“La regola del lupo” di Franco Vanni (Baldini Castoldi)

Recensione di Raffaella Tamba

Terzo incontro dei lettori di Franco Vanni (cronista giudiziario per “La repubblica” e docente al master di Giornalismo dell’Università Cattolica di Milano) con l’amabile figura di Steno Molteni, giornalista di un settimanale milanese di cronaca locale, coprotagonista della serie insieme al maresciallo dei Carabinieri del lombardo comune di Bellagio, Salvatore Cinà. In questo giallo perfettamente aderente ai canoni classici, fino al sottile gusto dell’ironia attualizzato con un umorismo scanzonato ma sempre molto fine, le indagini vengono portate avanti su due piani paralleli e indipendenti dai due protagonisti, molto diversi tra loro, per età prima di tutto, ma anche per carattere.

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Steno è aperto, gioviale, umile (indimenticabili le prime pagine con la sua entrata in scena quasi grottesca che lo vede origliare fuori dalla porte della camera di albergo nella quale ha passato la notte insieme all’affascinante collega penalista e scoprire che è felicemente sposata, con dei figli, che il marito sa delle sue scappatelle e che addirittura lei non si fa scrupolo di informarlo di come quella con Steno sia una “ginnastica di qualità in vista dell’estate“! Un ritratto ben diverso dal classico investigatore tombeur de femmes alla 007 che popola tanti romanzi di genere). Cinà, più semplice, concreto, pacato, è ed è sempre stato soprattutto un carabiniere: “Lo era già alle scuole elementari, sempre pronto a fare a pugni perché venissero restituiti i giochi rubati ai bambini più piccoli”.

Un cadavere rinvenuto sul lago di Como, nei pressi di Pescallo, pittoresca cittadina nella quale Steno è vissuto prima di trasferirsi a Milano per lavoro, dà il via alla storia. E Steno si appropria di questo caso con grande determinazione, approfittandone per far ritorno ad un ambiente amato, fluido paesaggio rasserenante rispetto alla caotica frenesia della capitale lombarda. Un cadavere e tre indiziati, gli amici che si trovavano con lui sulla barca e che lo conoscevano fin dall’infanzia. Anche la loro entrata in scena si imprime nella memoria del lettore (Vanni è più di un pittore di ritratti, è un bassorilievista: le sue descrizioni sono incisive e memorabili): “Osservali da qui” dice Cinà al suo appuntato “Guardare le persone è importante per capirle. E con pochi efficaci tratti l’autore immortala la scena in cui tutti e tre gli amici sono colti in atteggiamento fermo, isolato, introspettivo, sullo sfondo del lago.

Saranno, uno per uno, protagonisti dei racconti del loro passato e del legame che li univa alla vittima, Filippo Corti. Le loro storie verranno narrate da loro stessi o da altri che rievocheranno per le indagini un lungo percorso di amicizia da parte dei due uomini e di amore da parte della donna, costellato per tuttti e tre di episodi che hanno nel tempo accumulato in loro rancore, invidia, gelosia, rabbia nei confronti di Filippo, il più umile dei quattro, la cui madre era portinaia nella ricca casa dei Castiglioni.

La storia della famiglia Castiglioni viene raccontata dall’anziana segretaria che ne aveva tenuto i conti per tanti anni, figura forte, in grado di sostenere ferma la notizia della morte di Filippo, rivelando nello stesso tempo una tenerezza di rara sensibilità, capace di ripulire le ferite emotive e psicologiche delle persone con le quali ha vissuto, guardare sotto la crosta della rabbia costruita nel tempo e vedere la sofferenza di ciascuno: Le vicende di questo palazzo le conosco tutte, sin dall’inizio. E comincia a raccontare…(Vanni sembra quasi farsi indietro, silenziosamente, lasciandole il ruolo di narratore).

Filippo non aveva avuto un padre, gli avevano sostanzialmente impedito di averlo. La madre, umile e onesta, rispettata nella sua spenta rassegnazione, glielo aveva sottratto senza pensare che in quel modo lasciava nel bambino una crepa che nel tempo sarebbe diventata una voragine. Per un certo periodo quella crepa fu riempita dall’affetto del padrone il cui figlio aveva l’età di Filippo; i due ragazzini crebbero insieme tanto che il padre finì per non fare praticamente più distinzioni fra loro, trattandoli e amandoli come fossero ambedue suoi figli. Ma la diversità di background sociale era destinata prima o poi a riemergere: una serie di circostanze provoca la rottura dei rapporti e la crepa affettiva che tanti anni prima era stata riempita di affetto paterno e fraterno, viene bruscamente riaperta, lasciando fuoriuscire il veleno del rancore e della voglia di vendetta.

Alla storia di Filippo Corti si affiancano quelle degli altri due amici, quella di Marco Michelini, narrata da lui stesso al quale Vanni passa nuovamente il testimone della narrazione, dopo averlo ripreso alla vecchia segretaria. Poi è la volta della donna, Priscilla, a salire sul palco sotto i riflettori che la rendono narratrice interna protagonista della propria storia. E tutti e due rivelano torti antichi subiti dalla vittima, rancori sopiti poi risvegliati mescolati ad un persistente affetto. Andrea Castiglioni è l’unico che non si racconta, che rimane sempre dietro le quinte, nell’ombra dei racconti altrui, e forse per questo viene percepito dal lettore come colpevole altrettanto probabile degli altri.

La ricerca dell’assassino è per Vanni strumento di indagine dei nascosti conflitti non risolti all’interno di relazioni antiche.

Nel pacato, convinto monologo nel quale il maresciallo descrive le tipologie dei sospettati di fronte ad un interrogatorio, c’è, a mio avviso, una delle vette della narrativa noir, perché in poche frasi l’autore condensa in modo esemplare le più varie disposizioni psichiche di coloro che si trovano sotto processo: “I sospettati di un crimine reagiscono in tanti modi. Alcuni si chiudono in se stessi. Altri rispondono a monosillabi. Ci sono quelli che mantengono la calma, e si limitano ad assecondare le domande degli investigatori. E poi c’è chi parla tanto, troppo, dicendo più di quello che gli viene chiesto. Lo può fare per due motivi: perché è innocente o perché è colpevole. L’innocente sa di esserlo e spesso vuole gridarlo al mondo, non sopportando di sentirsi accusato ingiustamente. Non ha nulla da nascondere o almeno così pensa, e lo vuole dimostrare. Per il colpevole la questione è più complessa. C’è chi con le parole cerca di scagionarsi ingannando chi lo interroga, e solitamente fa una brutta fine. C’è chi inconsapevolmente si scava la fossa da solo, confessando anche ciò che potrebbe celare, perché in fondo consumato dal senso di colpa e pronto ad accogliere la condanna come una liberazione. C’è chi si lascia prendere dal panico, finendo per raccontare tutto. Infine, c’è chi nella vita è così solo da trovare nelle domande dell’inquisitore quell’attenzione che nessuno gli dà mai, e in una confusione di ruoli finisce per dare eccessiva confidenza a chi lo sta portando alla sbarra”.

Una scrittura efficace nella sua precisione e concretezza, un’atmosfera suggestiva, quella del lago di Como, dei suoi silenzi, della sua imperturbabile indifferenza alle vicende di violenza che si consumano sulla sua superficie, un serpeggiante sentimento di affetto, stima e fiducia che lega i protagonisti dell’indagine, Steno, il maresciallo Cinà, l’appuntato Walter Sala, l’avvocato dell’accusa Ciro Capasso, in un rapporto sincero e sicuro, contrapposto a quello, ambiguo, sofferto ed egoistico che legava la vittima e i tre indiziati. È come se l’autore avesse voluto riscattare il sentimento di amicizia che l’egoismo e il tradimento avevano ottenebrato. Nello stesso tempo sembra contestare la regola del lupo, che dà il titolo a questa affascinante storia, la regola di psicologia criminale su cui si è formato Cinà in seguito ad un episodio che, in gioventù, lo rese famoso con quel soprannome. Forse quella regola non è sempre valida. Forse, come in questo caso, c’è un’eccezione a confermarla.

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Una risposta a “La regola del lupo” di Franco Vanni (Baldini Castoldi)

  1. patrizia debicke ha detto:

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