“L’attentato di Sarajevo” di Georges Perec (Nottetempo)

Risultati immagini per "L’attentato di Sarajevo" di Georges Perec (Nottetempo)Recensione di Nuela Celli

Soltanto uno scrittore appassionato di isogrammi, lipogrammmi e parole crociate poteva creare un libro, tra l’altro avvincente, che pone un parallelo tra l’attentato di Sarajevo, sì, proprio lui, quello famoso sopra tutte le altre gesta insurrezionali, poiché fu usato come miccia per far esplodere la prima guerra mondiale, e la conquista di una donna, la calma e tenera Mila, che il protagonista vuole avere per sé, nonostante ami Branko e il suo cuore sia orientato altrove. Per un’appassionata di storia, quale io sono, ‘L’attentato di Sarajevo’ è un titolo irresistibile. Ho pensato molte volte a Gavrilo Princip, un singolo individuo, coadiuvato da un gruppo sparuto e da scarsi appoggi sul territorio, animato da un’idea che incendiava milioni di persone, interi popoli, il cui atto, per tali ragioni, ha avuto conseguenze macroscopiche. Quanti attentatori sono riusciti, uomini soli, dalle ossessioni febbrili e la volontà implacabile, spesso aiutati da coincidenze fortuite, a compiere un gesto che ha avuto conseguenze abnormi, laddove capi di stato e trattati non erano riusciti prima di loro? Non molti. L’italiano Felice Orsini, per fare un esempio, fu uno di questi. Dopo aver ideato e partecipato insieme a un gruppo di mazziniani all’attentato ai danni di Napoleone III, che si salvò per miracolo, poco prima di salire sul patibolo commosse l’imperatore con una lettera in cui lo pregava di aiutare l’Italia a liberarsi dall’Austria e da ogni altro ostacolo verso l’unità, non chiedendo quindi la grazia per sé, felice di morire per un ideale, ma per l’Italia e per tutte le nazioni oppresse. E Napoleone III, anche perché colpito dalle sue parole, vinse le proprie titubanze e in seguito firmò gli accordi di Plombières, fondamentali per la nascita della nostra nazione. Ecco che un gesto singolo, collaterale, riesce a cambiare il corso della storia.

E rintracciare il filo conduttore tra l’attentato mosso da un giovane e pochi altri ai danni dell’Arciduca Francesco Ferdinando e di sua moglie Sofia, con un altro attentato, con un altro fatto di cronaca, anche se assai più banale, è la chiave di questo libro. Un libro scritto con uno stile a metà tra le memorie e la confessione, tra un resoconto verbale e una lettera, in cui si usa la narrazione per capire i propri sentimenti, forse per autoassolversi o per ammettere la verità, rovesciando addosso all’interlocutore, tenuto al laccio dal dispiegarsi di sentimenti e sensazioni in cui ci si immedesima sempre più, dubbi e certezze effimere, fino al riconoscimento delle proprie debolezze, o colpe. Un libro pieno di false e vere reticenze, in cui non si ricordano alcune motivazioni oppure non le si può dire, perché poi la prudenza non è mai troppa e scripta manent.

Quindi, una storia privata con epilogo a Sarajevo e un attentato, svoltosi nella stessa città, di cui si prendono le difese, a spada tratta:

L’intenzione era immensa, le conseguenze insignificanti. Che importa se oggi l’attentato di Sarajevo appare come una data maledetta. Per coloro che lo hanno preparato, per coloro che vi hanno partecipato, è il giorno indimenticabile in cui hanno provato, mettendo in pericolo la loro stessa vita, che volevano vivere liberi! Ecco, sì, ecco cos’è davvero questo attentato.

È di Sarajevo anche il professore che si reca a Parigi per scrivere la sua tesi. È un gran conversatore ed ha molti punti in comune con il protagonista, che gli diventa subito amico, anche se a breve, nel frequentarlo, alcuni suoi difetti diventano intollerabili, troppo fastidiosi: quel suo parlare in francese con piccoli errori che in capo a un quarto d’ora diventavano orticanti, la sua bruttezza, una bruttezza evidente, e quel gesticolare continuo, il suo non sapersi comportare, poiché è innegabile che sia un gran cafone, un gran cafone che, però, è così irritante da considerarsi un genio. Eppure, per noia, per curiosità, per una sincera amicizia che all’inizio è nata spontanea, la voce narrante continua a frequentarlo e in questo modo si imbatte in lei.

È tua moglie, chiede incuriosito guardando una foto, no, gli risponde Branko, è la mia amante, Mila, e sta per arrivare. E qui, tutto si aggroviglia.

Branko mi aveva stupito, ma ben presto ne ero venuto a capo. Lei, no. Lei mi scivolava sempre tra le dita, sfuggiva ogni volta alla definizione in cui tentavo di confinarla. Forse, in parte, è anche per questo che me ne innamorai.

Cos’è l’amore? Cos’è l’ossessione amorosa? Quando a una sensazione si sostituisce un sentimento? Quando una pazzia, un cruccio, un desiderio si solidificano e diventano progetto di vita, promessa mantenuta? Quando invece tutto scivola via? E qual è il movente di certe conquiste? Ma soprattutto, quanto conta il movente e quanto la conquista in sé?

Per concludere: giudicando insufficienti i termini “amore, tenerezza, calma” per rendere conto di quello che, a più riprese, ho potuto sentire per Mila, prendo coscienza della mia completa incapacità di ricordarmene, dichiaro nulle tutte le spiegazioni che ho potuto dare precedentemente riguardo a questa incapacità e la giustifico a questo punto nel seguente modo: dato che il mio viaggio in Jugoslavia, motivato da tormenti sentimentali, è terminato in un modo che non mi aspettavo affatto e che non potevo prevedere, Branko si è trovato per puro caso ad assumere un’importanza considerevole di cui tengo conto mio malgrado, nel rievocare i miei ricordi, e ciò ha l’effetto di sminuire Mila che, in molte circostanze, passa in secondo piano (o meglio, mentre parlo del mio legame con Mila, devo rispondere di alcune azioni che, anche se conseguenze della relazione stessa, tuttavia non erano forse necessarie).

Due sono i lati più affascinanti di questo romanzo d’esordio di Georges Perec, che si sappia, l’unica sua opera ancora inedita in Italia, un romanzo accantonato, dattiloscritto e passato di mano in mano fino al ritrovamento e alla pubblicazione, postuma, nel 2006.

Il primo è dato dallo stile, concitato, a tratti lirico, introspettivo, a tratti telegrafico e sbrigativo, in poche parole molto attuale, quasi teatrale. Il secondo lato riguarda la trama, il suo dipanarsi che con estrema perizia psicologica avviene sempre ‘all’ultima parola’, in uno sproloquio interiore con il quale, in realtà, il protagonista ci tiene costantemente sulle spine. E profondere tante parole senza dare l’idea di sperperarle non è da tutti. Per finire, il parallelo con l’evento storico che fu il casus belli della prima guerra mondiale è ardito ma affascinante.

L’autore si interroga sulle responsabilità e sui condizionamenti, ambientali, emotivi, politici, di tale avvenimento. Il caso, di cui tutti siamo vittime, la volontà, di un singolo o di un popolo, le passioni: sia nella Storia con la esse maiuscola, sia nelle storie individuali, non è facile determinare le cause degli eventi, le loro conseguenze a medio e lungo termine e le responsabilità dei vari attori in scena.

In questo caso il protagonista sembra autoassolversi, così come assolve Gavrilo Princip dall’aver scatenato un conflitto che aspettava soltanto un pretesto per mettere a ferro e fuoco l’Europa e il mondo. Il giovane attentatore lottava per la libertà, non di certo per la distruzione, così come il nostro protagonista si muove sulla scia della sua passione per la vita e per i palpiti del cuore, il quale, si sa, è sempre un fattore altamente imprevedibile.

Di tanto in tanto allungavo il braccio per prendere le sigarette e l’accendino. Ogni volta che tirava una boccata, intravedevo la bellezza inquietante di quel viso, insieme calma e tormentata. Non so dire se sia stato felice o infelice, so solo che ne fui sconvolto.

Quella tra il protagonista, un francese che non sa una sola parola di serbo, e Mila, che vive a Belgrado ed è l’amante di un professore bosniaco, è una storia umana, di passione, desiderio e rivalità tra due uomini a cavallo di nazioni e culture che si sono incontrate e scontrate per secoli, uscendo ridisegnate dalle due grandi guerre, con cicatrici e consapevolezze indelebili, scritte nel dna delle nuove generazioni. Ed è sempre forte la tentazione di capire quanto ci fosse, nella piega che hanno preso gli eventi, di dettato dalle inclinazioni irrinunciabili di un individuo e di un popolo, quando di dovuto al caso e quanto al libero arbitrio, ovvero, a una fredda e cinica premeditazione. Nel porci questi dubbi, con abilissimi paralleli e un flusso di coscienza che dubita di se stessa inducendo anche noi a dubitare e a porci domande contraddittorie, Georges Perec si dimostra il grande autore che conosciamo, con un vissuto e un’infanzia tanto traumatici che, forse, l’amore per gli artifici letterari e i giochi di parole fu, per lui, un ulteriore tentativo di governare e gestire il flusso di consapevolezza utilizzato per interpretare il mondo circostante, uno smontare la parola che deve smontare, a sua volta, la realtà, ovvero, uno schermo sullo schermo. Il tutto condito da una sottile ironia, che è, alla fine dei conti, una protezione battericida che ci permette di avvicinarci e affondare con le mani nel concreto della vita con meno danni possibili.

L’uso abilissimo della parola e un sottile sarcasmo autoironico seguono, passo dopo passo, tutta questa coinvolgente storia di passione, come una storia di passione, tra le giovani generazioni e la loro patria, fu quella che ebbe l’epilogo che sappiamo a Sarajevo.

Ancora una volta devo confessare di non essere stato sempre onesto. Ho nascosto alcune cose, cose da niente comunque, paragoni fortuiti, associazioni insolite, perché avrebbero potuto indurre a dare di questa avventura un’interpretazione che giudicavo falsa e un po’ pericolosa. Ma, per forza di cose, più mi avvicino all’epilogo e più ho dei dubbi. La questione essenziale per me sarebbe sapere se quello che è successo è stato determinato o fortuito. Dato che, insomma, non posso tergiversare, non posso inventare, non posso modificare, non posso mentire oltre un certo limite.

E per scoprire il finale delle vicenda amorosa tra Mila, Branko e il protagonista, il libro va letto tutto d’un fiato e fino all’ultima parola. Soltanto allora l’autore scoprirà le sue carte e il lettore si potrà fare un’opinione, sempre personalissima, certo, su come andarono realmente le cose.

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