Intervista a Simone Gambacorta

di Caterina Falconi

Intervista al critico letterario Simone Gambacorta,

curatore della riedizione del romanzo “Tempo grande”

di Gian Luigi Piccioli, per Galaad Edizioni

Tempo grande è l’implosione degli eventi da tutto il mondo contemporaneo in uno studio televisivo romano, a Piazza di Spagna, e coinvolge la condizione esistenziale di chi ci lavora. A tale implosione corrisponde l’esplosione del potere totalizzante della tv”. Questo uno stralcio della tua intervista a Gian Luigi Piccioli, destinata a sfociare, successivamente, nel libro “Tempi simultanei”. La mia decisione di filtrare il romanzo attraverso il tuo punto di vista è scaturita, appunto, dalla percezione di un fitto, indistricabile scambio intellettuale tra te e l’autore, a mio avviso ineludibile. Sono anni che ti seguo e conosco questo tua attitudine all’innamoramento speleologico di certi scrittori, che è sempre confluito in appassionati testi critici. Vorresti spendere qualche parola, per i lettori di Libroguerriero, sulla trama del libro e sulla figura di Gian Luigi Piccioli?

«Piccioli era un uomo dalla visione alta, aveva e amava avere uno sguardo ampio sul suo tempo. Questo è un dato che accomuna l’uomo e lo scrittore. Adorava viaggiare, era profondamente curioso del mondo. Lavorava all’Eni e lì divenne inviato della rivista aziendale “Ecos”, per la quale per anni girò praticamente tutto il globo, che raccontò in reportage ancora oggi esemplari. Parliamo di anni – i Settanta e gli Ottanta del secolo scorso – fortemente diversi dai nostri, sotto ogni punto di vista. L’Africa e l’Oriente erano allora “mondi” veramente lontani dal nostro e se ne poteva avere idea grazie agli atlanti, ai libri di geografia, ai film, alle foto, ai racconti di chi c’era stato, alla televisione. Raccontarli in “presa diretta” significava accedere ad alterità da comprendere secondo visuali e codici culturali diversi da quelli che poteva avere un europeo. Questo ingresso nella complessità era per Piccioli un’esperienza esaltante sia a livello personale, perché gli offriva un arricchimento intellettuale enorme, sia a livello giornalistico, perché gli dava quella materia prima che lui cominciava subito a lavorare nei suoi taccuini e che poi riversava in grandi articoli. Naturalmente tutto questo era fondamentale anche a livello letterario, perché gli dava la possibilità di costruirsi uno sguardo grandangolare sul mondo. Quello sguardo veniva inevitabilmente metabolizzato nelle sue opere narrative, sia a livello diretto, cioè come tema esplicitato nero su bianco in una storia – e penso proprio all’Africa del finale di “Tempo grande” – sia a livello indiretto, cioè come postura intellettuale attraverso la quale filtrare in chiave critica i grandi temi del suo tempo, che potevano essere l’alienazione aziendale, l’idea di Europa, il rapporto tra sesso e potere nel clero, la natura, l’emarginazione dei più deboli sempre vessati dalla storia, le mutazioni mediali e persino il crimine organizzato e le possibilità della giustizia. La scrittura era per Gian Luigi Piccioli il luogo di una problematizzazione continua. Una problematizzazione che non aveva timore di assecondare gli orientamenti ideologici dell’autore e che si è sempre giovata di un grande lavoro stilistico. Piccioli esordisce nel 1966 con “Inorgaggio”, romanzo pubblicato da Mondadori. Sono anni in cui la letteratura italiana è vivificata da grandi spinte sperimentali. Piccioli, che non appartenne ad alcun gruppo o scuola, ma che respirò e aderì al fecondo clima del tempo, esordì con quel romanzo sperimentalissimo, esibendo una smagliante «prosa schizomorfa», per usare le parole di Luigi Baldacci, il grande critico che avvicinò la sua scrittura a quella di Antonio Pizzuto. Piccioli avrebbe poi messo a frutto quella scelta stilistica, tesaurizzandola e precisandola, e conducendo la sua prosa a un ancor maggiore livello tensivo nel suo secondo romanzo, “Arnolfini”, uscito per Feltrinelli nel 1970. Nel 1973 concluse quella sua prima fase con “Epistolario collettivo”, pubblicato da Bompiani. In “Epistolario” la tensione sperimentale cresce ancora, ma si sposta dal piano stilistico in senso stretto – voglio dire: dal lavoro sulla parola, dalla scrittura in sé – al piano più evidentemente strutturale. Il romanzo esplode in una miriade di frammenti, appunto epistolari, che ripercorrono la storia d’Italia attraverso le parole – e i diversi stili, perché questo dato non viene mai meno in Piccioli – degli abitanti del paese abruzzese di Navelli, dove Piccioli aveva radici familiari. Nell’impostazione finzionale di Piccioli, quelle corrispondenze amputate diventano un pulviscolo d’informazioni dove le grandi vicende storiche s’intersecano con i destini individuali. Piccioli è stato uno sperimentatore, è stato cioè uno scrittore alla continua ricerca di possibilità e modalità stilistiche diverse; e perciò in questo senso non è stato altro che quel che uno scrittore sempre dovrebbe essere: l’esploratore di una frontiera».

Perché hai reputato necessario ripubblicare “Tempo grande” in un contesto editoriale, l’attuale, che rammenta per molti versi la predace e imprevedibile fauna del cratere di Ngorongoro? Quale pensi sia l’apporto del genio di Piccioli alla comprensione di questi nostri tempi aggrovigliati e convulsi?

«Intanto perché “Tempo grande”, uscito in prima battuta per Rusconi nel 1984, sul piano formale si giova della collaudata ricerca stilistica di Piccioli, anche se il romanzo esibisce una prosa meno ardita dei primi tre. Meno ardita, vien da sé, non significa meno elaborata o addirittura meno sperimentale; significa solo che ha una maggiore leggibilità, la qual cosa non sarebbe di per sé un valore se non fosse che quella leggibilità riguarda una scrittura comunque ellittica, veloce, caleidoscopica. Direi quindi che “Tempo grande”, a tanti anni dalla prima uscita, mostra un lavoro sulla lingua tutt’altro che obsoleto. Rispetto a certo piattume cretino di oggi, già questo mi sembra qualcosa di enorme. Mi chiedi poi in cosa Piccioli possa aiutarci a comprendere il nostro oggi. Direi che tra i modi di manifestarsi della realtà che lo attraevano, il “nuovo” era sicuramente fra quelli alla cui seduzione era per Piccioli più difficile resistere. Quando scrisse “Tempo grande”, la televisione era la grande novità mediale in atto, sicché il romanzo mostra e dimostra come un’opera di narrativa possa essere il laboratorio privilegiato per sottoporre a un’analisi critica una mutazione culturale di tipo mcluhaniano».

Nella tua magnifica Presentazione hai scritto che “Tempo grande” è un romanzo sui media. Io aggiungerei che è un libro anticipatore della deriva antropologica imposta dall’avvento del Web, medium per eccellenza per la pervasività, la proliferazione delle immagini, l’impatto emotivo che ha gradualmente scalzato la comprensione e la ricerca di un nesso tra gli eventi. Piccioli ha il grande merito di aver individuato la sorgiva del fenomeno tripartendone le caratteristiche nei tre protagonisti.

«Nulla di più giusto di quello che dici. Piccioli è stato l’anticipatore di un sistema televisivo che riduce tutto a consumo e che brucia qualsiasi emozione trasformandola in prodotto da intrattenimento. Non so se Piccioli avrebbe condiviso la parola “deriva”, ma è chiaro che la sua riflessione si concentrava su un fenomeno che oggi mostra aspetti preoccupanti. La vita è uno spettacolo da vendere nel grande mercato dell’audiovisivo e sulla base di questo modello si forma un gusto unico appiattito nella sua stessa transitorietà. Ma un punto sul quale credo sia importante riflettere è che se è vero che in “Tempo grande” si parla di televisione, altrettanto vero è che l’approccio critico – attenzione: critico e non moralistico – di Piccioli costituisca, narrativamente parlando, un paradigma applicabile anche ad altri media».

Il conduttore Marco Apudruen, la fotografa Marianna Estensi e lo scrittore Gigi Insolera. Il primo forse rappresenta un’incipiente tipologia umana capace di manipolare le reazioni collettive mitragliando gli spettatori con un incessante e accelerato flusso di immagini ad alto impatto emozionale. La seconda condensa in sé un approccio ibridato tra estetica e tecnologia. Non a caso Marianna è giovane e bellissima, intrappolata in un guscio che pare la concrezione delle aspettative di bellezza del pubblico. Aspettative mutevoli, spersonalizzanti e corrosive dell’identità. Gigi Insolera preconizza la sorte degli scrittori odierni ed è rappresentativo del tentativo della letteratura di decifrare le immagini trasmesse dai media. Di individuare il senso (seppur didascalico) degli accadimenti. Sei d’accordo su questa lettura?

«La tua riflessione tocca un punto a mio avviso nodale del romanzo. Che è sì un romanzo eminentemente mediale, ma che anche e soprattutto è un romanzo sui rapporti umani. I tre personaggi “sono” tre linguaggi diversi: il divo Apudruen è la televisione; Marianna è la fotografia; Insolera è la parola. Al tempo del dominio della tv – ricordo che il libro è del 1984 – non poteva essere che il linguaggio di Apudruen a fagocitare gli altri due, e tanto infatti accade. Tutti sono risucchiati dalla tv, a cominciare da Apudruen stesso, che in definitiva non si sa bene se sia vittima a carnefice, vincitore o vinto. Apudruen è l’allegoria di un sistema cannibale che si alimenta di se stesso. Quei tre linguaggi vengono rifusi nel topos del triangolo amoroso, che a sua volta conduce a quello del duello, sebbene quello tra i due uomini sia un duello silenziato, carsico, una sorta di partita a scacchi. Così alla fine fa il suo ingresso un tema che ancora oggi è enormemente centrale: il tema del corpo».

Il sacrificio di Marianna ha qualcosa di epico. Vi scorgo la risposta personalistica, nonché eversiva, del singolo contro il convulso, dispersivo predominio dell’apparenza. Un tentativo di riscattare l’identità, seppur esposta, fragile e mutila, dall’illusoria e aggressiva moltiplicazione delle parvenze. Come interpreti questo scontro decisivo?

«Credo che Marianna sia una sorta di martire, una specie di divinità pagana che sacrifica se stessa sull’altare della “società dello spettacolo” di Guy Debord. Il punto su cui credo sia opportuno ragionare, alla luce della tua domanda, è questo: dato che Marianna agisce in un’arena televisiva, dov’è che inizia e finisce la Marianna prodotto mediatico e dov’è che inizia e finisce la Marianna individuo?».

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