Grandangolo: “Il sorriso di Jackrabbit” di Joe R. Lansdale [Einaudi Stile Libero Big]

Recensione di Marco Valenti

Un’indagine di Hap & Leonard

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Hap e Leonard tornano a raccontarci le loro peripezie attraverso la desolazione economico-emotiva del Texas, uno “stato mentale” più che uno burocratico come ama ricordare sempre Lansdale. “Il sorriso di Jackrabbit” è l’ultimo episodio (in senso cronologico) della serie che vede i due sgangherati investigatori privati come protagonisti. Tutto parte il giorno delle nozze di Hap con la rossa Brett. Durante il barbecue irrompono due personaggi che da subito lasciano capire dove andrà a finire la storia. Sono una coppia di pentecostali, e per di più lui indossa una t-shirt con la scritta “white is right”. Non certo il curriculum ideale per entrare nelle grazie dei nostri due eroi. Si tratta dei parenti più prossimi di una giovane (“dal sorriso di coniglio”) scomparsa nel nulla da cinque anni, in una spirale di chiese spurie e di assurde sette di adoratori di uomini lucertola. Sono venuti a chiedere l’aiuto di Hap nonostante il suo socio sia non solo nero ma anche gay dichiarato e quindi ben lontano dai loro standard.

Da qui in poi sarà una discesa senza freni verso un finale che lascia una porta non aperta, ma spalancata, su quello che potrà essere lo sviluppo futuro della coppia di investigatori a noi tanto cara. Se da un lato Hap Collins dovrà fronteggiare i fantasmi del suo passato (Marvel Creek dove tutto si svolge è la sua città natale) dall’altra Leonard Pine sarà accompagnato “in missione” dal suo compagno, il poliziotto Curt Carroll, il tutto in un vortice di azione, ironia e delirio, come nella migliore tradizione targata Lansdale. I due dovranno scontrarsi con un’America razzista e chiusa, con strane religioni che auspicano il ritorno sulla terra di Gesù grazie all’aiuto di uomini lucertola, con caffè imbevibili e persone dalla mente chiusa e disturbata. Il tutto sotto il cielo del Texas che minaccia pioggia.

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Il noir, come più volte detto, è il miglior modo per raccontare il quotidiano. Forte di questa convinzione anche Lansdale resta incollato al dogmatismo che da sempre caratterizza le vicende dei due regalandoci uno spaccato realistico dell’America contemporanea. “Gli immigrati ispanici sono i nuovi negri” dice Leonard in un passaggio del libro. Dargli torto è davvero difficile. C’è nelle sue parole (peraltro condivise appieno dal suo socio) tutta la delusione per la situazione attuale degli USA, in preda ad una guerra tra poveri che fa solo vittime e nessun vincitore. È solo l’ignoranza a emergere vittoriosa in questo delirio dilagante. Hap e Leonard sono gli strumenti, ma non il fine. Quello è rappresentato dall’attacco al razzismo, in particolare a quello delle provincie meridionali degli States. È intorno a questo che ruotano le 250 pagine del libro.

Il Texas ancora una volta viene eretto a simbolo per rappresentare l’intera confederazione nordamericana. Quel Texas dove “tutto è più grande”, in cui personaggi come “il Professore” del libro, muovono le fila (a cavallo tra la legalità e l’intimidazione) per creare una società in cui appunto “white is right” approfittando dell’ignoranza dilagante e del menefreghismo di chi non vuole fastidio mente si ingozza di hamburgher e guarda la tv via cavo. È l’indifferenza ciò che fa più male. Questo è quello che ci tiene a farci sapere Lansdale tra le righe. Questo è quello che mi sento di poter leggere io a libro concluso.

Per certi versi si può essere portati a pensare che quelli di Lansdale siano “mondi lontanissimi” (come cantava il Battiato dei tempi migliori) mentre in realtà non ci rendiamo conto che siamo sulla stessa linea. I nuovi razzisti raccontati da Lansdale si autodefiniscono “segregazionisti”, perchè oggi più che mai le parole sono importanti e fanno la differenza di chi ci tiene ad essere presentabile. Definizione che il nostro Leonard smonta in un minuto con il sarcarmo pungente che lo caratterizza. “Segregazionista è solo un altro modo per dire razzista. L’unica differenza è che la parola più lunga delle due indossa un cappello e una cravatta”.

L’east Texas raccontato da Lansdale è un luogo dove non conviene vivere, e in particolare a Marvel Creek, città deprimente solcata da un fiume melmoso pieno di detriti e serpenti, che ha visto tempi migliori e che si è chiusa a riccio autosegregandosi appunto. Una città amena che vuole darsi un tono, una città dove le bettole hanno chiuso ma non sono scomparsi i personaggi che le popolavano. Hanno solo cambiato abitudini. Nemmeno gli astri risparmiano Marvel Creek. Se il cielo ad inizio libro minacciava pioggia, in chiusura mantiene le su promesse, scatenando il proprio furore. Pioggia incessante che non riuscirà a lavare il sangue che inevitabilmente Hap e Leonard si lasceranno alle spalle.

C’è chi lo ha definito un B movie e chi lo allinea ai migliori pulp. C’è del vero in entrambe le visioni. Io non mi perderei però in cervellotiche classificazioni, mi piace lasciare libertà ai lettori di incanalare le proprie sensazioni ed idee come meglio credono. Io lo considero un buon libro. Come la quasi totalità di quelli di Lansdale che ho letto. Ci sono nella sua bibliografia vette insormontabili che mi hanno lasciato dentro qualcosa che ancora oggi ricordo con piacere, ma in linea di massima sono tutti di livello decisamente elevato quelli che ho avuto la fortuna di leggere.

In conclusione mi allineo ai due quando ricordano che “uccidere stanca, ti consuma anche l’anima” soprattutto in Texas dove la religione abbraccia le pistole e la povertà si impasta con l’ignoranza e la polvere delle strade sferzate dal vento. Dove tutto diventa possibile grazie al talento di Lansdale che rende reale ogni eccesso anche quello che può sembrare più azzardato. Si vive di paradossi nelle sue pagine ma ci si sta alla grande. Al punto di non volerne più uscire.

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