“A bocca chiusa” di Stefano Bonazzi (Fernandel)

Risultati immagini per stefano bonazzi a bocca chiusaRecensione di Patrizia Debicke

Romanzo di esordio, di Stefano Bonazzi, che a dieci anni dalla prima pubblicazione torna in libreria con una nuova edizione per Fernandel. Un romanzo duro, amaro, privo di ogni e qualunque consolazione che racconta la devastante, tragica progressiva genesi di un assassino, che avendo incontrato nella vita solo il dolore non può che immaginare di riviverlo, riproponendone i perversi procedimenti. Il punto di vista del protagonista, all’inizio del romanzo, è quello di un bambino di sei anni intento a disegnare su un foglio di carta un camion con un pennarello rosso, che fissa inorridito il nonno che sta spezzando il braccio della moglie. «Nonno le prese il braccio destro per il polso, lo ruotò e lo sbatté contro il vetro della porta che dava nella sala da pranzo». Il crack dell’osso che si spezza gli sembra più rumoroso del frastuono del vetro che va in mille pezzi. La nonna però non grida, non dice niente. Corre via, in bagno, a lavarsi e fasciarsi, senza fiatare. E lui. il piccolo, sotto choc, deve subito riabbassare gli occhi sul suo disegno per non incrociare gli occhi dell’orco. Perché l’orco è suo nonno, un omone grande e grosso che è diventato così da quando la malattia gli ha bloccato la schiena, privandolo da un giorno all’altro della libertà di andare dove voleva e del suo camion. Da allora si è trasformato in una bestia impazzita, incontrollabile, che lo terrorizza.

Ma toccherà proprio a lui, durante quella lunga, maledetta, torrida estate dei suoi dieci anni, con la mamma impegnata come parrucchiera e la nonna a servizio a ore costrette fuori casa per lavoro, dover far fronte a quella bestiale rabbia, a quell’incontrollabile rancore contro l’intero mondo, a quella malvagia e folle violenza dell’ex camionista, di una belva in gabbia che si sfoga sul nipote. Squallido palcoscenico della tragedia: una periferia assolata, imprigionata tra il cemento della tangenziale, con a vista pochi aridi terreni e tanti capannoni industriali. Gli interminabili giorni di un’estate che sembra non finire mai, densa solo di insopportabile afa e noia. Un bambino lasciato a giocare sul balcone dell’appartamento. Un bambino che per un giorno viene aiutato a fuggire da Luca: un vicino di casa, l’amico che tutti vorrebbero ma sarà solo una volta… . Poi, per punizione, giorno dopo giorno, dovrà stare da solo, sul balcone. Come non impazzire quando si è costretti a restare imprigionati fuori, senza la possibilità di sfuggire ai dardi del sole di agosto, se non tentando di farsi piccolo piccolo per schiacciarsi contro il parapetto a cercare un’impossibile frescura? Fino all’agognata fine, l’ultimo giorno delle vacanze estive, al tentativo di ribellione che sarà il momento che gli cambierà per sempre la vita.

Un noir familiare crudo, crudele che lascia chi ha la forza di sopravvivere incancellabili cicatrici, come quelle che dovrà accettare l’anonimo protagonista, il ragazzino a cui il nonno strapperà brutalmente l’infanzia dal corpo, facendogli vivere quell’estate – momento per i bambini sempre simbolo di vacanza, di gioco, svago e allegria – come un mostruoso incubo, in una forzata prigione domestica dalla quale gli sarà possibile affrancarsi solo quando da vittima sacrificale si trasformerà a sua volta in carnefice. Una spaventosa estate che segnerà fisicamente il protagonista fino a quando da adulto, dovrà tentare di a regolare i conti col passato. In questo romanzo non c’è il Bene da un lato, pronto a scontrarsi con il Male. No, il Bene stavolta non esiste, esiste solo il Male, erogato da una lucida follia, in grado di annullare ogni innocenza o serenità. Un romanzo tormentato, agghiacciante, marchiato dalle illusioni mancate degli albori di un’amicizia, che faceva intravedere un riscatto ma subito cancellata. Come poteva sopravvivere e meritare un futuro un protagonista così gravemente ferito nella psiche e nel fisico? Diventato adulto, ormai schiavo degli psicofarmaci, solitario, senza la volontà e la possibilità di comunicare, con un lavoro ripetitivo privo di soddisfazioni, crede di poter trovare salvezza nell’amicizia di un bambino. Un bambino che cerca un padre, affetto, sostegno; un bambino che vuole sentire una fiaba. E sarà una fiaba che si inserisce perfettamente nella logica della trama del romanzo e che, come questo, non potrà avere un lieto fine. A bocca chiusa non è un romanzo facile da leggere, difficile mettere a fuoco la realtà e la morbosa fantasia che si incrociano continuamente tra di loro scambiandosi le parti e che, a conti fatti ti lasciano addosso solo inquietudine e amarezza. Non c’è soluzione per il protagonista né consolazione per il lettore nelle sue pagine. Un romanzo cupo, che non offre alcuna redenzione, un pugno allo stomaco. Una triste favola nera che sei contento di aver letto, solo perché per fortuna sai che tutto quell’orrore è stato inventato, ma… ahimè potrebbe anche essere vero.

Stefano Bonazzi è nato a Ferrara, dove vive e lavora. Di professione grafico pubblicitario, realizza composizioni e fotografie ispirate al mondo dell’arte surrealista. Le sue opere sono state esposte, oltre che in Italia, a Londra, Zhengzhou, Miami, Seul e Monaco. A bocca chiusa è il suo romanzo d’esordio, uscito nel 2014 da Newton Compton; nel 2017 ha pubblicato per Fernandel il romanzo L’abbandonatrice, molto apprezzato dal pubblico e dalla critica.

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