“La gemma del Cardinale de’ Medici”, di Patrizia Debicke van der Noot (TEA)

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Recensione di Raffaella Tamba

Patrizia Debicke, autorevole scrittrice di romanzi storici come “L’uomo dagli occhi glauchi” e “L’oro dei Medici”, puntuale e approfondita nelle descrizioni dei tempi in cui ambienta le proprie storie, ha tessuto ancora una volta una trama avviluppante, con figure dall’affascinante personalità che ruotano intorno a Clelia Farnese, l’amata di Ferdinando de’ Medici, erede alla signoria di Firenze, dal quale un complicato gioco di potere la tiene lontana. Il suo nome, solo sussurrato nella prima parte del romanzo, domina nella seconda, quando la donna diventa l’obiettivo della cospirazione politico-religiosa che costituisce l’elemento giallo del romanzo.

Sono i due fratelli, Giovanni e Ferdinando de’ Medici, uniti da un rapporto rappresentato più da una completa identità di vedute che dai legami di sangue, a guidare gli eventi: il potere della casata è sferzato, nelle prime pagine, dalla morte di Francesco I, una morte pubblicamente passata per naturale, ma che i due sospettano dovuta ad avvelenamento.

Una morte che impone di prendere provvedimenti politici indispensabili: il riconoscimento ufficiale di Ferdinando come successore di Francesco su Firenze da parte dell’imperatore tedesco Rodolfo II e la ricerca degli assassini dei Medici. Mentre il primo atto può essere condotto alla luce del sole, il secondo deve essere portato avanti nell’ombra e nel segreto. Il cardinale Ferdinando I rappresenta il fulcro della storia, il centro fisso a Firenze, attorno al quale si dipana in semicerchi sempre più ampi, la trama che, attraverso le Fiandre da un lato, Roma, Verona e Venezia dall’altro, raggiunge le remote capitali dei due grandi imperi spagnolo e tedesco: Madrid e Praga. Giovanni, giovane, determinato e soprattutto politicamente libero proprio per la sua illegittimità, rispetto al fratellastro che sembra davvero che le esigenze politiche tengano incatenato a doveri ben più grandi e onerosi dei piaceri (“costretto ad assumere la sua vita. Non v’era un futuro diverso da quello già tracciato”), intraprende, a favore di Ferdinando, la missione diplomatica che lo porta prima a Roma, poi a Praga. Intanto a Madrid, sotto la cupa ala di Filippo II, un sedicente Illuminato, capo di una setta di integralisti cattolici che si fa chiamare gli Eletti, invia un sicario, il frate agostiniano Sebastien de la Molle, plagiato dal cieco ideale del sacro dovere di tutela della Chiesa, con l’incarico di infiltrarsi nelle forze medicee e uccidere i due fratelli. Nel descrivere il viaggio dei fiorentini, l’autrice utilizza una tecnica narrativa di particolare espressività: elencando le località alternate a brevi descrizioni, dà al lettore una curiosa impressione di movimento, come se seguisse egli stesso la cavalcata dei protagonisti: “Dopo Verona cominciò a nevicare. Era neve bagnata che appesantiva i mantellli e la strada. Superarono Rovereto, Trento…Procedevano eroicamente. Stanchi, bagnati, intirizziti (…)…Ignia, Bolzano. Risalirono il Brennero (…). Poi Sterling, Grasburgo e Stenach fino a Innsbruck”. Da Praga Giovanni ritorna con un alleato, un personaggio che sarà decisivo nello svolgimento della trama, il generale Ottavio Colonna (probabilmente ispirato ai Colonna che effettivamente prestarono servizio nell’esercito fiorentino, di cui Marcantonio I fu il rappresentante più illustre), che convincerà a rinunciare all’incarico in Ungheria, per assumere il comando della guardia dei Medici. Al seguito di Ottavio Colonna, apportatori di un tocco orientaleggiante alle scene, seguiranno Giovanni a Firenze il medico turco Feisal, dalle straordinarie doti curative, e il giovanissimo eunuco Aliseth, esperto massaggiatore. I due turchi offrono all’autrice l’occasione di inserire delicatamente ma con eloquenza, la contrapposizione fra visioni tolleranti e aperte, come quella di fra Giulio, priore del convento degli agostiniani, e visioni chiuse, grette, ossessive come quella di Sebastien, peraltro ultimo anello di una catena di rigore e intransigenza che risaliva a Filippo II: nella “massa giallastra di granito dell’Escorial”, il monarca spagnolo, dal consueto “umore sepolcrale”, che “inquieto, incerto, pareva perso nella contemplazione del nulla”, orchestra la vendetta della controriforma.

Quasi una giostra di personaggi fra i quali, per la sapiente caratterizzazione, è impossibile perdersi e che anzi si apprezzano nelle diverse sfumature delle loro spiccate personalità, porta avanti la trama. Fra esse, indubbiamente, risplende il fascino affabile della gemma del cardinale, Clelia Farnese, pedina obbligata dello scacchiere di relazioni politiche, che riunisce in una bellissima personalità l’impulsivo trasporto di un’amante, la dolcezza di una madre e l’affettuosa devozione di una figlia. È una figura che effonde su tutto il romanzo un senso di bellezza subita e di intima aspirazione ad una libertà e semplicità che il destino delle grandi dinastie nobiliari difficilmente concedeva ai suoi membri.

Il talento narrativo della Debicke si rivela con grande suggestione nella dinamicità delle scene: frasi brevi, incisive, spesso prive di subordinate, con una scelta efficace delle parole, conducono la trama senza mai un appesantimento, una lacuna o un’incongruenza. Il suo impegno nella rigorosa documentazione storica si dispiega nelle scene di arredo, di abbigliamento, di vita quotidiana (ne è un esempio impeccabile il bagno di Giovanni in una vasca troppo corta, i gesti, gli oggetti usati); ma anche e soprattutto nell’ammirevole padronanza di quella complicata rete di personaggi realmente esistiti che, con la loro casata, rappresentavano il potere politico e religioso nell’Italia del cinquecento. La naturalezza con cui vengono riportati i legami di paternità di papi e cardinali contribuisce a calare il lettore nel contesto storico del romanzo secondo l’etica contingente. Nel consesso delle figure storiche reali, si adattano egregiamente i personaggi inventati, per la vividezza dei loro ritratti fisici e culturali e l’articolata psicologia.

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