“La bisbetica domata” di William Shakespeare

Recensione di Eleonora Papp

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La morte di Franco Zeffirelli mi ha improvvisamente richiamato alla mente la sua versione de “La bisbetica domata” di William Shakespeare. La vicenda mi ha sempre affascinata, anche se ha suscitato in me sentimenti discordanti. Tralasciando il cappello iniziale e la coda finale che sono essenzialmente estranee all’intreccio, esaminerò solo il filone principale della narrazione. Mi domando come sia possibile leggere la parte finale della vicenda di Caterina senza che si drizzino i capelli a qualsiasi donna udendo le parole, secondo cui bisognerebbe obbedire senza discussione al marito? Bisogna però tener conto anche del periodo in cui l’opera è stata scritta. In questo senso è molto interessante notare che la protagonista è una giovane donna che non si piega ai pregiudizi che la vogliono intenta ai semplici lavori femminili. Caterina rifiuta che l’unica prospettiva per lei sia quella di sposarsi, pur essendo molto agiata. In questo dramma Shakespeare incanala prepotentemente nel teatro rinascimentale e barocco la figura femminile proterva e capricciosa che ci veniva dalla tradizione greco-latina di Semonide d’Amorgo (frammento 7 “Biasimo delle donne”) e di Giovenale (Satira VI) e da quella italiana, ad esempio dalla “Favola di Belfagor arcidiavolo” di Niccolò Machiavelli, novella in cui neanche il diavolo riesce a piegare al suo volere la moglie toppo decisa.

Il riferimento alla natura di Caterina, molto simile a quella della tradizione italiana della moglie del demonio, è anche suggerito dai vocaboli “diavolo” che appaiono abbastanza numerosi nel primo atto della commedia. La vicenda si svolge in due luoghi principali: all’inizio le scene si aprono su Padova, nella casa del signor Battista Minola, padre di due fanciulle da marito, Caterina e Bianca, la sorella minore della bisbetica Caterina. Il signor Battista è deciso a non dare in sposa Bianca prima che Caterina sia sposata. I pretendenti di Bianca si propongono quindi di dare uno sposo a Caterina e la sorte offre a uno di loro proprio un amico, non visto da lunga pezza. Si tratta di Petruccio, giovane possidente terriero di grande prestanza fisica, ma senza liquidità finanziaria, disposto a sposare qualunque donna, purché fornita di una ricca dote. In circostanze comiche e alquanto strane il matrimonio verrà celebrato e le nozze si terranno a Padova. La scena si sposterà poi a Verona nella dimora di Petruccio che non permetterà alla moglie di mangiare, bere, dormire o indossare abiti convenienti al loro rango, fingendo tuttavia che tutto avvenga per favorirla. Poi la storia avrà una sua continuazione di nuovo a Padova per le nozze della sorella Bianca con Lucenzio, un giovane studente pisano, il più scaltro dei pretendenti. L’ultima parte delle vicende quindi si svolgerà di nuovo a Padova. Durante il banchetto Caterina e le altre due giovani spose si ritirano in un’altra stanza, lasciando da soli i loro mariti. Gli sposi novelli parlano della bellezza e dell’obbedienza delle loro consorti e compiangono Petruccio a cui è capitata una vera bisbetica. Petruccio propone di fare una scommessa affermando che sua moglie sarà la più obbediente. Quando i tre uomini chiameranno le loro mogli, l’unica a venire immediatamente sarà proprio Caterina.

Se all’inizio della commedia Caterina è un vero e proprio diavolo in gonnella, anche il marito Petruccio ha un carattere “diabolico” e di conseguenza la lotta tra i due avviene a un livello quasi alla pari. Diciamo ad un piano quasi equivalente perché Caterina, in realtà, è isolata dal suo ambiente naturale, è sola a combattere la sua battaglia. Ad ogni modo Petruccio, benché sia partito con interessi di mero carattere pecuniario, visto che è tutto proteso a procurarsi una grossa dote, si distingue dalle altre figure maschili, come per esempio il padre di Caterina e Bianca che, in fin dei conti, affida le sue due figliole a coloro che offrono di più. Risultano abbastanza insignificanti anche le figure di Bianca e di Lucenzio che si rivelano convenzionali e forse un po’ ipocrite.

Come termina veramente la fabula che costituisce il corpo vero della commedia? Come ho anticipato all’inizio, la fabula è convenzionale e legata agli schemi antifemminili dell’epoca, però il regista in ogni occasione può intervenire interpretando a modo suo la fine. Nel film di Franco Zeffirelli, per esempio, Caterina, dopo che ha pronunciato il suo predicozzo, se ne va e il forte e volitivo Petruccio è costretto a correrle dietro. Ma comunque si voglia interpretare la commedia, essa si allontana dagli schemi dell’epoca, propone delle novità e risulta, nonostante tutto, anticonvenzionale.

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Una risposta a “La bisbetica domata” di William Shakespeare

  1. patrizia debicke ha detto:

    Grande Franco

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