RubriCate: “LA BUIA DISCESA DI ELISABETH FRANKENSTEIN” di Kiersten White (HarperCollins)

Recensione di Caterina Falconi

Cos’è la mostruosità, un aspetto repellente o un assetto interiore? E quanto le due dimensioni si corrispondono? Cos’ha a che fare la perversione con lo stravolgimento delle leggi naturali, con il tentativo di sconfiggere la morte e manipolare la vita? E l’inautenticità, la strumentalizzazione del prossimo, seppur a fin di bene, sono necessariamente malvagie?

Interrogativi antichi e ampiamente speculati, in chiave narrativa, in un romanzo concepito nel corso di una vacanza sul lago di Ginevra da una diciannovenne geniale. Accadeva nell’anno 1816, e la giovane scrittrice era Mary Shelley.

Il romanzo in questione è Frankenstein, capolavoro della letteratura gotica tuttora attualissimo. Il mostro gentile, “assemblato” da un folle creatore, è divenuto un’icona nel nostro immaginario orrorifico e spunto di innumerevoli rivisitazioni e remake.

Tra le più interessanti, coinvolgenti e azzeccate, si colloca il libro di Kiersten White, “La buia discesa di Elisabeth Frankenstein”, edito da HarperCollins.

L’autrice statunitense (nella foto, sotto) ha accettato l’ardua sfida di riscrivere l’impareggiabile romanzo della Shelley concentrandosi, come racconta nell’acuta postfazione, sulle domande che ogni storia suscita, piuttosto che sulle risposte. Nel caso di “Frankenstein”, la White si è chiesta perché l’impresa di Mary sia stata filtrata dall’ingombrante figura del marito, fin dalla remota sfida a scrivere ciascuno una storia di fantasmi, tra Lord Byron, Polidori e Percy Shelley. Percy fu infatti mentore della creazione della futura moglie e autore della prefazione e paragonò la storia a quella, concepita nello stesso contesto, da Lord Byron.

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Perché una scrittrice talentuosa, geniale come Mary non è riuscita a concepire una protagonista?

Perché la genesi del suo capolavoro continua a essere condizionata dal raffronto con le opere di altri scrittori uomini?

A questi interrogativi Kiersten White ha replicato riscrivendo il capolavoro della Shelley in chiave femminile. Incentrando la vicenda su una protagonista, una ragazza coetanea della Shelley ai tempi della stesura di “Frankenstein”. È infatti Elisabeth Lavenza, orfana donata come compagna di giochi a un Victor Frankenstein adolescente, problematico, antisociale a francamente inquietante, la voce narrante de “La buia discesa di Elisabeth Frankenstein”, romanzo articolato su una duplice dimensione temporale, la contemporanea ai fatti e quella pregressa in cui Elisabeth racconta dell’incipiente legame con il ragazzo geniale e disturbato. Un legame scandagliato con una sottigliezza psicologica capace di svelare con estrema, chirurgica delicatezza, la genesi delle personalità manipolatrici. Suo malgrado infatti, Elisabeth è costretta fin da subito a interpretare un ruolo che lentamente corroderà la sua identità. A essere per Victor, come Victor la vuole. La compagna e la complice di cui ha bisogno. Una finzione tutto sommato innocua, che però la obbligherà a imbrigliare la sua famiglia adottiva nelle maglie di una progressiva e pervasiva vigilanza. Finché infatti sarà indispensabile ai propri ospiti, assecondandone le aspettative e tacitando il proprio cuore, la giovane scongiurerà l’espulsione da un nucleo divenuto l’unica alternativa alla precarietà. Tuttavia, pare suggerire la White, si può recedere da certi comportamenti, se si ha la fortuna di serbare intatto un nucleo di umanità. Elisabeth infatti stringe amicizie sincere, anche se incuneate nella collaudata, capillare gestione del contesto familiare. Ma nulla, ahimè, è più paradossale e ingannevole della presunzione di controllo, e il bisogno di essere riconosciuta e accolta dai Frankenstein alimenta in Elisabeth una sorta di visione selettiva della realtà, che la porta a concepire il ragazzo a cui sente di appartenere, in una sorta di inamovibile codipendenza, unicamente come una vittima da proteggere.

In questa dispercezione di sé e di Victor, Elisabeth insegue, dalla prima all’ultima pagina del romanzo, il torturato primogenito dei Frankenstein, dapprima nella città di Ingolstadt, poi in Scozia, fino a tornare nei luoghi dove tutto ha avuto inizio. Nell’estenuante peregrinare, sorretta dalla smania di ritrovare il giovane a cui sente di appartenere, come una novella Andromaca Elisabeth perderà gli affetti più cari. E non solo, assisterà al capovolgimento delle proprie certezze in agnizioni insopportabili, fino a recuperare, a caro prezzo, la propria autenticità.

Il binomio tematico su cui il libro pare essere incentrato è la mostrificazione rispetto alla riconquista dell’identità. E se l’identità sembra implicare l’accettazione della propria precarietà e della solitudine, della finitezza e della fragilità, al contrario l’effrazione della morte non può che partorire abomini.

Temi quasi abusati in tutta la letteratura, soprattutto in quella di genere, ma declinati dalla White in punta di penna. Con maestria settoria, con la perizia di una ricamatrice. Affiorano così, dalle pagine sature di mistero e angoscia, figure femminili di toccante bellezza. Quella di Justine, candida istitutrice punita per la propria purezza. E quella più scafata, risoluta e carismatica della colta libraia Mary, forse un omaggio alla Shelley. La solidarietà femminile, concepita come mutuo soccorso e sorretta da una volontà di emancipazione, a un certo punto si fa leitmotiv della storia. Così come la convinzione che i legami più autentici non siano quelli di sangue, ma gli elettivi fondati non già sul timore e sulla dipendenza, ma sull’accettazione dell’altro nella sua totalità, difetti e anomalie incluse. Ognuno, pare dire la White in questa deliziosa rivisitazione del grande romanzo gotico “Frankenstein”, è a suo modo portatore di mostruosità. Che siano involontarie o acquisite. Aspetti inquietanti da cui è possibile emanciparsi, guarire, a patto di avere il coraggio di ripercorrere a ritroso la propria storia per individuare il danno che ci ha mutilati. Diverso il discorso per chi, accecato da una smania di grandiosità, finisce irrevocabilmente per reificare gli altri, riducendoli a un assemblaggio abominevole.

La buia discesa di Elisabeth Frankenstein”, è una lettura avvincente. Di quelle, fiabesche e misteriose, che hanno il duplice effetto di rapire il lettore e farlo riflettere. La prosa, soave, scorrevole, accattivante della White trascina fino all’ultima pagina e spiaggia sulla curiosità di leggere gli altri libri della romanziera statunitense.

Insomma, una lettura consigliatissima.

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Una risposta a RubriCate: “LA BUIA DISCESA DI ELISABETH FRANKENSTEIN” di Kiersten White (HarperCollins)

  1. patrizia debicke ha detto:

    🙂

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