Dove sei stata, di Giusi Marchetta (Rizzoli)

Risultati immagini per Dove sei stata, di Giusi Marchetta (Rizzoli)Recensione di Raffaella Tamba

In tanti romanzi ci sono flashback dal passato che creano nei protagonisti una sensazione di avanti e indietro nella propria esistenza. Ma l’autrice Giusi Marchetta, cresciuta a Caserta e poi trasferitasi per lavoro a Torino, tessendo la propria esperienza personale fra queste due realtà così diverse e lontane, scrive un toccante romanzo nel quale usa i ricordi non in linea retta bensì circolare: il passato e il presente sembrano girare intorno ad un centro e susseguirsi continuamente mescolando ricordi ed eventi attuali in un caleidoscopio di immagini, emozioni, rimorsi, accuse, colpe, espiazioni. Ed il centro di questa giostra del tempo è la reggia di Caserta, monumento stesso ad una storia di fasto e nobiltà al di fuori dalla Storia vera, la Storia che scorre, costruisce, abbatte, crea, forma. La reggia di Caserta diventa in questa ambientazione la delicata prigione di chi vi ha trovato un rifugio placido e tranquillo, cristallizzato in una esistenza che non è viva, ma bassorilievo statico e immutabile: i custodi del parco e dell’edificio che aprono di giorno ai turisti, li chiudono alla sera, li curano per mantenerli nella loro sacralità di bene culturale. E fra loro, emerge la suggestiva figura del Capitano, il coprotagonista, remoto e irraggiungibile nel segreto della sua personalità gelosamente nascosta.

Il protagonista Io narrante, Mario, è suo figlio. Dopo un’infanzia vissuta in quel luogo che lo ha tenuto fuori dal suo tempo e dalla sua generazione e che è stata fortemente segnata dalla partenza improvvisa della madre, incapace di tollerare oltre quella esistenza soffocante al di fuori del mondo, si è trasferito a Torino dove ha preso la laurea in giurisprudenza e cominciato ad esercitare la professione di avvocato. Forse anche per quella che era stata la propria infanzia, si è dedicato in particolare al diritto di famiglia e alla tutela dei minori di famiglie separate. La sua mente, tuttavia, non ha ancora metabolizzato il trauma, quell’abbandono che non poteva capire allora e che ancora oggi fatica ad accettare razionalmente.

Quando il padre ha un incidente e si rompe una gamba, poiché rifiuta categoricamente qualsiasi aiuto, il suo vicino di casa e da sempre custode come lui, si vede costretto a chiamare il figlio. Mario ritorna così nei luoghi dai quali era fuggito senza riuscire a strapparsi di dosso quello strascico di rabbia e rancore: per la madre, per quella figura così giovane che aveva adorato perché rappresentava la luce e la curiosità nel mondo spento e immobile della Reggia e per il padre che non era stato capace di trattenerla. Mario non aveva mai perdonato loro quell’abbandono. Tanto più che, con Anna, la madre, era uscita dalla sua vita anche l’amica inseparabile di lei, Suor Marta, sua maestra e confidente, che aveva rappresentato per lui un punto di riferimento affettivo inspiegabilmente pari a quello della madre.

Rientrando in quel mondo, Mario non può far a meno di ritornare indietro, come se la reggia stessa costituisse una bolla di tempo fermo al passato: il suo cancello era una porta del tempo, dove si erano addensate tutte le età precedenti; ed ora che ha nuovamente varcato quei cancelli, deve accettare che le emozioni che Torino riusciva a tenere sopite, riemergano violente e soprattutto deve accogliere i ricordi che a poco a poco riaffiorano, primi vacui e indistinti poi sempre più vividi.

Il padre sembra rifiutarlo ma non con decisione. Ha un approccio ambiguo: più che rifiutare il figlio, rifiuta l’idea di aver bisogno di qualcosa che venga da fuori. Mario se n’è andato come lei, la moglie amata perdutamente alla quale non aveva saputo far bastare quell’amore.

È Suor Marta, ora direttrice del Centro di Accoglienza per madri che hanno subito violenze, figli orfani o disagiati, ad accoglierlo e ad aprirgli la difficile porta dell’ascolto. Inizialmente Mario le è ostile, forzatamente distaccato e implacabilmente deciso a sentire dalla sua voce una spiegazione accettabile di quella fuga. Suor Marta tergiversa ma sembra offrirgli una moneta di scambio: gli chiede di aiutarla in un caso particolarmente complesso, quello del piccolo Gianluca che sta aspettando che il tribunale dei minori decida il suo affidamento dopo che il padre, figura potente della camorra locale, accusato di aver ucciso la moglie, è stato incarcerato in attesa del processo. Mario ma non può fare a meno di riconoscersi in quel bambino. Quel ricordo della madre in piedi nel cortile con la valigia appoggiata a terra, ultima immagine di lei, si sovrappone alla terrificante esperienza vissuta da Gianluca che ha assistito alla caduta dalla terrazza della madre, spinta – forse – dal padre. Non c’è prova che l’abbia veramente uccisa, ma “ci sono tanti modi di ammazzare una persona: con la violenza quotidiana, inflitta a lei e ad altri, nascosta, esibita, adibita a professione; con l’isolamento, il tradimento, la svalutazione continua, l’indifferenza, l’incomprensione (…). Ci sono molti modi di andare via”. Un abbandono più definitivo del suo; più drammatico, più violento, senza che fosse seguito da una protezione silenziosa ma sicura come quella che aveva ricevuto lui dal padre.

Nell’attenzione per un’infanzia che subisce gli errori e le colpe dei genitori, c’è tutto il messaggio della Marchetta. Perché un bambino non è mai in grado di metabolizzare sentimenti complessi: un bambino ama la madre, ha bisogno di lei per l’istinto più primordiale che caratterizza gli esseri viventi e quando il mondo con le dure regole dell’adulterio, della violenza, della gelosia, dell’egoismo, avvelena quell’amore semplice e assoluto, nessun bambino potrà mai capire ed accettare. Per questo quel bambino va protetto da ferite incomprensibili e lancinanti: “Bisogna dirgli che niente di quello che è successo è colpa sua. E bisogna mentirgli, naturalmente: niente di quello che succederà dipenderà dalla parola di troppo che gli è scappata davanti all’adulto sbagliato”.

Quel processo rappresenta per Mario il riscatto della sua stessa omertà, dell’essersi rifugiato in una vita lontana nello spazio e nel tempo da quella che l’aveva visto bambino, di aver accettato il compromesso con il grigiore di un presente banale, in un ufficio legale in cui non c’era, a ben vedere, la voluttà di quella storia da cui, come sua madre, aveva voluto fuggire.

Le parole di Suor Marta riassumono in modo molto eloquente quell’intreccio fra colpa e innocenza che caratterizza un po’ tutti e dalle quali non ci si può sottrarre con la fuga: “Umanità. Credo nell’umanità dell’uomo (…). Un essere umano sbaglia. Al fondo dell’uomo non c’è la bontà. C’è l’errore. Sempre. Spesso. È la sua natura. E gli altri pagano. Anche chi sbaglia paga. In un modo o nell’altro”.

Questa voce è stata pubblicata in recensioni, Uncategorized e contrassegnata con , . Contrassegna il permalink.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...