Recensioni al massimo: L’altra donna

Recensione di Massimo Ricciuti

Titolo: L’altra donna

Autore: Daniel Silva

Editore: HarperCollins

Anno: 2019

Konstantin Kirov è una risorsa, ovvero una spia che i servizi di intelligence occidentali sono riusciti a piazzare all’interno della Russia. Venuto a conoscenza di una notizia incredibile, Kirov chiede asilo a Ovest. L’operazione è affidata a una squadra del Mossad, il temibile servizio segreto israeliano, ma qualcosa va storto e il dissidente russo resta ucciso a Vienna. La capitale austriaca evoca ricordi dolorosi in Gabriel Allon, leggendaria spia ora a capo del Mossad. Nonostante ciò, Allon si dedica anima e corpo alla ricerca della talpa che l’ex KGB ha infiltrato parecchi anni prima in Occidente. La caccia lo porterà, come sempre, in giro per il mondo, fino ad arrivare in un piccolo villaggio isolato dell’Andalusia, dove risiede un’anziana signora francese che sa molte, troppe cose.

Riconosciuto ormai come uno dei più affermati autori di genere, Daniel Silva ha dato vita a uno straordinario personaggio, perché tale è Gabriel Allon. L’israeliano vorrebbe godersi un po’ di più la sua famiglia, composta dalla seconda moglie Chiara e dai due piccoli figli. Il mondo occidentale e la sua patria sono, però, esposti a pericoli sempre crescenti e Allon si sente in dovere di operare in prima persona. Pur essendo, infatti, giunto ai vertici del Mossad, Gabriel non rinuncia ad agire sul campo, piuttosto che rinchiudersi in ufficio. Anche stavolta metterà a rischio la propria vita, in un viaggio a ritroso nel tempo che riporterà a galla il più grave e clamoroso atto di tradimento mai perpetrato nella storia.

Il punto massimo:

“L’automobile era una limousine ZIL lunga e nera, con tanto di tendine plissettate sui vetri posteriori. Procedeva a gran velocità dall’aeroporto di Šeremet’evo verso il centro di Mosca su una corsia riservata ai membri del Politburo e del Comitato centrale. Era ormai scesa la notte quando giunsero a destinazione, una piazza intitolata a uno scrittore russo, in una parte vecchia della città nota come gli Stagni del Patriarca. Si incamminarono in strade anguste prive di illuminazione, la bambina e i due uomini in abito grigio, finché non giunsero davanti a un oratorio circondato da platani. Il condominio si trovava sul lato opposto di un vicolo. Varcarono una soglia di legno e si strinsero in un ascensore che li lasciò in un ingresso buio. Li attendeva una rampa di scale. La bambina contò i gradini, per abitudine. Erano quindici. Sul pianerottolo c’era un’altra porta, coperta di cuoio imbottito. Un uomo elegante vi stazionava davanti, con un bicchiere in mano. La sua faccia sciupata aveva un che di familiare. Sorridendo, disse una sola parola in russo. Sarebbero passati molti anni prima che la bambina capisse il significato di quella parola”.

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