LETTERA AD UNA MIA AMICA ARTISTA E PROFESSORESSA

di Eleonora Papp

Cara Marilù,

ti voglio mandare alcune mie impressioni senza la presunzione di voler fare una recensione del tuo libro, cosa che non riuscirei a realizzare, perché non ho alcuna dimestichezza con opere appena apparse sull’orizzonte letterario. Mi occorrerebbero anni o almeno mesi per tentarlo. Vorrei invece sottolineare alcuni aspetti che mi hanno colpito durante e dopo la lettura del tuo romanzo:

  1. la profonda differenza fra le “Spose sepolte” e “Musica sull’abisso”;

  2. l’interessante dicotomia del libro tra le pagine in cui parlano le vittime e le pagine dedicate all’investigazione di Micol;

  3. l’uso del latino come idioma ormai “totemico” tra persone addette all’uso di questa lingua chiave e le altre che rimangono estranee e non riescono ad entrare in un mondo che, nonostante il loro rifiuto soggettivo e oggettivo, li affascina, li seduce e li trascende;

  4. varie ed eventuali.

Riguardo al primo punto, le “Spose sepolte” propone un mondo nuovo, quasi utopico, di cooperazione sociale e di entusiasmo, però, nella penombra, stanno in agguato già aspetti inquietanti che riguardano la società: in un certo senso Monterocca diviene una rappresentazione in scala minore del mondo moderno. Monterocca è sì indirizzata verso un futuro differente che vuole essere nuovo, ma è scossa da fattori che da sempre scuotono la società in ogni epoca della nostra storia umana: amore, odio, gelosia, rancori antichi e nuovi, speculazioni, delitti di tipo commerciale (mi riferisco alle sperimentazioni condotte sugli scimpanzé) e crimini che nascono da altri delitti.

Riguardo al secondo punto, la dicotomia nel libro era ormai evidente nelle “Spose sepolte”, anche se negli altri tuoi romanzi hai già tentato degli approcci da altri punti di vista. Ma quello che risulta più evidente, almeno così mi sembra, è il fatto che tu tenda a rimarcare la differenza intercorrente tra la realtà investigativa e più tardi processuale e la realtà vera che in genere non si riesce a conoscere e a ricostruire del tutto. Il tuo lettore però ha la possibilità di comprendere tutte e due queste realtà, mentre Micol potrà intuirne solo una parte, soprattutto attraverso il suo “lato oscuro”.

Per quanto riguarda il terzo punto, l’indagine si fa più sociologica e mette in risalto una società svuotata da ideali. Questo latino, per quanto avvincente, in realtà non ha molto da offrire, non è il latino della Historia magistra vitae, ma è un latino senza idealità, un barocco contorno di anime che non hanno una meta precisa, vittime di una società senza valori e che difficilmente permette ai giovani di realizzare i propri sogni, nel caso in cui li abbiano. Ma è la Morte reale e simbolica quella che avrà il sopravvento in questa società. Ecco, per me, è questa la spiegazione del titolo della canzone e della declinazione latina:

Mors, mors, ultima ratio;

Mortis, della morte, cioè ciò che è proprio della morte in senso sia oggettivo sia soggettivo;

Morti, ciò che tributiamo alla Morte;

Mortem, la morte che viene data, inflitta;

Mors, o morte, la morte che viene invocata;

Morte, dalla/ alla/ per la Morte: tutto ciò che viene fatto attraverso la Morte, per la Morte o a partire dalla Morte.

Come per “Il nome della Rosa” di Umberto Eco si potrebbe dire che stat rosa pristina nomine, nomina nuda tenemus. Potranno ancora gli studi classici, fatti in una scuola che abbia recuperato i suoi valori, aprire una strada verso reali e vivi contenuti e non solo verso nomi e accidenti?

Per le “varie ed eventuali”, osservo che, come in Honoré de Balzac assistiamo all’apparizione di comparse che in altri romanzi del ciclo diventeranno protagonisti, così tu, qui nel tuo libro, giochi coi tuoi “burattini” e quelle figure che erano state importanti nelle “Spose sepolte” si trasformano in maschere semplicemente di contorno. Ne è un esempio la Circassa.

Molto emblematico è il personaggio della madre di Lorenzo che parte come una eroina pirandelliana che vuole mantenere in casa il “ricordo concreto” del figlio (e del marito), anche se l’eroina pirandelliana de “La vita che ti diedi”, costretta dalla vita, dovrà rinunciare alla sua ubbia.

Concludo dicendo che le suggestioni che tu ci proponi sono davvero inquietanti ed estremamente avvincenti.

Ad maiora.

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