“L’ombra di Caterina” di Marina Marazza (Solferino)

Risultati immagini per L’ombra di Caterina di Marina MarazzaRecensione di Raffaella Tamba

Marina Marazza, scrittrice e giornalista specializzata in tematiche di storia, società e costume, desiderava che questo su libro fosse un “romanzo corale, la ricostruzione di un tempo che ci sembra lontano ed è invece sorprendentemente uguale al nostro, per la semplice verità che l’essere umano è sempre quello”. E certamente ha colto l’obiettivo: Firenze, Vinci, ma soprattutto il borgo nel quale si svolge la vita di Caterina, accolgono il lettore con una precisione di dettagli, luci, ombre, odori, voci, suoni, silenzi, capaci di confondere il presente con quel passato. Pagina dopo pagina ci si cala nella realtà quotidiana di contadini e artigiani che lavoravano in parte per sé, in parte per il padrone del podere, che dovevano fare i conti con una vita di fatiche e di frequenti lutti, che non potevano permettersi di pensare prima a se stessi perché l’esigenza primaria era la sopravvivenza. Le prove erano tante, ma l’animosità che gli umili protagonisti di questa storia possiedono, la forza di accettare giorno dopo giorno ciò che il destino o gli uomini portano, è straordinaria, appassionante. Caterina è il personaggio che l’autrice ha voluto ricostruire caparbiamente, raccogliendo tutti i minuscoli frammenti che la Storia ha lasciato di lei i quali, aggiunti all’identità che la ricercatrice Elisabetta Ulivi aveva per prima dato alla madre ignota di Leonardo, hanno formato un ritratto femminile toccante nella capacità di conciliare, con sensibilità e consapevolezza, l’adesione alla mentalità del ceto e della tradizione sociale nella quale viveva e la coerenza alla propria mentalità, ai propri principi di etica e dignità.

Dopo un’estate appassionata e romantica di incontri segreti con ser Piero, rampollo di una famiglia dell’alta borghesia di Vinci, Caterina si accorge di aspettare un figlio. Contrariamente a quanto il lettore si aspetterebbe sulla scia di una tradizione storico-letteraria che ha consumato il classico tema della giovane povera sedotta e abbandonata, umiliata e diffamata, l’autrice presenta una realtà ben diversa. Al di là della reputazione sicuramente intaccata, la prospettiva di questa maternità, attraverso gli occhi della sorella maggiore Lisa che una vita di stenti, privazioni e sofferenze, ha reso se non saggia, sicuramente pratica e razionale, è sorprendentemente tutt’altro che negativa. Lisa sa bene che ser Piero non sposerà mai Caterina, ma sa anche che lui non avrà alcun danno da questa paternità, anzi, prima che gli arrivino veramente degli eredi, il figlio che Caterina gli darà sarà per la famiglia motivo di orgoglio. E di conseguenza di vantaggio per Caterina e indirettamente per tutti loro. E così infatti è: a partire dai genitori di ser Piero fino a Piero stesso, tutti festeggiano e proteggono la giovane, cessano di pretendere le pigioni dai suoi familiari che possono così mettere da parte qualcosa in più del ricavato del raccolto, predispongono ogni cura per il neonato, ospitando Caterina nella loro casa per tutto il tempo dell’allattamento. E Caterina, con un comportamento più intelligente di quello che normalmente una donna avrebbe in questo caso, non si dispera, non si ribella; accetta. Soffre, indiscutibilmente, per la fugacità del suo primo amore, per la contaminazione della propria immagine agli occhi dei compaesani e soprattutto, per la consapevolezza di dover abbandonare il figlio; di più, di dover celare ai suoi occhi il rapporto che li lega. Per lui, lei sarà sempre Cate, la balia di latte: “Perché io sono una contadina. Perché così vanno le cose. Perché un figlio appartiene al padre, non alla madre, è questo che conta, chi è tuo padre. Tua madre può essere chiunque, le donne non importano”. Le donne non importano, una frase davvero difficile da concepire oggi. “La bellezza se ne va con la gioventù” le aveva detto Lisa annunciando, pochi mesi prima, la propria decisione di accettare la proposta di matrimonio di Duccio del frantoio, pur consapevole della rozzezza e beluinità dell’uomo, “Quando si è poveri non si può andare tanto per il sottile”.

Le 400 pagine del libro scorrono veloci e appassionanti nell’altalenarsi della prospettiva del borgo e di quella della casata dei signori da Vinci, presentando un mosaico di figure storiche e inventate, assolutamente reali, vive e pulsanti di ‘normalità’, ‘attualità’ anche dal contesto storico in cui hanno vissuto. Lisa, la sorella di Caterina, è una delle personalità più forti e determinate del romanzo, pur se il destino sembra volerla schiacciare con il peso di una vita difficile per un marito violento, un figlio con deficit intellettivo, un lavoro sfiancante, una solitudine che resiste al chiedere qualsiasi cosa agli altri. Si accontenta, è concreta, rassegnata; ma è una rassegnazione che la rende forse superficiale, semplice, infelice, ma sicuramente infrangibile ai colpi di una vita che non le regalato nulla.

Come in ogni romanzo storico che si rispetti, uno dei più importanti protagonisti è il popolo, qui identificato da persone ben precise, con un nome e un soprannome, che esprimono nella loro semplicità, una cultura intrisa di credenze e superstizioni che a volte portano speranza o meglio cieca fiducia, ma più spesso atterriscono nell’attesa di una sventura nella quale nell’immaginario popolare piccoli gesti, eventi, coincidenze, si sarebbero inevitabilmente tradotti.

Accanto al fascino dei personaggi l’autrice ha saputo permeare il suo romanzo di un fascino sottile per le cose, i piccoli dettagli del quotidiano quattrocentesco fiorentino: il frantoio di Duccio, il tornio di Tonio, la vigna di Caterina e dei suoi fratelli, che a settembre raccoglie anche i vicini in una collaborazione gratuita alla vendemmia, tanto più festosa quanto più abbondante perché frutto poi di lavoro per tutti; abbigliamento, arredi, tradizioni, cibi, bevande, lavori domestici, riti, sono descritti in modo puntuale e minuzioso, rivelando una ricerca molto approfondita: “Preparare il pane era un gesto antico e su quel tagliere aveva impastoto mia madre e poi mia sorella e ora toccava a me. Coprii la grossa rotella di pasta grigio marroncina con un panno e me ne andai a dormire. La mattina dopo marchiai il mio pane col timbro di legno della famiglia, che mostrava una gallina col becco aperto, in modo da distinguerlo dagli altri quando veniva cotto nel forno del borgo”. Resta impressa la descrizione che la stupita Caterina fa della bottega del Verrocchio quando arriva per far visita a Leonardo: “Lì non si pitturava soltanto. Si batteva il metallo a caldo, si mescolavano impasti, si sminuzzavano colori, si incideva il legno, si preparavano ghirlande e stendardi, si dava forma alla creta, si disegnava col carboncino, si modellava con la cera, in un grande affaccendarsi di garzoni e in un gran cicaleccio di fondo”. L’invenzione conduce la trama, ma la storia le dà luce, colore, profumi.

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Una risposta a “L’ombra di Caterina” di Marina Marazza (Solferino)

  1. patrizia debicke ha detto:

    interessante

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