“L’enigma dell’abate nero” di Marcello Simoni (Newton Compton)

Risultati immagini per "L’enigma dell’abate nero" di Marcello Simoni (Newton Compton)Recensione di Raffaella Tamba

Terzo romanzo della Secretum Saga, la serie di Marcello Simoni, autore di romanzi storici di grande successo, avvincenti e minuziosamente documentati, ambientata nella Firenze di Cosimo de’ Medici. La saga del segreto. Il segreto della Tavola di Smeraldo, il segreto dell’identità dell’abate nero, il segreto delle origini familiari di Tigrinus, il segreto che pesa sul passato di Cosimo, il segreto della perfida Fenizia Donati. Un cumulo di segreti che opprimono persone alla ricerca di risposte consolatorie, di conoscenze che li liberino dalla paura, dalla vergogna, dai sensi di colpa. A partire dal protagonista, il ladro Tigrinus, alla disperata ricerca dell’identità del proprio padre che non ha mai conosciuto, così da poter finalmente trovare un posto nel contesto sociale del quale finora non si era sentito parte. Non sorprende quindi come, in questo episodio, ancora in possesso della Tavola di Smeraldo che aveva fatto di tutto per recuperare nel precedente, riveli un inatteso disprezzo dell’oggetto tanto ambito e sia pronto a cambiarlo con un nome al quale aggrappare la propria identità incompleta. E colui che può rivelargli quel nome è la sfuggente figura dell’abate nero, sulle cui tracce il ladro si muove fin dal primo libro.

Per raggiungerlo raggiunge un accordo con il nunzio ecclesiastico Troilo Sophianos, un greco incaricato di scoprire una cospirazione ai danni di una delle più importanti figure della Chiesa, il cardinale Bessarione, un personaggio indefinibile, ora titubante e insicuro, ora deciso e arguto. La sua vita è la clessidra che incalza gli eventi di tutti i personaggi, conducendoli da Firenze a Ravenna nell’abbazia dello Spirito Santo. Simoni crea così una scena in contraltare a quella fiorentina (come aveva fatto nel precedente episodio, alternando gli eventi tra Firenze ed Alghero).

Accanto a personaggi nuovi come Troilo, leale, fedele alla sua missione di salvezza del cardinale ma, in fondo in fondo, evasivo e insondabile, ritroviamo i protagonisti del precedente romanzo, attori di un intreccio drammatico costruito sui segreti che incombono su di loro.

In un efficace contrasto di personalità, accanto a Tigrinus c’è ancora il nano Caco, suo fedele compagno più che servitore, perché Tigrinus non lo tratta mai, in nessuna occasione, con distacco e alterigia, ma sempre con affetto e simpatia. I due formano una coppia ampiamente rodata nella letteratura classica: si pensi a Don Chisciotte e Sancho, a Holmes e Watson, a Fogg e Passpartout – e tocchiamo tre generi di narrativa molto diversi tra loro, a riprova di quanto abbia da dire e dare in una storia la sinergia fra due figure del tutto contrapposte, fisicamente, culturalmente, caratterialmente. Caco segue Tigrinus non per necessità, ma per consapevolezza e riconoscenza del rispetto che riceve da lui, a dispetto della fisionomia che la natura gli ha riservato.

Ritroviamo la protagonista femminile, la prima donna diremmo in linguaggio teatrale, Bianca de’ Brancacci che qui sembra aver perduto quegli sprazzi di umile umanità che l’avevano illuminata per brevi istanti nel precedente episodio. È di nuovo fredda, compassata, chiusa in un egocentrismo di sopravvivenza nel quale accoglie una sola persona, il padre, per affetto e devozione, certamente, ma anche, ancora egocentricamente, per il rimorso di vederlo scontare una pena che sarebbe spettata a lei. Bianca fa di tutto per esprimere distacco e indifferenza, calcolo e interesse personale. Neppure di fronte a Cosimo allenta quella stretta di orgoglio e determinazione che la guida nel perseguimento dei suoi obiettivi. Ma è fortunata: trova qualcosa che al signore di Firenze preme follemente, ancora di più della Tavola di Smeraldo. Si tratta di due pergamene accuratamente nascoste da suo padre e risalenti a molti anni prima. Per quelle due pergamene Cosimo è disposto a venire a patti con lei. Il dialogo fra i due protagonisti è uno dei più belli del romanzo: lei, consapevole di avere il classico coltello dalla parte del manico, ma fremente per la propria incapacità di liberarsi da un senso di maggiore vulnerabilità rispetto all’uomo più potente di Firenze; lui, apparentemente parte debole, perché deve concedere per ottenere, la domina con la forza di una personalità straordinaria, una delle più belle della letteratura simoniana (peraltro generosa di splendidi personaggi): autorevole ma pacato, senza mai bisogno di alzare i toni della voce, riesce con le parole in cui dosa fierezza e condiscendenza e con lo sguardo, intenso ed eloquente, a mantenere sempre e comunque, la posizione di vantaggio. Bianca lo ricatta ma sembra che sia lui a permetterle di farlo.

Infine, come un’erinni che si materializza creando gelo e timore intorno a sé, ritroviamo Fenizia Donati, l’antagonista per eccellenza, dominata da un senso di vendetta incondizionata, contro Bianca, contro Trigrinus, contro Cosimo, come se tutti avessero vissuto solo per recarle danno e dolore. Anche lei dà il meglio di sé, letteralmente, in un dialogo con Cosimo de’ Medici, come se la personalità di quest’uomo, figura storica così decisiva per l’innesto della famiglia Medici nella regia politica ed economica di Firenze, si esprimesse nel riflesso non solo di figure virtuose come Marsilio Ficino – che compare anche in questo romanzo quasi in veste di sua coscienza esterna – ma anche di figure oscure come Fenizia Donati. Ed è proprio collegato a lei un episodio del passato che incombe sulla sua immagine e sulla sua stabilità politica, un episodio che è rimasto condensato in quelle due pergamene che Bianca ha in mano come armi di ricatto.

Al contrario di Bianca, l’immagine di Fenizia è deturpata di ogni femminea bellezza, è solo una maschera rappresentativa della sua vita, una vita vissuta nell’inganno, nella cospirazione, nel ricatto, una vita che vorrebbe riscattare ora rivelando un segreto con il quale pensa di ritornare all’apice del potere, a tirare le fila degli altri come suoi burattini, ma è ben evidente – forse più al lettore che a lei stessa – che non ne ha più i mezzi, come se la storia fosse andata avanti solo per gli altri, arricchiti di un’esperienza che lei non ha avuto, e lei fosse rimasta al di fuori degli eventi e del cambiamento, feticcio consunto di rabbia e rancore che non troveranno soddisfazione.

Perfettamente a suo agio nei periodi storici nei quali ambienta i suoi romanzi, Simoni padroneggia questo genere di narrativa con talento ed efficace resa suggestiva. I chiaroscuri dei vicoli, dei monasteri, dei chiostri, dei palazzi mantengono un’atmosfera obliqua, nella quale si calano perfettamente quei segreti, quelle cospirazioni, quegli ambigui interessi che muovo i personaggi.

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