GRANDANGOLO: “IL CONFINE” di DON WINSLOW (EINAUDI)

Il confineRecensione di Marco Valenti

Dopo le 719 pagine de “Il potere del cane” [2005] e le 896 de “Il cartello” [2015] ecco arrivare a chiudere la trilogia le 928 del recentissimo “Il confine”. Se questi sono i numeri della monumentale opera di Don Winslow capite bene quanto possa essere arduo approcciarsi ad un autore del suo calibro [e della sua portata]. E oltretutto farlo cercando di ridurre al minimo [per ragioni di spazio] le considerazioni su un’opera di tale importanza [e grandezza]. Posso senza dubbio dire che quella che sto scrivendo possa essere considerata ad oggi l’impresa più ardua con cui mi sia dovuto cimentare sulle pagine di Libroguerriero. Non me ne vogliano gli altri autori che ho recensito. Non si tratta di fare dei paragoni. Cosa che oltretutto considero inutile e poco indicativa del valore di un romanzo, dal momento in cui buona parte del giudizio risiede nel [mio] gusto personale. La difficoltà sta invece nella mole di pagine di cui si compone la sua opera, nella moltitudine di contenuti che emergono prepotenti pagina dopo pagine e nel dover analizzare il tutto senza dilungarmi troppo o svelare particolari che possano anticipare gli eventi narrati.

Non avrei mai detto di ritrovarmi tra le mani la terza e definitiva parte a soli quattro anni di distanza dalla precedente, visto che dalla prima alla seconda di anni ne erano passati ben dieci. Ed invece questo prepotente inizio d’Estate ha portato in dote le quasi mille pagine con cui si chiudono le ostilità per l’eroe atipico Art Keller, che lo stesso Winslow vede come “un uomo semplice, che cerca di mantenersi onesto in un ambiente ostile. Questo lo rende eroe. Il narcotrafficante o il mafioso non sono eroi. Eroi sono i cento giornalisti ammazzati in Messico, le donne che sono state uccise a Ciudad Juarez, gli studenti uccisi perché manifestavano, i militanti che denunciano la corruzione.”

Entro nella libreria di fiducia alle porte di Firenze e trovo in bella mostra “Il confine”. La ricompensa migliore per essermi messo in marcia sotto l’opprimente canicola estiva. Improvvisamente tutto cambia. Ogni altro piano avessi in mente [o addirittura in atto] viene accantonato in favore di Winslow e del suo romanzo. Riesco a finirlo in un tempo relativamente breve, cercando di ritagliarmi uno spazio per leggerlo praticamente ovunque [non ultimo sul lavoro] e mi trovo improvvisamente svuotato. Come se il peso di quasi tremila pagine mi fosse caduto addosso tutto in una volta. La prima cosa che mi viene in mente è la malsana idea di rileggere tutto da capo, di fila. Per godere ancora un pò delle gesta di Art Keller e dei suoi demoni interiori, che finalmente vengono a chiedergli il conto. Fa però troppo caldo per imbarcarsi in un’impresa del genere. Meglio riparlarne a settembre, durante il mese di ferie…

Entrando nel dettaglio del romanzo la sequenza temporale riprende laddove ci eravamo lasciati poco meno di un lustro fa con “Il cartello”. La droga e il potere esercitato da chi la produce e la distribuisce sono ancora il fulcro della narrazione. A cui dobbiamo aggiungere le traversie intestinte di Art Keller alle prese con una resa dei conti che si profila sin da subito come ulteriormente improcrastinabile. I nodi vengono al pettine prima o poi. E per Keller non c’è più tempo. La data di scadenza è vicinissima. Sono i giovani della terza generazione di narcos a prendere le redini di quell’impero che è stato dei loro antenati più recenti e a cercare di riportarlo ai fasti di un tempo. Il tutto mentre Art Keller viene nominato a capo della DEA. Carica che gli porta più guai che benefici. I nemici infatti si annidano ovunque, soprattutto al di qua di quel confine [ipotetico] che separa i buoni [gli statunitensi] dai cattivi [i messicani]. Non c’è confine che tenga. E nemmeno un muro come in questo caso. I sentimenti sono univoci anche se stanno da una parte o dall’altra di questo ipotetico confine. Art Keller è stato da entambe le parti, pur se mosso da motivi “nobili” e in ogni situazione ha cercato di muoversi come meglio ha potuto. Non senza lasciare segni indelebili del suo passaggio. Segni che come cicatrici mai guarite del tutto porta addosso e rivede ogni mattino in cui al risveglio si guarda allo specchio.

Ad una prima analisi appare evidente come siano non poche le analogie con la nostra situazione attuale.

Il muro da erigere sul confine [che lo stesso Trump dice di voler fare ma che non si farà mai e men che meno alle sue condizioni] è totalmente sovrapponibile con i “porti chiusi” di casa nostra. Tanto assurdo e delirante quanto assolutamente inutile, visto che i problemi, quelli veri sono già a casa nostra. Ce lo dice chiaramente Winslow nelle quasi mille pagine del libro. I problemi sono quelli di convivere con le proprie scelte e con chi li dipinge il più debole come la minaccia più grande.

Quello di Winslow è un libro che va oltre il genere “crime” [giusto per fare un pò l’americano]. È un romanzo che come detto sopra è autentica Letteratura, di quella epocale. Da tragedia shakespeariana. Pur lasciando da parte le parole [peraltro condivisibili] di Stephen King che lo ha definito come “un romanzo sociale al livello di Tom Wolfe e John Steinbeck. Attento, furente, pieno di suspence, a tratti comico, e sempre avvincente. Un libro duro ma importantissimo”, crediamo di poter comunque elevare Don Winslow al livello dei più alti rappresentanti della letteratura contemporanea. La sua scelta di mostrare la realtà per quello che è senza mitizzare nessuno funziona. Così come invece non funziona la “guerra alla droga” del governo statunitense, dal momento che nessuno negli USA ha ancora capito che «Il cosiddetto problema della droga non è il problema della droga messicano. È il problema della droga americano. Non c’è venditore senza un compratore».

Il mondo di Art Keller non è distopico nonostante sia raccontato in un romanzo. È un mondo estremamente familiare. E anche per questo più inquietante. Paragonabile a quello dei combattenti dello Stato Islamico in Medio Oriente. Dove è la tecnologia l’arma più pericolosa in mano ai criminali. Come ricorda Winslow “Terrorismo e narcotraffico sono da sempre parenti stretti. Oggi le loro tattiche si somigliano sempre più, così come le misure per contrastarli, vedi militari e forze speciali. Adesso l’Isis ci spaventa con i suoi video. Ma i narcos messicani lo fanno da anni. Internet e i social media sono un’anarchia dove i criminali diffondono il male. Ma c’è un pericolo peggiore, morale. L’assuefazione degli spettatori a questo orrore. Che, del resto, è una sorta di istinto di sopravvivenza. L’anormale diventa la norma, e la nuova norma è la barbarie. In questa confusione tra media e realtà, la nostra coscienza si affievolisce. Mai come oggi, lo show dell’orrore vale molto di più dell’orrore in sé, anche perché i mezzi per propagarlo sono maggiori e più potenti.”

Difficile dargli torto. Dopotutto siamo o no nella società dello spettacolo? E visto che di “spettacolo” stiamo parlando, recentemente ho letto che dovrebbe uscire negli USA [credo su FX] una serie televisiva ispirata alla trilogia. Per quello che mi riguarda l’augurio è che non se ne faccia niente e che tutto resti esattamente come è ora. Tralasciando il fatto che un impianto letterario così vasto come quello di Winslow credo sia [molto] difficilmente replicabile sullo schermo, il problema sostanziale per me è un altro. Per una volta, non possiamo lasciare che la letteratura [e in questo caso Letteratura con la L maiuscola] resti l’unica testimonianza di un talento indiscusso come il suo? Dobbiamo per forza ridurre sempre tutto ad un prodotto televisivo? Siamo così dipendenti dal piccolo schermo al punto di non riuscire a concepire nulla che esuli dall’ex tubo catodico? Siamo la quintessenza della passività. E poi ci chiediamo perchè si vendono sempre meno libri…

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Una risposta a GRANDANGOLO: “IL CONFINE” di DON WINSLOW (EINAUDI)

  1. patrizia debicke ha detto:

    molto buona

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