“In serbo” di Milica Marinkoviĉ (Les Flâneurs)

Risultati immagini per in serbo milicaRecensione di Raffaella Tamba

Al suo secondo romanzo, ma il primo scritto con passione in lingua italiana, la giovane Milica Marinkoviĉ (nella foto, sotto), nata in Serbia, laureatasi a Belgrado e perfezionatasi in Italia, all’Università di Bari, ci schiude un mondo straordinario dove, nell’atmosfera drammatica di una guerra non voluta, non compresa, di un’estenuante convivenza con la paura dei bombardamenti, trapela un’umanità profondissima, primordiale, eterea, immortale. Un’umanità di persone semplici le cui vite sono dominate da quei sentimenti che hanno determinato, a livello individuale, lo sviluppo della civiltà: l’amore forte, il rispetto per le tradizioni e gli usi comuni, un istinto, il più delle volte razionalmente domato, a trasgredire quegli usi quando si rivelavano freddamente incongruenti con le aspettative di felicità.

Mila, la protagonista, dietro la quale l’autrice riversa tanto di se stessa e della propria infanzia, ha dodici anni quando la guerra le si presenta per la prima volta come un’ombra lontana, che lascia percepire la propria presenza fissa seppure ancora indistinta, poi “non sai come scrollartela di dosso, l’ombra, ti segue ovunque, ti angoscia. Tu fai finta di niente, ma sai che prima o poi la dovrai affrontare”.

E lo dovrà fare nella primavera del 1999, quando scoppia quella guerra che mette la Serbia sotto lo scacco dei bombardamenti occidentali per 78 giorni: “Settantotto giorni di guerra senza nemmeno un momento di tregua. Anzi, settantotto giorni di aggressione, perché nessuno nel mio paese ha mai usato il sostantivo guerra per riferisi a ciò che è accuduto. Si chiama’aggressione’ e lo è davvero. La guerra si fa quando ci sono due parti che combattono. Qui non si combatteva. C’era soltanto una parte che attaccava e l’altra che cercava di proteggersi”. La delusione maggiore è la sensazione di tradimento che la fa crescere tutta in una volta: dall’ingenuo entusiasmo per la lingua e la letteratura francese che l’aveva conquistata a scuola, al senso di smarrimento nel constatare che proprio in Francia, a Rambouillet, stavano progettando l’intervento armato contro il suo paese. Stavano progettando lo sconvolgimento delle loro vite.

Risultati immagini per Milica MarinkoviĉFu detto a tutti gli abianti di lasciare le loro case ed occupare i sotterranei della città, ma la famiglia di Mila, come tante altre, preferì il bosco.

I preparativi le sembrarono quasi quelli di una vacanza, fino al momento in cui realizza lucidamente che deve abbandonare la casa in cui è sempre vissuta: “Mi chiedevo se l’avrei rivista ancora o se quella era l’ultima volta. La pregavo di aspettarmi, perché sarei sicuramente tornata dal bosco. La pregavo di perdonarmi, perché mai più avrei voluto vivere a Parigi né in nessun altro luogo. Le dicevo che lei era la casa dei miei sogni. Le ripetevo che era bellissima, che lei era mille volte più di un castello principesco. Le dicevo che lei era l’unica Casa Bianca per me. Quella di Washington era sporchissima al confronto. E mi sa che mi ha creduto”.

Tutta la prosa del romanzo scorre come limpida e ondeggiante come la narrazione di una ragazzina che già padroneggia perfettamente la scrittura ma che è ancora ingenua, lieve, sincera. Il registro narrativo è quello della fiaba che l’autrice sceglie per dare risalto all’esperienza di vita ritirata in un contesto che è tipicamente fiabesco, il bosco, e per predisporre il contesto alle storie vere di nana, la nonna, che entreranno all’interno della storia di cornice. Ed il bosco, proprio per la forza naturale che esprimeva, li ha accolti proteggendoli con i suoi colori e i suoi profumi, facendo sì che trascorressero quel periodo “in una strana pace, nonostante tutto (…) nella volonta di andare avanti, di non fermarci, di non cedere, di comportarci come se tutto fosse normale, come se non stesse accadendo nulla di strano”.

Le storie della nonna sono un potente mezzo di evasione: “Il mondo ha bisogno di storie, sopravvive grazie alle storie. A esse ci abbandoniamo senza nemmeno saperlo e ci lasciamo andare. Nel momento in cui la ascoltiamo, è la storia che prende il controllo su di noi. La storia lo afferra e lo tiene forte, il controllo. Ci stringe forte. Ci nutre di se stessa”.

I due racconti, quello di Jovan e quello di Senka, sono dei piccoli capolavori: il fresco linguaggio ed il fraseggio sintattico da pastorale, riescono a ricreare le atmosfere di un’epoca a cavallo tra la realtà e la leggenda, dove i personaggi esprimono sentimenti puri, forti, travolgenti. Si viene catturati dalla lettura, dimenticandosi del contesto temporale; i personaggi si stagliano come figure mitologiche nella potenza delle loro pulsioni emotive. Contemporaneamente, palpita la forza di un contesto di tradizioni e regole comunitarie consolidate nel quale quelle pulsioni individuali devono collocarsi; e se non ci riescono o non vogliono, quella stessa comunità li condanna ma senza privarsi e privarli della visione umana e solidale.

Il romanzo di Mila diventa una sorta di confronto continuo tra quella vita effettiva e reale che le viene così ingiustamente sconvolta, e le vite di un passato recente, quello di due o tre generazioni prima, che la nonna le racconta e che lei restituisce al lettore, come un dono, il tesoro dell’esperienza di chi è passato prima di noi attraverso le prove della vita, di chi ha amato, sofferto, gioito, perduto, prima di noi, di chi ha dovuto imparare l’accettazione, il perdono, la capacità di reagire, di chi ha dovuto scegliere se restare o andare, se sottomettersi ai dettami di una cultura non scritta, non imposta legalmente, ma forte della sua origine popolare e della sua spontanea e quasi religiosa tradizione o se, finalmente, liberamente, autonomamente, decidere della propria vita.

L’autrice sembra costruire con questo romanzo un ponte fra la propria infanzia, la propria cultura d’origine, la propria esperienza e quella di chi è venuto prima di lei, ma anche di chi, a lei contemporaneo, vive in altri contesti nazionali e culturali. Il ponte, per lei, è qualcosa di sacro perché è una sorta di costruzione che l’uomo ha voluto per annullare le distanze. E quando vede i ponti della sua terra crollare sotto i bombardamenti, non potrebbe assistere ad una peggiore dimostrazione di disumanità: “Che cosa si aspetta dalla vtia colui che distrugge i ponti? Come spiegare il ponte a chi non lo capisce, a chi non lo comprende? Come spiegare l’unione a colui che separa? Spesso l’uomo non sa che ogni azione in realtà è un ponte, altrimenti è inutile. Scrivere, tradurre, creare, produrre, offrire, donare, tendere la mano, aiutare, amare, comunicare, dialogare, vedersi, ascoltarsi, baciarsi, abbaracciarsi, tutto è un ponte. Solo così l’umanità può andare avanti”.

Mila, a dodici anni, non giudica e non sceglie per sé. Ascolta ed elabora, parla con la madre, con Ivan, l’uomo con il quale ha scoperto di condividere la casa abbandonata nella quale si recava per isolarsi e stare sola con se stessa. Ivan è l’uomo del presente, espressione di autorevolezza e nello stesso tempo di debolezza rispetto allo stress della società moderna, ai contrasti fra le pretese dei singoli ego e la disponibilità ad accontentare l’altro, anche quando l’altro è la persona amata. Mila, invece, nella dimensione di una guerra subita, perde di vista la prospettiva individualistica e cerca l’abbraccio dell’altro, della famiglia, della comunità. Anche quando si isola per evitare i soliti contatti con i coetanei, lo fa solo per immergersi di più nella propria cultura atavica, nelle emozioni che sente radicate in un passato condiviso.

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2 risposte a “In serbo” di Milica Marinkoviĉ (Les Flâneurs)

  1. patrizia debicke ha detto:

    ok

  2. vivababylonia ha detto:

    L’ha ripubblicato su VIVABABYLONIA.

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