I ricordi degli specchi, di Susanna Raule (StreetLib)

Recensione di Raffaella Tamba

Per la terza volta (questo è il quarto romanzo che Susanna Raule, psicologa e psicoterapeuta di La Spezia, dedica al suo originale protagonista), il commissario Ermanno Sensi è coinvolto in un delitto dalle atmosfere cupe e misteriose che si profilano fin dalla seconda pagina, quando si trova di fronte alla prima vittima, riversa su di una scalinata.

Dalla seconda pagina perché, invece, la prima è qualcosa di a se stante, un’introduzione rappresentativa del tempo, del luogo e del soggetto, resa con tocco di rara poesia e sensibilità: il tempo – “la fine di ottobre è un momento particolare. L’estate è finita, eppure, in alcuni momenti, sembra non essersene accorta. Allora arriva la pioggia e stabilisce le proporzioni. Sono scrosci grigi e tristi, che spiegano a tutti che il sole diventerà sempre più pallido e freddo e che non c’è proprio niente da fare. Dopo la pioggia, l’aria è umida e fresca, quasi pulita, e le foglie cadute a terra hanno l’odore di un addio. L’autunno è malinconico, se lo ascolti arrivare”; il soggetto – “Ermanno Sensi non aveva alcuna intenzione di farlo. Inizi ad ascoltare l’autunno e finisci ad ascoltare te stesso o altra roba new age. No grazie, poteva fare a meno di esplorare la solita insoddisfazione strisciante, la solita irrequietezza”; il luogo – “Come molte altre città liguri, La Spezia sembrava partire dal mare e arrampicarsi sulle colline. Da quelle colline fitte di case scendevano strade srette e serpiginose e scalinate ripide, che tagliavano il paesaggio urbano quasi in verticale”.

Si volta pagina e ci si ritrova immersi in pieno nel delitto, con un effetto-pathos duplicato dalla presenza, accanto al cadavere dell’uomo, di una donna inginocchiata nell’atto di constatare con strano distacco la morte dell’individuo. Immediata la deduzione del commissario che quella donna non possa essere che un medico che passava di lì per caso o…l’assassino.

Da quel momento, la vita di Sensi è inevitabilmente travolta dall’indagine sebbene, per il suo carattere così originale, il suo desiderio di estraniarsi dal mondo e dalle sue pretese di attenzione quando non sa neppure lui stesso cosa desideri veramene per sé dalla vita, faccia inizialmente di tutto per mantenersene fuori, come se cercasse disperatamente di non precipitare nell’abisso di iniquità che ogni delitto impietosamente rivela.

È la sua squadra, quella che lavora al suo fianco e alle sue spalle, che lo sorregge e gli infonde l’energia per andare avanti. Forse lui non se ne rende conto del tutto ma quelle persone che lo conoscono da tanto tempo e così bene sono parte di lui, sono componenti della sua coscienza e della sua professionalità: dal pacato Mainardi, un po’ dileggiato per la sua apaticità che lo fa sembrare perso in un mondo tutto suo, a Tudini, umile e sempre presente nel bisogno, dal superiore Salvemini che lo conosce bene e sa prendere il meglio di quello che gli può dare nei pregi e nei difetti, al burbero, irascibile e violento brigadiere Mari, un’antitesi irresistibile nella contrapposizione fra la simulata mascolinità esteriore fatta di muscoli e tatuaggi e l’intima femminilità del suo orientamento sessuale; e, soprattutto, a Rosanna Riu, l’ispettore che affianca Sensi in modo completo, nella vita professionale e in quella privata, guidandolo nel rispetto per il suo genio deduttivo nella prima ed assecondandolo con pazienza, tolleranza e totale dedizione nella seconda. Rosanna Riu è una figura bellissima, nella quale l’autrice ha combinato una personalità forte e sicura di sé con la capacità di amare senza riserve, di dare senza chiedere nulla in cambio, di essere disponibile sempre nel momento del bisogno e saper aspettare. Nel suo atteggiamento non c’è mai umiliazione, condiscendenza passiva, debolezza; non si sminuisce mai, accetta le incostanze dell’amico con determinazione e sensibilità e la sua delicatezza diventa così la sua forza.

L’antagonista della Riu (nell’accezione terminologica del genere fiabesco) è Fiorella Torre, o meglio Sara Zaccaria, una figura inquietante, ambigua fin dalla scelta di rivestire una seconda identità. La donna è presente sul luogo del primo delitto, la cui vittima non sarà mai identificata se non dal soprannome che la squadra di Sensi le ha spiritosamente imposto fin dall’inizio, quello di Strina, una figura simbolica della cultura popolare spezzina che rappresenta una sorta di capro espiatorio per ogni evento che non sia riconducibile a qualcuno in particolare; e, con sorprendente casualità, è presente anche sul luogo in cui viene rivenuta la seconda vittima. Colta, decisa, spregiudicata, intelligente, è estremamente abile nel suo gioco tortuoso che il lettore intuisce fin dalla sua comparsa, grazie alla penetrazione mentale del narratore esterno, l’unico che abbia accesso all’intimità dei suoi disegni oscuri.

Ricerche approfondite permettono di individuare un legame di Fiorella con la massoneria, le cui trame sottili e tortuose s’intrecciano con quelle di un traffico di droga con la Colombia, finendo per stringersi intorno a persone non del tutto colpevoli e soffocarle.

La potenza della massoneria è sfidata da Sara, il cui scopo però è qualcosa di ben più arcano. La sua vita è stata condizionata da esperienze di esoterismo che l’hanno portata a percepirsi come l’ultimo anello di una lunga catena di donne che ha varcato il tempo e la storia, una sequenza di figure che si sono sempre trovate vittime di violenze ed abusi sessuali e che lei vorrebbe, finalmente, interrompere: “Nelle profondità dello specchio, le sue identità passate si muovevano senza sosta (…). Emergevano e poi sparivano di nuovo, come vecchi ricordi. Be’, erano vecchi ricordi”. Ricordi che non le davano tregua. L’unico modo per chiudere il cerchio era trovare quella persona che Sara conosceva da sempre, che, come lei, aveva varcato il tempo e la storia. E quell’uomo, nel suo presente, era Ermanno Sensi. In forte contrasto con la sua personalità sagace, ribelle, egocentrica, anche Sensi incomprensibilmente accetta e fa sua questa visione cabalistica dell’esistenza. Riconosce potenze arcane nella determinazione degli eventi, quelle potenze che Sara chiama fato, che le persone che hanno fede chiamano Dio, che gli scettici chiamano caso. A ben vedere, c’è sempre, per tutti, la percezione di qualcosa di ignoto ma tangibile che guida le nostre vite.

La componente esoterica non toglie assolutamente nulla al realismo noir del romanzo. La Raule riesce a conciliare tre registri narrativi così lontani l’uno dall’altro con lodevole sapienza: il registro del giallo con il sottile filo del delitto oggetto di indagine deduttiva, il registro del magico, calato nel contesto noir con la funzione di potenziarne l’effetto suspense ed il registro dello humour utilizzato praticamente in ogni scena in cui entrano in gioco i protagonisti positivi. Un umorismo frizzante e intelligente, irresistibile e inarrestabile, che sostiene i personaggi come per dar loro un’arma in più nell’affrontare e risolvere un caso così crudo, inspiegabile, oscuro e spietato, l’arma di un’ironia che, sdrammatizzando e accettando il punto di vista dell’altro, diventa saggezza di vita.

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