Anna Édes di Dezső Kosztolányi

Recensione di Eleonora Papp

Anna Édes è uno dei romanzi più famosi dello scrittore magiaro Dezső Kosztolányi (1885-1936, nella foto sotto). L’opera, un noir in cui la ricerca riguarda non l’identità dell’assassino (in questo caso dell’assassina) che è palese, bensì il perché del gesto, è stata scritta nel 1926. Per capire i fatti accaduti nel libro è indispensabile conoscere il contesto storico-politico ungherese. Gli eventi del romanzo si svolgono tra il 1919 e il 1922, più precisamente durante la caduta del Consiglio della Repubblica ungherese e l’adesione dell’Ungheria alla Società delle Nazioni. Kosztolányi immerge il lettore nei primi anni del consolidamento del regime di Miklós Horty. 

Nei primi sei capitoli, la figura di Anna ci è nota solo attraverso i discorsi di altri personaggi, perché lei fa il suo ingresso nel romanzo soltanto più tardi: viene introdotta solo da altri attori. Intanto cominciamo a conoscere l’ambiente sociale storico e culturale in cui si dipana la vicenda. Il regime di Béla Kun è saltato, lo stesso capo della repubblica dei Soviet ungheresi abbandona il paese in aereo portando con sé ori e gioielli. Comincia la rappresaglia e i grandi comunisti che hanno angariato le classi borghesi e ricche temono per la propria vita. Tra questi troviamo il bieco portinaio Ficsor, egoista e interessato, il quale, per salvarsi, offre come serva la propria nipote Anna, in quel momento felicemente impiegata presso una famiglia con bambini.

I nuovi padroni di Anna, i borghesi Kornél e Angéla Vizy, con la caduta del regime comunista possono finalmente riprendere fiato e tornare a mostrare la ricchezza nascosta per mesi. Lui, Kornél, è un Consigliere ministeriale che ha atteso la liberazione per tornare a ergersi come esempio di integrità politica, pur nascondendo qualche peccatuccio di corruzione e avidità. Lei, Angéla, è una moglie insoddisfatta e lunatica, che si presenta a vicini e amici come un’illustrissima signora dalla morale ineccepibile, mentre la sua anima è corrosa dalla frustrazione derivante da una vita priva di qualsiasi compiacimento. I Vizy parecchi anni prima hanno perduto la loro unica figlioletta di sei anni. Da allora conducono un’esistenza ipocrita e vuota di contenuti umani che si prefigge soltanto un’ostentazione del potere. La padrona, l’illustrissima Signora Vizy, è angosciata, ai limiti della patologia, dal pensiero di trovare una serva capace, efficiente, onesta in grado di sostituire la serva Katica, di cui era scontenta. Anna, come abbiamo detto, precedentemente impiegata presso un’altra famiglia, verrà consegnata dallo zio, il bieco portinaio Ficsor, ai Vizy come una schiava. Ficsor risponde alle domande al posto suo, mentre la ragazza sente soltanto degli odori per lei sgradevoli, che indicano il suo rifiuto della situazione. Poi la nuova serva si abituerà, ma comincerà a perdere i capelli. Si trasformerà in una macchina perfetta e come tale sarà trattata. Il suo bisogno di amore è invece enorme, ma insoddisfatto. Jancsi Patikárius, il nipote perdigiorno dei Vizy, intrattiene con lei una breve relazione, che Anna accetta come inevitabile per una serva, ma il rapporto è di breve durata e si conclude con una delusione e con un aborto che la libererà dalla vergogna. A questo punto Anna avrebbe più opportunità di sottrarsi a quell’ambiente. Per prima cosa, potrebbe tornare alla vecchia famiglia, ma dal momento che il bambino piccolo non si ricorda più di lei, preferisce cambiare idea e rimanere presso i Vizy. Le si offre anche la possibilità di sposare lo spazzacamino, ma la Signora Vizy esercita su di lei un terrore psicologico e la costringe a restare anche col ricatto. Rimane una terza via per sottrarsi a quella vita: l’omicidio. In occasione della promozione di Kornél Vizy ad un’alta carica nel Ministero, i coniugi danno un importante ricevimento.

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Apparentemente tutto va benissimo, ma Anna è sconvolta, anche perché ha visto Jancsi flirtare con la vicina di casa. Nella notte la ragazza uccide la Signora Vizy e anche il marito che si è svegliato per vedere cosa stesse succedendo. La mattina seguente Anna viene arrestata. All’udienza, tutti sono d’accordo sulla colpevolezza della ragazza, a parte il Dottore, portatore di sentimenti filantropici e cristiani. Anna sarà condannata a una pena di 15 anni. Kosztolányi, oltre ad essere un estimatore di Sigmund Freud e delle sue teorie sull’inconscio, era un ammiratore di Luigi Pirandello e delle sue osservazioni sulla frammentazione dell’io. Secondo Pirandello elementi distinti dell’individuo, più o meno in rapporto tra loro, si possono disgregare e ricomporre in una nuova aggregazione, dando vita anche ad una nuova personalità, che, pur fuori dalla coscienza dell’io normale, ha una propria coscienza a parte, indipendente. A volte è in grado di oscurare la coscienza normale, o in ogni modo ci convive e, in questo caso, ci troviamo di fronte ad un vero e proprio sdoppiamento dell’io. In un medesimo individuo possono quindi convivere due persone che agiscono ognuna per proprio conto. Con gli elementi del nostro io noi possiamo perciò comporre, costruire in noi stessi altri individui, altri esseri con una propria coscienza, con una propria intelligenza, vivi e in grado di agire. Ma l’indagine di Kosztolányi va oltre. Il contrasto tra ricchezza e povertà non è solo sociale, ma si riflette anche sul piano linguistico. Anna non è in grado di esprimere i suoi pensieri, i suoi sentimenti; anche durante il processo per i due delitti è il presidente che traduce il silenzio di Anna in parole. Nel momento di raffigurare la ragazza l’approccio linguistico di Kosztolányi è legato al teorema filosofico di Ludwig Wittgenstein e Martin Heidegger, secondo il quale il confine della coscienza coincide col confine linguistico. L’impotenza linguistica di Anna, la sua incapacità di articolare, la sua afasia sono contrarie alle capacità degli altri di parlare continuamente, a ruota libera, senza dire nulla di rilevante. Se l’autore ci indica le cause scatenanti del duplice omicidio, ci chiediamo se riesca poi veramente a rispondere all’autentica domanda che si pone: il perché di tutto questo? Quali sono le motivazioni profonde del gesto di Anna?

Se leggiamo il primo capitolo, vi troviamo una richiesta di pietà per l’anima soprattutto dei deboli. Erue Domine animam eius. Ne tradas bestiis animas confidentes tibi. Et animas pauperum tuorum ne obliviscaris in finem. Domine Jesu Christe miserere ei. Christe parce ei.

Se leggiamo le parole del dottore filantropo, vediamo che, secondo lui, Dio assolverà Anna, perché è la più debole e la meno colpevole tra le persone che la circondavano.

Ma la risposta sul perché si passi all’atto omicida può essere veramente individuata?

Anche Jean Genet si porrà gli stessi interrogativi nell’atto unico “Le serve” (Les bonnes), scritto nel 1946. Questa commedia tragica e violenta è liberamente ispirata ad un fatto di cronaca realmente accaduto nel febbraio del 1933 a Le Mans, in Francia, quando due sorelle di nome Christine e Léa Papin di 28 e 21 anni, domestiche da almeno quattro anni presso una famiglia borghese composta da coniugi di mezza età e dalla loro figlia, in seguito ad un rimprovero per un banale incidente, sterminarono madre e figlia. Le due serve compirono la strage con inaudita brutalità, strappando gli occhi alle vittime ancora agonizzanti, seviziandone poi i corpi con efferatezza. Dopo aver commesso il delitto si ritirarono nella loro stanza per dormire nello stesso letto. Al giudice, chiamato ad indagare sul feroce assassinio, le due ragazze non fornirono alcun motivo comprensibile del loro gesto, l’unica loro preoccupazione sembrò quella di condividere interamente la responsabilità del fatto. In seguito, la causa scatenante della loro azione venne individuata da qualche psicologo nella paranoia. Kosztolányi ha dunque il merito di aver tratteggiato la geografia di una nazione attraverso le serve che la popolano venti anni prima di Genet.

È interessante sottolineare come nel romanzo “Anna Édes” venga descritta la prospettiva dei ricchi oppressori attraverso gli occhi dei deboli e dei ceti inferiori vessati e angariati che, ad un certo punto, rialzano la testa ed esplodono in un raptus di violenza. Questo filone letterario, presente anche in numerose opere, è molto ricco e trova un suo precedente illustre nel romanzo inglese “Tess dei d’Ubervilles” di Thomas Hardy, apparso in volume nel 1891.

La traduzione italiana dell’imperdibile opera di Kosztolányi, Anna Édes, è stata realizzata nel 2014 da Andrea Rényi e da Mónika Szilágyi per l’editore Anfora. È stata poi riveduta ed è apparsa in una seconda edizione nel maggio del 2018, sempre a cura di Mónika Szilágyi. Precisa e pregevole oltre alla traduzione in italiano è anche la postfazione scritta da Antonella Cilento.

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