Il respiro della marea, di Jean Failler (TEA)

Risultati immagini per Il respiro della marea, di Jean Failler (TEA)Recensione di Raffaella Tamba

Nella suggestiva atmosfera bretone di un paese sulla riva del mare “nelle regioni benedette in cui, due volte al giorno, il mare si sposava con la marea”, Jean Failler, approdato alla narrativa dopo la prima positiva esperienza teatrale, ambienta il suo primo romanzo incentrato sul personaggio di Mary Lester (che sarà poi seguito da molti altri), una giovane ispettrice di polizia, qui ancora tirocinante, coinvolta nella sua prima indagine di un certo rilievo: un’indagine che deve tuttavia forzare lei stessa perché i primi elementi (la morte apparentemente accidentale di un barbone alcolizzato e la scomparsa improvvisa di un uomo sposato) hanno tutte le caratteristiche per rimanere nell’alea del non-reato: suicidio il primo e fuga amorosa il secondo. Ma la giovane laureata in legge, spinta da obiettivi di carriera, soddisfazione personale, forse anche scommessa con se stessa, sente che non è legittimata a fermarsi lì. Coglie chiaramente altri elementi nascosti oltre a quelli di prima approssimazione, che messi in successione e relazione l’uno con l’altro sembrano disegnare – come i puntini di un gioco enigmistico – un delitto, forse anche più di uno.

Il vecchio barbone Toussaint viene trovato morto in quel tratto di mare dove era rimasto a marcire il legname un tempo destinato ai bastimenti della Compagnia delle Indie. È Aimable Maugracieux a trovarlo, un vecchio burbero che, indispettito, piuttosto che ispirato, dal nome dolce che la madre gli aveva messo per contrastare lo sgraziato cognome, è l’emblema di una gente chiusa nella propria miseria, ignoranza, semplicità, spesso sospettosa e permalosa, ma fondamentalmente onesta.

Quella morte viene ritenuta subito accidentale: il ponte pericolante, l’uomo ubriaco, la notte, la pioggia (quell’acquerugiola che fa parte intrinseca dell’ambiente condizionando l’atteggiamento dei suoi abitanti con quel tedio uggioso che immalinconisce, e tinge lo sfondo di tutto il romanzo di colori sfumanti dal verde al blu, al grigio, all’ocra), sono un invito a lasciar prevalere la prima evidenza, accettando passivamente la fatalità. Ma l’ispettrice viene sollecitata da alcuni dettagli che deviano il suo pensiero dalla chiusura del caso come accidentale.

E mentre sta ancora riflettendo su questo, riceve la visita di una giovane donna in lacrime per la scomparsa del marito Antoine Sallabert. Anche in quel caso, Mary saggia tutte le possibilità, non ultima quella dell’omicidio.

Ma è giovane, alle prime armi, ancora insicura. E il suo capo, l’ispettore Marc Amédéo, non fa nulla per incoraggiarla. Anzi, ne deride l’infantile sospettosità e cerca di sollevarla da entrambi i casi. È evidente che questa sgradevole figura nasconde qualcosa: sembra che l’autore non si faccia scrupolo di lasciare fin dalle prime pagine, come un filo di Arianna, tracce di ambiguità su questo personaggio.

Le indagini conducono Mary ad una casetta abusiva isolata e abbandonata, nido ideale per una relazione clandestina. Da lì a dedurne, in base ad una serie di altre circostanze, che della coppia di amanti l’uomo poteva sicuramente essere Sallabert, il passo è breve. Ma la donna? La donna rimane priva di nome e di viso fino a quando un pettegolezzo innocente illumina come un flash la mente di Mary offrendole la nitida istantanea della sua identità. A quel punto, non fatica a ricostruire i fatti e formula la propria accusa al commissario.

La scoperta del colpevole, però, non rappresenta in questo romanzo la fine della storia. Ai primordi del genere noir francese (la prima pubblicazione in Francia è del 1992 e in Italia, dopo l’edizione del 2004, viene ora riproposto da Tea), Faillant va oltre la mera inchiesta ed il classico arresto finale dell’assassino per cercare, ancora più a monte del movente, il veleno psicologico che aveva annebbiato il raziocinio di una persona portandola ad un gesto così contrario alla sua natura e alla sua esistenza fino a quel momento. Se la gelosia era stato il movente, non basta all’autore a giustificare un impeto barbaro così travolgente. Non doveva essere una semplice gelosia, ma una gelosia furente e incontrollabile, una schiavitù incontrastabile nei confronti della donna amata.

Dove finisce l’innocenza e dove comincia la colpa? Quale colpa deve essere punita e quale perdonata? È concepibile che vi sia una colpa che non viene né punita né perdonata ma semplicemente ignorata e nascosta? Non ci sono risposte, alla fine dell’indagine, bensì altre domande, più sconcertanti e dolorose. Le domande su ciò che è giusto al di sopra di tutto, su ciò che è bene per tutti.

E la giovane ispettrice protagonista, in questa sua prima inchiesta, si trova di fronte, schierati come un battaglione, tutti i compromessi, le delusioni, gli scandali, i conflitti di coscienza che quel lavoro le riserverà. Ha scelto di non passare la sua vita alla scrivania di uno studio legale, ma capisce che deve maturare quella scelta, che deve metabolizzare tutto il substrato di fango morale nel quale rischierà di affogare e deve decidere se confermarla o tornare indietro. Il confronto con le due figure emblematiche di poliziotto è un riflettore sulla complessità del concetto di etica quando dal singolo si estende ai rapporti interpersonali e al contesto sociale: il commissario Lebret, distinto, diplomatico, ineccepibile, alla fine di una carriera che vuole coronare con una chiusura onorevole e l’ispettore capo Amédéo, frenetico, selvaggio, istintivo, appassionatamente umano. La superficie e la profondità, la luce e l’ombra, il buon nome e l’infamia. Attraverso questi due personaggi Failler rappresenta un intero mondo, quello di visioni etiche opposte ma entrambe determinate da un profondo e ineluttabile egoismo.

Il romanzo non è un poliziesco nel quale trionfa la giustizia, è il ritratto di una società infelice, in cui il bene e il male si miscelano e snaturano a vicenda.

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