“Il silenzio che rimane” di Matteo Ferrario (HarperCollins)

Recensione di Raffaella Tamba

Matteo Ferrario, architetto, giornalista e scrittore, esce con un nuovo romanzo dalla scrittura limpida, scorrevole e raffinata quasi impossibile da interrompere tanto viva è l’impressione che dà di aver davanti a sé il narratore in tutta la sua disincantata, razionale costernazione: un romanzo che, quasi in un monologo rivolto al lettore, contiene la spietata denuncia di una società che ha perso di vista i valori umani più semplici, sacrificandoli al feticcio dell’immagine: un’immagine fisica, professionale, addirittura etica, ma solo ed esclusivamente un’immagine esteriore, insensibile, indifferente.

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Il protagonista, Davide, cerca di capire, attraverso un’esegesi psicologica del proprio rapporto con la moglie, perché quell’intesa perfetta di due persone che la natura sembrava aver creato l’una per l’altra, pur nelle minime inevitabili differenze, ad un certo punto ha cominciato a sbiadire.

Il rapporto fra Davide e Valentina si scontra, dopo i primi anni felici, contro la tipica quotidianità di oggi, rappresentata da un lavoro che spesso per un membro della coppia o per entrambi, straripa oltre le ordinarie otto ore al giorno e oltre i confini dell’azienda, invadendo la casa e gli orari destinati alla famiglia, travolgendo e spesso distruggendo la vita privata delle coppie:

Non avrei saputo individuare un momento preciso in cui tutto questo era sfumato e i fine settimana e le sere avevano iniziato a svuotarsi di gioia, poi di attenzione reciproca, fino ad aprire distanze sempre più grandi fra l’uno e l’altra. Non ero in grado, in altre parole, di stabilire quando il tempo da dedicare a noi due aveva smesso di essere uno spazio inviolabile”.

Un momento in particolare è isolato nella memoria del narratore: la sera in cui, per la semplice casuale resistenza di un abito da indossare per una festa tra amici, una spallina del quale si era incastrata nell’appendiabiti (momento critico simbolicamente riportato nell’immagine di copertina), Valentina sembra scoppiare come un palloncino troppo gonfio che la sola puntura di uno spillo fa esplodere e volare all’impazzata, libero ma morente. Uno sfogo di pianto e quell’unica parola, stancamente ripetuta, “Basta…” hanno segnato irreparabilmente il loro rapporto, illuminando per la prima volta quel muro che non si era materializzato davanti a loro improvvisamente, ma che già si stava costruendo pietra su pietra da molto tempo.

Si separano, senza che lui riesca mai a fare propria quella separazione: più distaccato per carattere da un lavoro che lo appaga fino ad un certo punto, nel corso dei mesi successivi sente sempre più bruciante la mancanza della moglie, fino al giorno in cui cede al bisogno di lei e la richiama. La decisione di riprovarci è quasi forzata. Valentina pone una condizione, quasi il loro fosse un rapporto contrattuale: “Voglio tornare a quello che eravamo prima”. Ma è un prima irrecuperabile perché il tempo va in un’unica direzione. Davide lo comprende e nei primi giorni si muove come in un campo minato, col subliminale terrore che un passo falso gliela porti via di nuovo.

Durante una pausa pranzo, mentre si trovano in un Hot Mugs, entra un ragazzo armato che, sotto la minaccia di una bomba contenuta nello zaino, sequestra tutti i presenti. Sono gli anni dell’ossessionante paura di attentati terroristici, ma l’atto del giovane Rasib non è legato a rivendicazione politico-religiose. È un atto più personale, sincero e, in fondo, umano: la disperata richiesta di lavoro. Il fratello maggiore aveva lavorato in quel locale come cameriere ma era stato poco tempo prima licenziato per ripetute assenze (che il sequestratore grida dovute alla necessità di portare la madre ammalata in ospedale per le cure). Forse, però, proprio l’idea della minaccia terroristica così mediaticamente potente aveva condizionato il diciannovenne Rasib portandolo a quell’assurda, esagerata e rischiosa messa in scena. Una messa in scena che si conclude in tragedia: dal bliz della polizia restano nel Hot Mugs tre vittime. 

Davide è sgomento di fronte all’assoluta insensatezza della “varietà dei comportamenti umani, che nella sua catena senza fine rendeva possibili negligenze, licenziamenti, incomprensioni, sequestri atti di egoismo e di vigliaccheria, sparatorie, vittime più o meno volute. Il sangue non era stato sparso da una sola persona, ma dal caos, dalla spaventosa indifferenza per le conseguenze di ogni gesto in cui uomini e donne mi sembravano adesso trascorrere i loro giorni”.

La cultura virtuale di oggi, artefatta e mediatica, è un mostro che fagocita ogni esperienza, individuale o collettiva. Già la dinamica del sequestro era stata vissuta in diretta su YouTube: Davide e gli altri potevano vedere nei propri cellulari ciò che accadeva dentro e fuori il caffè. La loro terribile esperienza era nello stesso tempo personale e pubblica, realtà e fiction. Il confine tra il proprio dolore e la condivisione esterna non esisteva più; ma la cosa peggiore era che quella condivisione non aveva niente di empatico, era solo uno spettacolo per gli altri. Uno spettacolo che, una volta concluso, non cessa di essere tale; anzi, si popolarizza sempre di più.

Un anno dopo infatti, quella storia finisce addirittura in una delle trasmissioni di talk show più in voga al momento: la costruzione scenica, la studiata conduzione di ogni sequenza, le pose dell’affascinante e sofisticata conduttrice, gli interventi di opinionisti contrapposti per tenere alta l’attenzione, la spietata freddezza dei commenti in chat che intervengono durante tutta la serata, che Davide segue sofferente e rabbioso, quasi incredulo del livello di cinismo imperversante, sono una denuncia di fortissimo impatto emotivo:

Avevano vinto gli altri: tutti quelli che accettavano il pragmatismo dell’età adulta, che davano per scontata la fine di ogni cosa. Quelli che amavano a freddo, come degli investitori diffidenti, pronti a correre ai ripari alle prime turbolenze dei mercati”.

Ferrario ha dato al suo protagonista il ruolo di pubblico accusatore di un delitto quotidiano e universale, quello della desostanzializzazione dei sentimenti più intimi: l’amore prima di tutto, ma anche l’amicizia, la stima, la fiducia, vengono compromessi da una vita che rincorre un’idea di successo, un’immagine di sé che, inevitabilmente, deve essere pesata da un mondo infinito di valutatori, quello dei social, accaniti nel loro impietoso e distaccato giudizio.

 

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Una risposta a “Il silenzio che rimane” di Matteo Ferrario (HarperCollins)

  1. Ivana Daccò ha detto:

    Terribile e importante.

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