“Settembre 1972” di Imre Oravecz (Anfora)

Risultati immagini per “Settembre 1972” di Imre Oravecz (Anfora)Recensione di Eleonora Papp

Imre Oravecz è un poeta e traduttore ungherese contemporaneo, nato nel 1943 nell’Ungheria nord-orientale. Ha studiato lingue (ungherese, inglese e tedesco) e scienze umanistiche, prima a Debrecen, poi ha perfezionato le lingue e la linguistica nello Iowa, dopo è tornato a Budapest e infine si è perfezionato all’Università dell’Illinois. Ha potuto pubblicare il suo primo libro solo nel 1972 in quanto è stato a lungo considerato dissidente politico. Emigrato negli Stati Uniti, ritornò in patria nel 1990 per divenire docente universitario e redattore di diversi giornali, nel 2003 fu anche insignito dell’ambizioso premio Kossuth, la maggiore onorificenza ungherese. La sua opera principale è Settembre 1972, un romanzo in versi o più precisamente un insieme di composizioni in prosa. La data allude alla fine della vicenda d’amore a cui lo scrittore ripensa anche a distanza di venticinque anni.

Come segnala l’autore, il libro, pubblicato per la prima volta nel 1988, non è propriamente un diario, anche se inizialmente era nato sicuramente come una specie di confessione di una sofferenza d’amore, destinata alla propria scrivania, senza l’indicazione degli avvenimenti cronologici. Quest’opera è stata scritta a matita e con una macchina da scrivere ed era conservata all’inizio in forma grezza in un consunto raccoglitore. Anni dopo lo scrittore, scrutandosi dall’esterno, riprese i fogli, ormai irrimediabilmente mescolati senza ordine alcuno. Con una certa carica di improvvisazione diede loro la forma che possiamo ammirare ancora oggi nella sapiente traduzione di Vera Gheno, che ha già raggiunto la seconda edizione riveduta nel 2019, per i tipi della casa editrice Anfora.

Il romanzo è composto di 99 capitoli, alcuni brevi, altri un po’ più lunghi, che costituiscono una sorta di mosaico. La voce narrante di quest’opera musiva parla in prima persona, ma non coincide tout court con lo scrittore, è piuttosto un personaggio che si suddivide in più figure. Allo stesso modo il tu, la seconda persona singolare, a cui si rivolge il protagonista, non è una specifica donna, ma è la controparte del personaggio principale in più forme. Oravecz, che descrive in realtà tante donne, tanti tasselli del mosaico, si sofferma in particolare su una donna straniera, che per lui rappresenta l’eccezionalità. All’inizio il protagonista racconta i primi incontri, le fasi dell’innamoramento, i viaggi, gli incontri all’Università, frequentata da entrambi, lo scambio di lettere e cartoline inviate alla residenza dei genitori di lei, il matrimonio, l’aborto del primo figlio, la nascita del figlio comune, i primi tradimenti reciproci, i tentativi andati a vuoto di ricucire il rapporto, le vicendevoli accuse, il tentato suicidio di lui, il ricovero in clinica, la separazione prima corporale e poi psicologica, i colloqui e gli amplessi successivi, spesso solo immaginati dallo scrittore. In qualche modo la storia d’amore dal prologo all’epilogo richiama in forma moderna, originale, crudele, prosaica e disincantata il prosimetro dantesco de La Vita nova di Dante e, ancora più a ritroso nel tempo, la complicata vicenda d’amore del Liber catulliano. La donna di Oravecz all’inizio appare circondata dal sole splendente, avvolta dal vapore come una nuvola, ha i capelli biondi, ma non è ideale, angelicata, metafisica e pura come la Beatrice dell’Alighieri, è sicuramente passionale, a volte ingenua, a volte lussuriosa, senza tuttavia diventare immorale, mobile e capricciosa come la Lesbia di Catullo. È una donna che sostanzialmente ricambia l’amore del poeta, ma non riesce a sopportare a lungo la convivenza e l’assoggettamento ad un uomo solo. È una donna che cerca l’indipendenza, che non vive in posti idilliaci, ma lavora in un ufficio.

Oravecz sembra richiamarsi al poeta di Sirmione quando alla pagina 33 dell’edizione italiana scrive: “e vennero i giorni, le settimane, i mesi, gli anni, e venni anch’io e andai anch’io, di paese in paese, di città in città, di stanza in stanza”, ma, a differenza di Catullo e di Ugo Foscolo, non pensa al cenere muto di un fratello morto. Sognerà però il primo figlio comune, mai nato, su un logoro autobus, senza numero.

Come Pierre Ronsard, anche Oravecz alla pagina 115 prova ad immaginarsi la sua “unica” donna a distanza di anni, ma poi, dopo vari vaneggiamenti, rinuncia, ancora preda dei ricordi amari e della passione bruciante.

Come ha scritto l’emerito professor Péter Sarközy, il libro di Imre Oravecz “è uno dei più grandi capolavori della poesia d’amore ungherese del Novecento”. Vale la pena leggere quest’opera che affascina per il suo stile spesso antifrastico, asettico e oggettivo, autentico, del tutto privo di tabù. Imre Oravecz è acclamato da molti come il Ferlinghetti ungherese.

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