“Le quattro ragazze Wieselberger” di Fausta Cialente (Mondadori)

Recensione di Eleonora Papp

Le quattro ragazze Wieselberger” di Fausta Cialente (nella foto, sotto), romanzo, vincitore del Premio Strega del 1976, è ambientato a Trieste, tra la fine dell’Ottocento e gli inizi del Novecento. Possiamo notare come nell’opera non prevalga una vera e propria storia unitaria. Ci viene presentato il nonno, ricco commerciante e maestro di musica, il quale ha allevato le quattro figlie (Alice, Alba, Adele ed Elsa) in grande agiatezza, ma ad un certo punto, prevedendo tempi peggiori, ha ridimensionato le loro esigenze per abituarle ad un minore dispendio di risorse. Le prime tre ragazze, Alice, Alba e Adele, hanno tutte la “a” come iniziale del nome, anche se nessuno ne ha mai spiegato il motivo, l’ultima, invece, Elsa, deve il proprio nome all’eroina dell’opera romantica “Lohengrin” di Richard Wagner. Le quattro ragazze nella propria casa su Ponterosso assistono a ricevimenti sontuosi, nel corso dei quali il padre dirige i musicisti. Notiamo anche altre discontinuità: la prima parte del romanzo è infatti arricchita di espressioni tratte dal dialetto triestino, di riferimenti musicali e di richiami alla storia di Trieste e di quell’Italia di cui la città non era ancora parte.

Procedendo nella lettura, più che la storia delle quattro ragazze, l’opera viene ad essere la storia di Elsa Wieselberger, mamma dell’autrice, vista attraverso quattro generazioni (dai genitori ai nipoti). Ultima delle quattro ragazze, attraverso i suoi occhi conosciamo le peripezie delle altre, mentre nello sfondo si delinea l’Italia a cavallo di due secoli e poi delle due guerre mondiali. Elsa sarà la figura che tiene unito il romanzo, che passa da un tipo di narrazione in terza persona ad uno in prima persona. A raccontare sarà la Cialente, ormai donna adulta. Una volta terminati gli studi in Italia, Elsa rinuncia alla possibilità di essere una donna indipendente e di poter vivere della propria arte di cantante lirica per sposare il papà di Fausta, un ufficiale italiano che la tradisce. Anche una zia viene tradita dal marito, ma tutto passa sotto silenzio come era richiesto dall’educazione dell’epoca. L’autrice pertanto pone l’attenzione sulla condizione delle donne, spesso costrette a rinunciare alla propria carriera per contrarre matrimoni che poi si devono tenere insieme in nome dei figli. Fausta è più indulgente verso la figura paterna: vede in lui, militare contrario alla guerra, meridionale contro il sud, italiano contrario all’irredentismo, delle posizioni intellettuali interessanti. Lo vede come tutto ciò che la madre, simbolo invece di cultura e musica non è. A causa dell’attività paterna, la famiglia si sposterà in varie zone dell’Italia, ma Fausta prenderà sempre Trieste come punto di riferimento ideale, soprattutto nel momento in cui, ancora bambina, si renderà conto delle differenze economiche e sociali che intercorrevano fra Trieste e l’Abruzzo, regione di provenienza del padre. La Cialente prosegue poi ripercorrendo la propria vita e quella del fratello Renato, famoso attore, morto in un incidente sospetto (travolto da una macchina tedesca) e poi parla dei suoi viaggi in Israele, in Egitto e infine in Kuwait.

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Il libro rappresenta una critica sociale nei confronti della cieca borghesia dell’epoca e nei confronti della posizione subordinata della donna. La borghesia descritta nell’opera è miope, non percepisce la delicatezza del momento storico che sta vivendo e per questo si ritrova poi a dover affrontare impreparata le conseguenze di due conflitti di portata mondiale. I parenti triestini di Elsa, infatti, al di là delle proprie critiche, non si rendono conto che la loro ricchezza deriva proprio dall’appartenere ad un crogiuolo di razze che l’impero asburgico lascia libere di vivere in armonia. Ecco allora che la storia di Trieste, dell’irredentismo e del rapporto con l’Italia si collegano alla storia della famiglia Wieselberger, che capirà a proprie spese il significato di quell’odio nei confronti di altri che stava iniziando a serpeggiare un po’ dappertutto in Europa.

Le quattro ragazze Wieselberger” di Fausta Cialente, al momento della loro apparizione nell’anno 1976, furono accolte con grande favore sia dalla critica sia dal pubblico, visto che trattavano un argomento molto interessante, cioè la vita della classe borghese in una città multietnica e multiculturale come era la Trieste asburgica. Sembrava quasi una scrittura che affrontasse questa tematica da un altro punto di vista rispetto a quello che aveva fatto Italo Svevo nei suoi romanzi, in particolare ne “La coscienza di Zeno”. In realtà si tratta di opere molto diverse. Il romanzo di Svevo nasceva da una parte da una fusione di varie culture mitteleuropee e risentiva dei loro contributi. L’opera di Fausta Cialente invece è il ricordo, filtrato della scrittrice attraverso la sua memoria personale, dei racconti delle sue zie e in particolare di sua madre Elsa.

Ne “La coscienza di Zeno” assistiamo al crollo delle certezze di una città che, ad un certo punto, sente la fine dell’Impero asburgico e il tramonto del mito di Vienna, ideale condiviso con forza ed entusiasmo dalle popolazioni tedesca, slovena, croata ed ebraica. È interessante notare come Zeno, non attaccato ai valori morali e civili che erano alla base della vita triestina, riesca a superare con disinvoltura il tracollo delle sicurezze austriache e a reggere l’inserimento in una realtà italiana, decisamente più povera, che offriva meno prospettive, dato che Trieste cessava di essere ufficialmente il porto di Vienna.

Nel romanzo “Le quattro ragazze Wieselberger” abbiamo invece una contrapposizione tra il mondo filoaustriaco della popolazione non italiana e il mito di Milano o di Roma, coltivato dalla popolazione italofona della città.

Naturalmente, come sappiamo, le speranze di questa classe borghese, che agognava ad appartenere all’Italia, in gran parte saranno destinate a essere notevolmente ridimensionate dopo il ricongiungimento effettivo con una madrepatria probabilmente non in grado di gestire situazioni difficili e complesse. Un limite del romanzo della Cialente è il suo continuo voler spiegare le ragioni, per altro reali e storicamente fondate, che giustificherebbero queste difficoltà di convivere con altre etnie. Manca a volte quella spontaneità di un vissuto quotidiano in una realtà che le è nota solo attraverso racconti e soggiorni estivi.

Il romanzo risulta alquanto sbilanciato tra i ricordi della vita delle zie e le proprie esperienze personali che la portano necessariamente fuori da Trieste.

Quindi da una parte resta apprezzabile la ricerca umanistica delle periferie culturali italiane, austriache, slave ed ebraiche che vivono a Trieste, ma dall’altra parte si evince l’impossibilità di capire veramente che cosa sia in realtà avvenuto. Il libro appare a volte un po’ dispersivo, sicuramente differente rispetto al capolavoro sveviano. “Le quattro ragazze Wieselberger” resta comunque un romanzo pregevole per molti aspetti e dovrebbe essere più conosciuto e discusso nella realtà odierna che assiste ad uno sviluppo sconsiderato dei nazionalismi. Sembra che il silenzio sia sceso sui romanzi di questa autrice. L’opera adesso si può trovare solo nell’usato. Cercando il nome della scrittrice-traduttrice sul Web, purtroppo compare poco o niente, nonostante Fausta Cialente non fosse solo una brava scrittrice, ma anche un’acuta indagatrice del proprio tempo e un’attivista contraria alla guerra, antifascista e vicina alla questione femminile.

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Una risposta a “Le quattro ragazze Wieselberger” di Fausta Cialente (Mondadori)

  1. patrizia debicke ha detto:

    Interessante

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