GRANDANGOLO: “L’ANIMALE CHE MI PORTO DENTRO” di FRANCESCO PICCOLO (EINAUDI)

Risultati immagini per "L'ANIMALE CHE MI PORTO DENTRO" di FRANCESCO PICCOLO (EINAUDI)Recensione di Marco Valenti

Tre anni dopo la sua ultima pubblicazione Francesco Piccolo torna in libreria [sempre con Einaudi] e lo fa con un volume che già dal titolo lascia poco o nulla all’immaginazione. C’è tutto il succo del libro in quelle cinque parole che richiamano la canzone di Battiato. L’animale è dentro tutti noi. Bisogna solo saperci convivere [prima] e provare ad eliminarlo [poi]. Facile a dirsi. Meno a metterlo in pratica. Siamo però [obbligatoriamente] costretti a provarci. Lo dobbiamo a noi stessi, ma non solo.

“L’animale che mi porto dentro” è autobiografico solo in apparenza. Piccolo si racconta per raccontare. Cerca di spiegarsi [e di conseguenza di spiegare] che cosa significhi essere [e vivere] “da uomo” nell’Italia contemporanea. Racconta quelli che sono i ragionamenti, i comportamenti, le quotidianità, i pensieri [non sempre edificanti] che caratterizzano gli uomini italiani del dopoguerra.

Ci sono a suo dire alcune caratteristiche comuni a tutti da cui è molto diffcicile divincolarsi che fondano lo proprie radici in elementi culturali ed in parte generazionali legate all’ambiente dal quale proveniamo. Il contesto socioeconomico narrato nel libro [che parte dall’adolescenza dell’autore] è oggi sicuramente mutato ma non sono altrettanto mutate le consuetudini che ci circondano. Non siamo più nella Caserta degli anni ’70 ma le cose pare non siano cambiate di molto. Siamo sotto l’occhio opprimente della “società”. Condizionati ben oltre quello che pensiamo. Chiusi coi nostri pensieri troppo “scomodi” per essere resi pubblici.

Quello di Piccolo è uno stratagemma che funziona. Raccontare la vita degli altri, dei molti, dei suoi simili attraverso la propria, grazie alla consapevolezza che in linea di massima le situazioni sono assolutamente sovrapponibili. Siamo da sempre abituati a considerare l’ambiente [familiare e sociale] come condizionante per la condizione femminile, con “L’animale che mi porto dentro” c’è il tentativo di ribaltare la visione andando a considerare gli stessi fattori rispetto alla crescita ed allo sviluppo maschile. Ne emerge un quadro in cui il branco influisce in modo nettamente negativo sulle pulsioni e sui pensieri dei ragazzi che finiscono per cedere agli stereotipi della comunità maschile. Con la conseguenza che il tentativo di sfuggire alla legge del branco naufraga inesorabilmente.

Siamo ciò che la società ci impone di essere?

Assolutamente sì verrebbe da rispondere a fine lettura.

Secondo l’autore alcuni caratteri non sono modificabili [e non a caso alcuni comportamenti non sembrano difatti modificarsi nonostante il passare degli anni] mentre secondo me [e in parte forse lo dice anche tra le righe lo stesso autore] è in atto una [lenta] rivoluzione culturale [il cui climax non vedremo per ragioni anagrafiche] che porterà ad uno stravolgimento tale che la perdita di queste caratteristiche comuni non potrà che essere l’unica conclusione.

Siamo come “scissi” tra due componenti tra loro complementari ma al tempo stesso inconciliabili. Una parte “animale” appunto ed una “razionale” o sentimentale. La prima è quella in cui a condurre le danze è il testosterone, per cui ogni donna diventa una preda potenziale in barba ad ogni bon ton. Ed una che è l’esatto opposto, in cui il desiderio carnale lascia spazio al sentimento, venendone totalmente rimpiazzato, in cui abbondano pensieri “nobili”. Due posizioni che non potrebbero essere tra loro più distanti ma che fanno parte in modo indissolubile della nostra realtà di maschi italiani. Sesso ed amore sono dunque le due discriminanti che ci permettono di catalogarci come sopra. Sesso ed amora visti come contrastanti ed inconciliabili ma presenti contemporaneamente in noi stessi e nei nostri confusi pensieri.

Quello che ho molto apprezzato nel libro è il fatto di provare a racccontare le cose per quello che sono, senza prendere una posizione netta, senza chiamarsi fuori rispetto a comportamenti riprovevoli, senza auspicare ad una redenzione o ad una salvezza. Raccontare semplicemente una storia che possa servire a far riflettere. Piccolo non fornisce risposte, limitandosi ad instillarci il tarlo del dubbio. Scelta che mi sento di condividere in toto. Non fosse altro che per il fatto di lasciare che siano i lettori a farsi un’idea propria, anzichè enunciare una tesi bella e pronta. Non risolve i problemi. Preferisce presentarceli per quello che sono. Storie comuni di persone comuni. Magari non edificanti e spesso “ai limiti” ma reali e tangibili. Storie che abbiamo vissuto tutti quanti. Diffuse ad ogni latitudine e non solo in quel meridione che ci racconta.

Un libro “al maschile”? Forse. Interpretandolo in un modo che non mi sento di condividere potrebbe anche essere. Prima di tutto però è un libro. E già questo è un buon punto di partenza. Più che il pubblico a cui si deve rivolgere è il tipo di approccio la chiave di lettura che ritengo fondamentale. In seconda analisi credo che sia superato e riduttivo distinguere i libri coniugandoli tra i sessi a seconda del contenuto. Esistono libri buoni, che lasciano qualcosa dentro e libri assolutamente inutili. “L’animale che mi porto dentro” fa parte della prima categoria. Senza ombra di dubbio.

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