“Brisa” di Paola Rambaldi (Edizioni del Gattaccio)

Recensione di Raffaella Tamba

“Brisa” di Paola Rambaldi (Edizioni del Gattaccio, con copertina e disegno sotto del talentuoso Pompeo De Vito) è un ritratto empatico e appassionato della bassa ferrarese degli anni ’50 (che appartiene al background dell’autrice, nata ad Argenta) tra Goro e Tresigallo, paesi provinciali come tanti, in cui l’esistenza scorre placida nella normalità quotidiana e sembra che non succeda mai nulla di nuovo, di speciale.

Gli abitanti conducono una vita ordinaria, fatta per lo più di lavoro nei campi o di pesca per gli uomini e di cura della casa per le donne. L’unico diversivo, la messa della domenica e il ballo, magari anche una fiera con il tiro a segno. Una realtà comune per la bassa padana, tra Bologna e Ferrara.

Ma un giorno… Un incipit tragico, un articolo di giornale che presenta una scena criminosa di intollerabile efferatezza, predispone a quello che sarà il tema del romanzo: un’impietosa rivelazione, la messa a nudo di una società nella quale, sotto la superficie di placida semplicità, pulsano, vivide, emozioni primordiali, gelosia, rancore, superstizione, rabbia, frustrazione, paura, fino a diventare passioni violente e perverse che dilaniano il velo della simulazione, mostrando ferite profonde e quasi tutte impossibili da rimarginare (mi sono tornate alla mente le parole di Thomas Carlyle: “Che cos’è dunque la civiltà umana? Solo un involucro, dal quale la natura selvaggia dell’uomo può balzare fuori più che mai infernale”).

Dalla banale gelosia femminile di due donne che attaccano con graffi e pugni Novella, l’affascinante addetta al tiro a segno del luna park, alla precoce e, in fondo, non del tutto consapevole depravazione di alcuni ragazzini che vendono prima il proprio corpo e poi il proprio silenzio, dall’incerta ma incontrastata caduta nella tentazione di chi forse è annoiato da una vita troppo uguale e insignificante, fino alla più fredda e bestiale violenza di chi non si fa scrupolo di approfittare della figlia e poi di mettere a tacere gli inevitabili sospetti nel più barbaro e sconvolgente dei modi.

Il contrappasso fra il placido ideale di una vita paesana e la cruda istintività che si cela dietro vite apparentemente normali è l’amara accusa dell’autrice che, nei panni della sua protagonista, denuncia una società che si perde nei vizi, nella paura, nella fuga e che sceglie troppo spesso di farsi giustizia da sé, trasformando la vittima in carnefice, l’innocenza in colpa.

Da questa palude che fagocita le illusioni e i valori, Brisa emerge grazie alla sua umiltà e rassegnazione: abituata fin da bambina a fare i conti con un aspetto fisico imbarazzante – troppo alta, lunghissimi capelli scuri avvolti in una treccia e due inquietanti occhi di colore diverso che nascondeva costantemente dietro un paio di occhiali scuri – Brisa sapeva che non le era concesso essere come tutte le altre ed il soprannome le era venuto proprio dalla parola dialettale che esprime la rinuncia a priori, la spontanea dissuasione da qualsiasi aspettativa di cambiamento. Vive con il padre ed il fratello che, pur con la tenera goffaggine maschile, riescono ad assicurarle un clima familiare accogliente e confortante. Il fratello ha una relazione con la donna più bella del paese, rimasta vedova con un figlio di dodici anni, bellissimo come lei, ma sfuggente e introverso. Sarà la prima pedina di un articolato gioco criminoso che sfocerà nella tragedia la cui cronaca apre il romanzo; tragedia che forse avrebbe potuto essere evitata se le indagini condotte dai due carabinieri del paese, proprio per l’incapacità di concepire una delittuosità così disumana in un piccolo paese dove non ci si aspettava nulla di diverso dal banale quotidiano, non fossero state troppo indolenti e tardive.

Vita e morte, antitetici per natura, acquistano nella storia della Rambaldi, una sorta di complementarietà: si avvicinano, si mescolano, si rendono, proprio nel loro intreccio, espressione concreta della quotidianità. Il carro funebre che di giorno accompagna le persone nell’ultimo viaggio diventa, il sabato sera, il furgone di un gruppo di amici che vanno a suonare nei locali per racimolare qualche soldo in più (commovente la scelta del nome del complesso, I cavedani di Gorino, riecheggiante l’ambiente della pesca al quale i ragazzi appartengono), nel cui ampio vano posteriore possono essere stipati gli strumenti musicali. Primino, figlio dell’impresario di pompe funebri, vissuto fin da bambino, a contatto con il lutto e il dolore, ha paradossalmente maturato una personalità equilibrata e serena, capace di reagire alle lugubri tentazioni che invece raggiungono e travolgono i suoi compagni.

Brisa e Primino rappresentano i punti fermi attorno ai quali la ruota della depravazione e della violenza gira sempre più vorticosamente, travolgendo in modo più o meno crudo e fatale quasi tutti i protagonisti della storia. Un universo emozionale rovinoso che si porta via la fiducia e la positività.

Ma la forza indomita dei due giovani, quella forza che viene dalla loro natura sensibile e potentemente umana, li sostiene e li porta a reagire ed a lottare l’uno per l’altra. È quella stessa natura sensibile che permette loro di riconoscersi a vicenda e di capire che, finalmente, si sono trovati nella condivisione di un modo di essere pulito ed onesto.

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Una risposta a “Brisa” di Paola Rambaldi (Edizioni del Gattaccio)

  1. patrizia debicke ha detto:

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