“Il leoni di Sicilia” di Stefania Auci (NORD)

Risultati immagini per Il leoni di Sicilia di Stefania Auci, NORDRecensione di Patrizia Debicke

Bagnara Calabra, 16 ottobre 1799. L’ennesima devastante scossa di terremoto, accompagnata dal rombo del tuono ha rotto il silenzio della notte, di contrada Pietraliscia svegliando Paolo Florio, sua moglie Giuseppina, Vincenzo, il loro figlioletto appena nato, Ignazio fratello minore di Paolo, e la piccola Vittoria, la nipotina, orfana di un altro fratello. E la memoria di tutti i Florio torna all’altro terremoto fatale quello del 1783, quando di Bagnara non erano rimasti che macerie e che li aveva resi orfani di madre… Per fortuna questa volta i membri della famiglia, fuggiti subito in strada, sono tutti salvi. Anche la casa è ancora in piedi, pur ferita gravemente e con le stanze invase dai resti delle suppellettili. Ma per Paolo, il fratello maggiore, che fa veci di capofamiglia, qualcosa si è spezzato. La paura è stata tanta, troppa. Paolo – in società con il cognato Paolo Barbaro, è padrone del San Francesco di Paola, uno “schifazzo”, robusta imbarcazione a vela siciliana indispensabile per commerciare via mare e di una “putia”, e cioè un negozio di spezie a Palermo: sarà lui a decidere di fare il gran salto.

Lasciare Bagnara, trasferirsi e andare a cercare un nuovo e migliore futuro a Palermo dove già viveva e commerciava una comunità di bagnaroti. Ignazio il fratello minore andrà con lui. “Cu nesci, arrinesci”. “Chi esce, riesce”. Facendo proprio questo vecchio proverbio siciliano che precede il prologo, nel 1799, Paolo Florio, dimostrando coraggio e preveggenza, taglierà i ponti con il passato e s’imbarcherà per Palermo con la famiglia. Sarà il primo scalino di una quasi leggenda destinata a far diventare i Florio “I leoni di Sicilia”. Nel 1799 Palermo era una piazza dinamica, facoltosa e che garantiva infinite opportunità, soprattutto dopo l’arrivo dei Borbone, Ferdinando IV di Napoli e Maria Carolina d’Asburgo, fuggiti da Napoli per colpa della rivoluzione. Nel 1799 infatti i giacobini avevano cacciato la monarchia, creando la Repubblica Napoletana. (Ma nel 1802 i Borboni tornarono a Napoli, chiudendo l’esperienza della repubblica con una feroce e sanguinosa repressione). Ciò nondimeno in quell’autunno del 1799, Palermo era il principale porto del reame e uno dei maggiori porti del Mediterraneo per attracco e commerci. Pertanto con queste premesse Paolo Florio, stabilendosi a Palermo, dove due anni prima, aveva preso in affitto un magazzino, un piccolo “fondaco”, in cui stivare le merci comprate lungo la costa per rivenderle in Sicilia, mirava al meglio per sé e per i suoi.

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Dal momento del loro sbarco, i due fratelli, Paolo e Ignazio, si rimboccano le maniche, partano in attacco di questo nuovo mondo e, superando ristrettezze, difficoltà economiche, traversie, ostacoli, maldicenza e peggio, cominciano a darsi da fare guardando avanti, irrequieti e ambiziosi, decisi a sfondare a ogni costo. Quel loro “fondaco”, quella “putia”, si trasformerà presto in un emporio ricco di cannella, pepe, cumino, anice, coriandolo, zafferano, sommacco, cassia, non solo spezie utili in cucina ma anche altre da usare come farmaci, quali la cortice, corteccia di un albero del Perù, l’albero della china che serve a curare la febbre, e poi i cosmetici. Un ricco emporio dunque ricolmo di “Profumi e memorie di terre lontane che in pochi hanno visto”. I fratelli Florio si staccano dai precedenti legami con il cognato si sono ambientati, e si fanno strada, Paolo con costanza, coraggio e forza, Ignazio con la perseveranza e il suo grande carisma. Insistono, capiscono l’importanza di stabilire contatti internazionali e di avere alleati inglesi. Firmano contratti, si impegnano, studiano nuove potenzialità. E ci riescono: in breve tempo, i fratelli Paolo e Ignazio fanno della loro bottega di spezie la migliore della città, poi avviano il commercio di zolfo, acquistano case e terreni dagli spiantati nobili palermitani, creano una loro compagnia di navigazione. Sempre più ricchi e più potenti, inseriti quasi completamente, ormai conquistati da Palermo, dalle sue strade strette con le case abbarbicate l’un l’altra che cercavano spazio per guadagnare un po’ di vista sul mare, dalle sue magnifiche chiese e dal possente dominio del montuoso massiccio del monte Pellegrino, ammantato dalla sua larga cintura di boschi. Solo Giuseppina, con l’occhio e il cuore rivolti caparbiamente indietro, stentava ad ambientarsi e provava ancora nostalgia per Bagnara, mentre cresceva il piccolo Vincenzo la sua “puddara”, la sua luminosa stella polare, che diverrà da adulto grande imprenditore e abile manovratore politico, padre di Ignazio Senior, futuro senatore del Regno d’Italia. Con lui, l’avvenire di Casa Florio sarà assicurato. Paolo muore troppo presto ma suo fratello Ignazio lo sostituirà alla testa della Florio in attesa che il nipote Vincenzo, ancora un bambino, cresca e sia pronto a spalleggiarlo. E quando infine Vincenzo lo affianca, lo slancio della famiglia decolla, inarrestabile. Nelle cantine Florio, quello che era un vino da poveri – il marsala – con gli aromi marini della sua terra viene trasformato in un prelibato nettare degno della tavola di un re. Alla tonnara di Favignana, Vincenzo decide si adottare un metodo rivoluzionario per conservare il tonno – sott’olio e in lattina. È un boom immediato e inarrestabile, una geniale scelta imprenditoriale che ne lancia il consumo in tutta Europa. Palermo assiste, come muto e sbalordito testimone, all’ascesa dei Florio, anche se una bruciante invidia tenta di sminuire il successo di quegli «stranieri», «facchini» il cui «sangue puzza di sudore». Ma alla base della fortunata ambizione dei Florio c’è proprio la volontà di riscatto sociale, di arrivare a ogni costo e che guiderà tutta la loro vita. I Florio si dimostrano uomini eccezionali con al fianco donne diverse forse ma eccezionali quanto loro: come Giuseppina, la moglie di Paolo, che sacrificherà tutto, persino l’amore, per la famiglia, e Giulia, la giovane milanese che, dopo essere riuscita a penetrare le strenue difese di Vincenzo, facendosi sposare, diventerà il suo porto sicuro, l’ancora inamovibile. Una bella e sentita saga familiare, quella dei Florio, in grado di mischiarsi con rara efficacia alla storia, quella vera con la esse maiuscola, che ha scandito tutto l’Ottocento. I Florio, una città, Palermo e un’epoca che si dipana dalla fine del settecento fino e oltre lo sbarco di Garibaldi in Sicilia. E proprio anticipando ogni capitolo, con una relativa sintesi storica, di decennio in decennio, il romanzo evidenzia quanto le vicende dei Florio siano state profondamente connesse a quelle della Sicilia e dell’Italia di allora. I Florio, una famiglia composta da persone fuori dal comune e di forti personalità che riuscì a conquistare tutto o quasi e che anche per questo è diventata leggendaria. Un appassionante spaccato di storia pubblica, privata e di costume che, nel bene e nel male, hanno segnato un’epoca.

Stefania Auci è una scrittrice e insegnante di sostegno. Tra i suoi libri ricordiamo: Florence (Baldini + Castoldi, 2015) e La cattiva scuola (Tlön, 2017) scritto con l’amica e collega Francesca Maccani. Nel 2019 esce per Nord I leoni di Sicilia. La saga dei Florio. Per scriverlo l’autrice ha condotto numerose ricerche: ha setacciato le biblioteche, ha letto tutte le cronache giornalistiche dell’epoca, ha esplorato i possedimenti dei Florio e ha raccolto con puntiglio i fili della Storia che si dipanano tra abiti, canzoni, lettere, bottiglie, gioielli, barche, statue. E una realtà culturale che ha lasciato il segno non solo in Sicilia.

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