GRANDANGOLO: IL QUADERNO ROSSO di MICHAEL BUSSI (EDIZIONI E/O)

Recensione di Marco Valenti

Michel Bussi è un autore verso cui abbiamo un debole. Lo dichiariamo in partenza in modo da liberare il campo da ogni tipo di fraintendimento. Cercheremo quindi di essere il più obiettivi possibile, ma sappiate che non sarà affatto facile mascherare la nostra posizione. Adoriamo la sua capacità di reinventarsi ogni volta in un contesto differente alla faccia della serialità che in tanti amano. Sostituisce ai personaggi ricorrenti gli eventi “ricorrenti” che sceglie di raccontare secondo una metodologia del tutto avulsa rispetto agli standard solitamente usati dai suoi colleghi più famosi. Da buon professore di Geografia Politica individua quelle che sono le zone più “sensibili” e lì innesta le proprie parole. Parte quindi dai luoghi per raccontare delle storie anzichè cercare il luogo in cui adattare le proprie vicende.

Con “Il quaderno rosso” sceglie di raccontare il Mediterraneo, visto e vissuto dalle sue opposte sponde. Ed in particolare il racket che si cela dietro alla tratta dei migranti. Il business criminale del nuovo millennio. Cerca di portaci dietro a tutti i traffici illeciti delle associazioni che – con la scusa dell’emergenza umanitaria – si arricchiscono alle spalle dei rifugiati. Il tutto sottolineando come questi ultimi abbiano ben chiaro quello che sarà il loro futuro nella stragrande maggioranza dei casi:

“Lo dico per l’homo megapolitas, quello che vive nelle metropoli ricche del pianeta. L’Homo megapolitas avrà sempre bisogno di noi per svolgere le tre D, come dicono gli inglesi dirty, dangerous e dull, ovvero il lavoro sporco, pericoloso e noioso. Chi dovrebbe sostituirci? A chi andrebbe di sostituirci, visto che noi siamo invisibili come fantasmi e la mattina le grandi città si svegliano con le strade pulite, i cassonetti svuotati e i grattacieli con le finestre che brillano?”

E poi Bussi questa volta racconta Marsiglia. Basta solo questo per fargli conquistare un posto speciale nel nostro immaginario. Siamo figli della triologia marsigliese di J.C.Izzo e di conseguenza non possiamo non cadere ai piedi di chi sceglie di illustrare la città e i suoi animati quartieri popolari in contrasto con le ville sulle colline da cui dominano il golfo. Bussi dipinge le mille anime che colorano una città carica di contrasti e contraddizioni dove si incontrano e si scontrano le esistenze di tutti coloro che ambiscono ad una vita dignitosa e legalmente riconosciuta. Una città che è un crocevia tra mondi lontanissimi che si sfiorano senza penetrarsi. Le due sponde del Mediterraneo appunto, che si specchiano, scoprendosi molto più simili di quanto non si pensi.

Il grande pregio dello scrittore francese è a nostro avviso la capacità di essere efficace su argomenti spinosi senza cadere nella retorica. Affrontare tematiche come questa può essere un’arma a doppio taglio. Facile è infatti cadere nel pensiero unico dominante che sorride tanto ai radical chic nostrani. Bussi invece guarda le cose da una diversa prospettiva, senza scivolare nell’autocompiacimento o nel facile [e gratuito] buonismo da circolo arci. Racconta le cose per quello che sono, senza prendere posizione, lasciando quindi al lettore la capacità di fare il conto con la propria coscienza. È chiaro che vuole portarci verso le sue teorie [sarebbe stupido negarlo] ma ha il pregio di farlo senza essere banale. Non ti spiattella quella che è la sua posizione, ti ci fa arrivare con il ragionamento. Che è cosa ben diversa dal facile indottrinamento.

Il quaderno rosso del titolo è il diario segreto di Leily, maliana di origine e marsigliese di adozione. Un diario che raccoglie tutto il dolore e la sofferenza che il passato le ha riservato. Leily ce l’ha fatta. È riuscita ad attraversare il Mediterraneo ed ora cerca di ottenere una casa popolare dove potersi sistemare adeguatamente con i tre figli, al momento stipati in un monolocale all’interno un casermone alla periferia della città. Il passato inevitabilmente ritorna e Leily non potrà non fare i conti con quanto il destino ha lasciato in sospeso, anche se saranno i suoi figli a giocare in prima base. Ognuno a suo modo. Sarà intorno a loro infatti che ruoteranno tutte le vicende. Dapprima separatamente e poi intrecciandosi in modo indissolubile. Tutto si svolge in un tempo ristrettissimo, in soli quattro giorni a cavallo tra Francia e Marocco, passando per il Libano e gli Emirati Arabi. Intorno alla famiglia di Leily una serie di delitti realizzati nella stessa catena di alberghi ma in città diverse da una misteriosa figura femminile parzialmente ripresa dalle telecamere di sicurezza. Ciò che lega le vittime è il fatto di lavorare o aver lavorato per la Vogelzug, l’ente cui spetta il monopolio dell’accoglienza ai migranti in terra francese.

Come detto Bussi ci trascina nella più stretta attualità. Quella di un’Europa ancora lontana da quell’unione che i burocrati e le banche vorrebbero instaurare. Un’Europa impreparata a raccogliere i disperati in cerca di un futuro che lasciano le coste dell’Africa carichi di speranze. La stessa Europa che si sta chiudendo a riccio, nonostante le belle parole dei governanti [francesi in questo caso come sottolinea fortemente l’autore a più riprese], e nega il sogno di un domani a chi cerca solo un modo per fuggire da un destino segnato. Una Francia che li sfrutta in Africa e che li umilia sul proprio territorio una volta sbarcati. Come sottolineano i protagonisti “il dovere della Francia è accogliere i rifugiati, ma la consegna è di non farli entrare”.

“Certe volte bisogna scegliere da che parte stare” ci dice a più riprese Bussi. Vero, verissimo. Ma è altrettanto vero che nel suo libro il confine tra il bene ed il male è veramente evanescente ed è un attimo passare da una parte all’altra. Come nella vita reale, le persone non sono mai quello che sembrano. C’è sempre un perchè nei loro gesti [spesso nascosto ed inconfessabile] che cambia le prospettive e che rimarca come “Nessuno sia innocente in questa storia”.

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2 risposte a GRANDANGOLO: IL QUADERNO ROSSO di MICHAEL BUSSI (EDIZIONI E/O)

  1. Ivana Daccò ha detto:

    Non conosco questo autore. E per la verità sono sempre un po’ scettica su chi affronta il tema dell’immigrazione (con rare, sempre dubitanti, eccezioni), mentre concordo perfettamente sulla non innocenza di nessuno, (immaginando che l’autore non chiami fuori se stesso dall’accusa di correità).
    Leggerò sicuramente questo autore, E ti ringrazio per l’interessante recensione.

    • totenschwan ha detto:

      grazie a te per il contributo che mi hai lasciato. leggilo e vedrai che la linea dell’autore è tutt’altro che benevola. come detto nella recensione il suo giudizio sul fenomeno è negativo per tutti coloro che ne sono coinvolti. il suo è un tentativo, a mio giudizio pienamente riuscito, di far riflettere su argomenti che vengono affrontati troppo superficialmente.

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