“LA VERSIONE DI FENOGLIO” di Gianrico Carofiglio (Einaudi Stile Libero)

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Pietro Fenoglio, maresciallo dei carabinieri prossimo alla pensione, e Giulio Crollalanza, laureando in Giurisprudenza, si incontrano in una palestra di fisioterapia. Sono reduci da interventi ortopedici e affidati alle cure di una fisioterapista bionda che, paradossalmente, si chiama Bruna. Una donna matura a suo modo bella, con un fondo di malinconia negli occhi, che tuttavia emana forza e si colloca tra i due come un materno trait d’union, incarnando la disciplina e la cura nel mondo ristretto della palestra. Bruna è infatti una presenza intermittente che fa le sue comparse solo per assegnare gli esercizi e valutare i progressi del maresciallo e dello studente, e poi si ritira lasciandoli discorrere durante le sedute di riabilitazione. Parca di parole, ma come gravata da una sapienza accumulata, dà l’impressione di non aver abbinato a caso una coppia tanto eterogenea, un giovane e un anziano che si apprestano rispettivamente a entrare in e a uscire da una professione. Entrambi alle prese con un’inconfessata urgenza identitaria e con un piede nella letteratura, si dispongono l’uno a indossare e l’altro a dismettere un ruolo sociale: Giulio esitante al bivio tra scrittura e avvocatura, Pietro segnato da una lunga esperienza lavorativa ed esistenziale mai rivisitata.

Fin dalle prime battute di questo romanzo dalla prosa nitida e seducente, si ha la percezione di stare leggendo un’opera metaletteraria. A partire dai cognomi dei protagonisti: quello del maresciallo è lo stesso dello scrittore Beppe Fenoglio; quello del ragazzo, Crollalanza, è un’approssimativa traduzione di Shakespeare. La narrazione è infatti, dall’incipit alla risolutiva conclusione della storia, la chiave interpretativa proposta da Giarnico Carofiglio, per la costruzione di un senso permanente alle vicende vissute da ciascuno. Perché queste vicende, facendosi storia intellegibile, diventino memorabili. Lo stesso Fenoglio, in uno spasmo di commossa consapevolezza, si renderà conto, verso la fine del ciclo di sedute di fisioterapia, di stare raccontando per la prima volta di se stesso a qualcuno e che questo racconto lo incuriosisce. Quasi che la sapidità dell’esistenza consista essenzialmente nella rielaborazione di essa, mentre le azioni più o meno sgangherate e parziali acquisiscono dignità in una consequenzialità restituita da una ricognizione successiva oppure dalla tensione a individuare la verità (nelle fattispecie investigativa). E la ricognizione è doverosa se, per citare Simenon, si ha molta vita alle spalle, una vita che non resti chiusa ma che, carica del glamour dell’affabulazione, costituisca un esempio e una proposta esistenziale per chi varca la soglia dell’adultità.

Nel tempo dell’arresto forzato, conseguente a eventi traumatici sul piano ortopedico, il ragazzo e l’uomo senza figli si confrontano in una palestra o nel giardino dell’ospedale, con modalità e tempi che rammentano quelli di un setting psicoanalitico. E alla psicoterapia Fenoglio a un certo punto accenna con delicatezza, in risposta alle confidenze del giovane. Alle ammissioni di fragilità e indecisione di Giulio, Pietro replica raccontando aneddoti della propria consolidata carriera di maresciallo dei carabinieri. Ogni storia, breve, intrigante, riguarda un aspetto delle indagini e fornisce consigli su come condurle.

Entrambi ostacolati da una temporanea riduzione della deambulazione, forse metafora della necessità di rallentare, in questo presente irriflessivo e convulso, i due protagonisti si allacciano in un’amicizia scevra di interferenze, tanto intima e profonda da indurre a pensare, a tratti, che l’autore stia parlando a se stesso. Che Carofiglio scrittore affermato, magistrato e intellettuale di rango, scrivendo “La versione di Fenoglio” abbia dato le spalle alla notorietà e allo sguardo sociale e si sia calato, tastiera alla mano, dentro di sé, per rendere conto all’antico ragazzo. Un ragazzo, Come Giulio Crollalanza, oppresso da un sospetto di impostura, ma in realtà sommosso da uno scalciante apeiron di indefinitezza.

Un libro educativo, dunque, “La versione di Fenoglio”, rivolto ai giovani impantanati in un presente che punta alle apparenze e nega l’essere. Dedicato anche a chi s’appresta a uscire di scena, sentendosi insidiato da un senso di inutilità e di sperpero.

Ma anche un libro etico, perché imperniato sulla necessità di interrogare la vita alla ricerca della verità. Sia pure una verità difettosa, parziale e condizionata dai punti di vista. Non a caso il protagonista principale è un maresciallo della polizia giudiziaria, che ha svolto e seguita a svolgere un’attività investigativa in stretta correlazione con la Giustizia. Ed è questo il nodo narrativo e concettuale più importante del romanzo, che scoperchia, con una pacatezza ipnotica e infallibile, le dinamiche sottese alle inchieste di polizia, rimarcando l’affinità estrema tra indagine e scrittura. In entrambe si ricostruiscono e costruiscono narrativamente gli antefatti di eventi significativi o di rottura, si inventano storie plausibili che tengano a severi collaudi.

Letteratura e investigazione sono i due aspetti indagati da un Gianrico Carofiglio in stato di grazia. Maestro coreografo di un romanzo in cui tutte le componenti, gli aneddoti, i rimandi, le suggestioni, si dispongono nella trama come in un balletto impeccabile. Come frattali che si aggreghino in una perfetta e mobile simmetria.

Al giovane corrisponde l’anziano.

Allo scrittore, l’uomo di legge.

Al rigore investigativo, l’azzardo narrativo.

All’azzardo investigativo, il rigore narrativo.

E in un simile ingranaggio, stupefacente quanto un orologio astronomico, lieve si muove un femminile quasi ineffabile, come pare lo intendano certi lacaniani. Detentore di sapienza, votato alla cura, ma anche irriducibile ed emancipato.

Se Bruna incarna una tipologia di donna perspicace e solida, con cui eventualmente imbarcarsi per un amore maturo, leale e pieno, è la nonna di Giulio a porsi come matrice di vocazione e radice identitaria del ragazzo e in un certo senso di Fenoglio. La nonna normanna, dalla chiara bellezza persistente, poetessa di vaglia, che muore in un giorno di maestrale, dando l’impressione di imbarcarsi in un’altra esistenza, lasciando come viatico le poesie al proprio nipote, figlio elettivo.

A dimostrazione, forse, che il talento discende da un femminile arcano, come arcana è la parola, intrisa di essere e mistero, e solo in parte disvelatrice di senso.

Tra tante versioni della donna in cui intruppiamo ultimamente, questa di Fenoglio restituisce al femminile una nobiltà che sommuove. Nota aggiuntiva di merito per un romanzo indimenticabile e consigliatissimo!

Caterina Falconi

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Una risposta a “LA VERSIONE DI FENOGLIO” di Gianrico Carofiglio (Einaudi Stile Libero)

  1. patrizia debicke ha detto:

    D’accordo

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