classica latina nei tre rumeni marito, moglie e fratello di lui, spumeggianti nel loro ruolo di tuttofare e decisivi nello scioglimento di uno dei nodi dell’intreccio. Saranno le stelle cadenti della notte di San Lorenzo a sconvolgere quell’armonia, trasformando la commedia in tragedia perchè in quella notte, l’unica persona che non riesce ad integrarsi in quel contesto umano, ne viene estromessa per sempre.

A decorare la trama della commedia gialla, delicati intrecci amorosi di squisita naturalezza, in rapporti di coppia sia tradizionali che alternativi come quello, sincero e generoso, fra Sebastiano e Roberto. E, ancor più, in quello travolgente fra Angela e Momo che dischiude al giovane una dimensione di sensibilità che da solo non era stato capace di riconoscere dentro di sé. La luce è la chiave di quella dimensione: la luce delle Langhe, “fredda e calma, ma potente, che palpita” come quella dei diamanti.

Il romanzo esprime potentemente il senso di appagamento come conquista di una vita complessa: “che le cose, anche chi siamo, tornino, che ritrovino la loro forma,il loro vero aspetto, o l’anima, come sono state pensate e messe al mondo”. Tutti i protagonisti, ciascuno secondo la propria storia e il proprio carattere, estrinsecano quel bisogno di prendersi una pausa dalla vita frenetica alla quale oggi siamo chiamati, il bisogno di fermarsi e ascoltarsi dentro ma nello stesso tempo guardando fuori; guardando i colori della campagna e lasciando traspirare la propria pelle di profumi e silenzi, contrastando il freddo di una vita inquieta e piena di dubbi con l’abbraccio di quei pomeriggi assolati d’agosto. Soprattutto, rivelano ciascuno il bisogno dell’altro, di stringersi a chi fa parte di quello stesso mondo e porta dentro quella stessa luce. Non solo perché nato e vissuto lì, ma anche perchè, come Sebastiano, dopo essersene allontanato, ha scelto di ritornarvi definitivamente o, come Momo, pur vivendo la propria vita al di fuori del paese, conserva intatta quella sensibilità che lo rende permeabile all’introspezione ed al cambiamento. Anche Angela, che non dovrebbe avere alcun legame col luogo, risplende di quella luce adattandosi con la più placida spontaneità alla semplice genuinità di quella gente; ed è per questo che viene istantaneamente accolta, integrata. Perchè, in fondo, non è solo la nascita a creare radici con un luogo permettendogli di trasmettere tutto il patrimonio etologico che lo caratterizza; è anche la predisposizione che si forma in persone che ne hanno vissuto al di fuori ma che hanno poi trovato lì tutto ciò che mancava loro. È la poesia di uno spazio intimo, dal quale il mondo superficiale e frenetico è chiuso fuori, un luogo mistico dove “le fulgide estati si sarebbero allungate poi in riposanti autunni, scivolati a loro volta in pacifici inverni che a loro volta, in attesa delle ammalianti primavere…

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2 risposte a “La bella sconosciuta” di Gianni Farinetti (Marsilio)

  1. Patrizia Debicke ha detto:

    Bella recensione grazie

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