Guida sentimentale per camperisti, di Erica Barbiani (Einaudi)

Recensione di Raffaella Tamba

Un titolo originale – che l’autrice stessa, la friulana Erica Barbiani, autrice di documentari sociologici, qui al suo secondo romanzo, ci conferma ispirato ad uno dei più grandi successi della fantascienza, Guida galattica per autostoppisti – apre il sipario su un viaggio non intergalattico come quello di Adams, ma altrettanto ricco di suggestioni e raffinato humour: un viaggio in camper, in comitiva, dall’Italia alla Grecia, attraverso le affascinanti atmosfere dei Balcani esplorati in inverno. Un viaggio di gruppo organizzato dal più disorganizzato dei protagonisti, dall’unico che non aveva saputo fino a quel momento dare una forma costruttiva alla propria vita, e che saprà tuttavia, o forse proprio per questo, predisporre un terreno fertile alla rinascita di altre persone, i partecipanti al suo progetto di viaggio: “Capodanno ad Atene con Eros Rossi”. Un’eterogenea comitiva si ritrova così unita in un percorso che fin dall’inizio si rivela di evoluzione psicologica oltre che di esplorazione geografica, un percorso di riflessione interiore e acquisizione di nuove consapevolezze, prodromi di lenti ma possibili cambiamenti.

Un viaggio che, nelle primissime pagine, anticipa uno strano mistero, rappresentando il gruppo dei camperisti nell’atto di seppellire qualcosa o qualcuno. Non è possibile comprendere di chi o di che cosa si tratti e subito dopo il lettore quasi dimentica questo prologo, preso dal girotondo dei partecipanti e delle loro storie.

Emergono immediatamente con toccante simpatia Tito e Agnese, coppia di anziani con un cammino ben più arduo da fare degli 800 km di costa slava: il cammino di Agnese verso il recupero delle facoltà verbali che un ictus le ha strappato alcuni mesi prima. Commovente l’atteggiamento di paziente attesa del marito che sembra quasi rievocare nel silenzio di lei, non privo di eloquente espressività, tutto l’amore che li ha uniti negli anni passati e che non è ancora venuto meno.

Altro riuscitissimo personaggio nella sua tenera bonarietà è Giuliano, il padre-bambino, con i suoi due figli, Federico e Max, bambini-adulti: lui, profondamente cattolico, impiegato alla Caritas, illuso che la vita possa essere tutta casa, chiesa e famiglia, lasciato due anni prima dalla moglie che continua nonostante tutto ad amare appassionatamente, i figli, improntati dalla scuola steineriana che frequentano ad una vita di studio che li ha formati ben più colti e maturi della loro età. Quando la psicologa della scuola gli consiglia di fare qualcosa di diverso per portare un cambiamento nella loro troppo seria routine, Giuliano accetta questa sorta di scommessa con se stesso, con la propria natura tranquilla e remissiva: acquista un camper e si iscrive al viaggio organizzato di Eros.

Milena, invece, pensa di sfruttare questa occasione per passare un po’ di tempo con il figlio adolescente isolato nel suo mondo di musica e social. Ma un danno al motore del loro camper li priva di quell’intimità che lei auspicava – ma che non sembrava comunque sfociare in alcun dialogo – e li costringe a cercare ospitalità nel camper di Claudia, l’unica viaggiatrice in solitaria. Claudia è una figura evanescente, emblematica, chiusa, introversa, alla ricerca di qualcosa che non sa neppure lei cosa sia ma che sa di dover cercare da sola.

Altre due famiglie completano il gruppo che, come la coppia di Tito e agnese ed il trio di Giuliano, Federico e Max, si caratterizzano per un affetto saldo e sincero. I partecipanti al “Capodanno ad Atene con Eros Rossi” sono famiglie legate da un affetto profondo, da radici solide che permettono loro di poter crescere insieme, di non aver bisogno di separarsi per fare quei piccoli cambiamenti che la vita sembra chiederci per poterci divertire di più.

Accanto ai protagonisti classici, l’autrice colloca con un tocco di originalità, altri protagonisti altrettanto ben tratteggiati e significativi per lo svolgimento della trama: i camper. Siamo abituati ad immaginare una sintonia fisiologica fra le persone e i propri cani e qui ci troviamo di fronte ad una sintonia fisiologica fra le persone e i propri mezzi di trasporto. Dal Laika di Claudia, arredato con tocco vintage, al Mobilwetta essenziale di Giuliano, dallo scalcinato Volkswagen di Milena, coerente con il suo disinteresse per le apparenze e gli stereotipi, al Tankaven di Tania (inventato come nome ma ricalcato sui pesanti, militareschi Men) e soprattutto allo straordinario Girolamo, il camper di Tito e Agnese, l’unico ad essere completamente frutto di fantasia. Prototipo degli ultimi ritrovati biotecnologici, offre praticamente tutte le comodità che si possano desiderare: lavastoviglie e lavatrice, forno programmabile, servizi raffinati, frigo e congelatore, perfino una serra con ortaggi freschi sul tetto insieme alla piscina con idromassaggio omologata per otto persone! Il Girolamo sembra una sorta di discreto e affezionato maggiordomo, sempre pronto ad esaudire ogni desiderio dell’anziana coppia, come a sostenerne la vitalità ed assecondarne la tenera devozione reciproca.

Il Girolamo racchiude però in sé anche qualcosa di sconcertante che ad un certo punto richiama alla mente l’inquietante prologo del libro, qualcosa che sarà la silenziosa Agnese a scoprire per caso una sera mentre si trovano tutti riuniti nel camper per una cena insieme. E tutti ne restano impressionati e sconcertati.

Il viaggio si colora così di tinte noir fino al suo termine, nel pittoresco villaggio posto sul confine fra tre stati, coronamento di un’avventura umana di forte impatto sulla vita di ciascun nucleo familiare, messo alla prova da una vacanza che si è rivelata tutto fuorchè ‘organizzata’: ma proprio quegli eventi strambi e imprevisti, affrontati dal gruppo, hanno dato a tutti una sana e irreversibilie spinta di crescita individuale e aggregazione reciproca.

Rivelando la potenza espressiva e cromatica della propria prosa, l’autrice ci offre sprazzi di immagini indimenticabili, soprattutto quelle dei tramonti, percepiti da alcuni languidi e onirici per il senso di abbandono e rimpianto che esprimono (come Claudia), da altri (come Giuliano) sgargianti e trionfali per la vividezza dei loro colori: “Il viola, il rosso, il pervinca facevano a gara per impadronirsi del cielo e renderlo una massa di colore uniforme (…). Il sole iniziò a sprofondare in un divano di nuvole rosse. Pochi minuti dopo, una lingua lunga e dorata spinse le nuvole in su, come se un qualche dio, fosse lì a sollevarle con un crick e a creare una fessura in cui il sole potesse scivolare liberalmente oltre i crinali delle montagne”.

Anche l’indimenticabile preghiera araba, che coglie il gruppo a Skopje, di fronte alla moschea di Isa Bey, si distende nel tramonto: “un tramonto invernale color magenta, zeppo di uccelli che si chiamavano e agitavano al suono del muezzin, rimbalzando da un ramo all’altro dei platani pluricentenari che circondavano la moschea (…). Una polifonia di richiami e pentimenti, un’ultima occasione per cercarsi, per inginocchiarsi al cospetto di Allah e trovare il giusto nido in cui trascorrere la notte. E non erano anche i viaggiotori, preda di quella stessa eccitazione? Quel suono stridente era come una lavatrice che centrigufava gli umori del giorno. Dopo gli ultimi gorgheggi, il canto del muezzin cesò, ma lasciò una morbida risonanza negli animi. Difficile che i cuori non fossero, almeno per pochi istanti, più quieti”.

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