GRANDANGOLO: “LA SCIA NERA” di AAVV (TEA)

Recensione di Marco Valenti

Trenta scrittori italiani e due illustratori raccontano la violenza contro le donne. Questa la nota a margine del testo curato da Marco Vichi in uscita in questi giorni per i tipi della Tea. Il volume, impreziosito dalle illustrazioni di Sergio Staino e dalla grafica di copertina di Giancarlo Caligaris, raccoglie alcune tra le voci più note del panorama letterario italiano. Giusto per citarne alcuni snoccioliamo i primi nomi che ci vengono in mente tra i partecipanti: Diego De Silva, Marcello Fois, Dacia Maraini, Gianluca Morozzi, Marilù Oliva, Valerio Varesi, Christine Von Borries e ovviamente Marco Vichi. Senza contare le illustrazioni di Sergio Staino e la copertina di Giancarlo Caligaris.

Gli argomenti trattati nelle 272 pagine di cui si compone “La scia nera” raccontano un mondo tristemente attuale cui non ci siamo affatto assuefatti. È tristemente in continuo aggiornamento la lista delle donne che subiscono abusi ripetuti di ogni tipo (fino alla morte). Perché è bene ricordarlo, non esiste solo la violenza fisica. Ci sono mille altri modi di infierire su una donna privandola della propria dignità. Non occorre ucciderla per farla morire.

Troviamo riduttivo soffermarci su quali siano i racconti che più ci abbiano colpito portandoci a riflessioni che pur se ovvie è bene fare sempre e comunque. Ogni autore contribuisce a suo modo con un racconto con cui cerca di portare l’attenzione del lettore su quelle che possono essere le cause di tali comportamenti. Il tutto con il grande comune denominatore che è l’ignoranza allo stato puro. Non scampa nessuno dal delirio che si sussegue ininterrotto per tutte le pagine. Non ci sono infatti vincitori. Anche le poche donne che paiono uscire indenni dalle angherie subite porteranno dentro per sempre i segni della lotta cui sono state costrette. Riuscire a scamparla non è una vittoria, così come non c’è niente da festeggiare nel momento in cui ci si libera dal nostro aguzzino uccidendolo. Mors tua vita mea non è una grande consolazione, se non nel momento iperadrenalinico in cui reagisci per non soccombere. In questi casi siamo dell’idea che si muoia in due. Uno all’istante, l’altra per il tempo che le resta da vivere.

C’è tra loro chi racconta immedesimandosi nel carnefice, chi nella vittima e chi nel vicino di casa che non è riuscito ad evitare una tragedia che pareva annunciata e si strugge pensando che avrebbe potuto fare qualcosa ma non ne ha avuto il coraggio, la forza, l’incoscienza di mettersi in gioco in prima persona. Padri, fratelli, mariti, semplici conoscenti. Tutti rivestono a loro modo il ruolo dell’aguzzino vessatore. Ognuno di loro in nome di un diritto assolutamente autoattribuitosi e del tutto fuori da ogni tipo di logica, se non la loro. Quella cioè più vicina alla follia. Non c’è differenza nelle vicende narrate. Nord e Sud, ieri e oggi. Cambia pochissimo se non nulla. La sistematica prevaricazione a danno delle donne (o ancor peggio bambine) non conosce latitudini ed epoche.

La funzione del libro è destinare i proventi dell’iniziativa editoriale all’Associazione Artemisa onlus, che, con sede a Firenze, garantisce assistenza a donne, bambine e bambini che subiscono violenza e a adulti/e che hanno subito violenza nell’infanzia. Associazione che prende il suo nome dalla prima donna che denunciò di aver subito una violenza e affrontò un processo per stupro, Artemisia Gentileschi, pittrice del ‘600.

La speranza, volendo essere ottimisti – dichiara nelle note il curatore – è che qualche lettore “a rischio” possa specchiarsi in una di queste storie, e vedendosi dall’esterno sappia capire cosa gli sta succedendo, riuscendo a fermarsi prima del baratro. Una possibilità molto remota? Chi si macchia di tali crimini non può avere una sensibilità letteraria tale da fermarsi a riflettere. Non siamo nemmeno certi che tali soggetti leggano. E se lo fanno non si rendono conto di ciò che scorre davanti ai loro occhi. Ma non perdiamo la speranza… Probabilmente grazie a questo volume si riuscirà a mantenere alta l’attenzione sul fenomeno: coi tempi che corrono significa già molto. Meglio sensibilizzare le nuove generazioni, con la speranza che siano più recettive sull’argomento rispetto alle precedenti. I libri devono essere educativi, ma ci deve essere da parte dei fruitori un terreno fertile su cui depositare il seme del dubbio. Unica vera certezza delle nostre esistenze.

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