RubriCate: BREVE STORIA DI ROSITA E KAPLAN di Max Deliso (I BUONI CUGINI EDITORI)

Risultati immagini per max deliso“È quasi certo che diventiamo quello che siamo” pensa Kaplan il giorno che decide di oltrepassare il muro di una vita delimitata e consuetudinaria, il giorno che decide di muovere un passo fuori da sé, incontro a Rosita, la ragazza che ama. Una decisione preceduta da alcune riflessioni sul destino che in qualche modo costituiscono il paradigma della narrazione. La vita assomiglia a un film che ti lascia dentro una parvenza di senso, se sai trasporla in una sorta di fiaba deformante che evidenzi gli attimi sopportabili, poetici e belli, confitti nel dolore quotidiano. Il destino non conosce che due dimensioni temporali: si vive nel presente e marcisce nel passato. Kaplan perciò dichiara guerra ai propri mostri e si connette con l’esterno cercando un lavoro e una sorta di agnizione di sé. Prova un istinto di protezione e una vocazione alla responsabilità nei confronti della candida Rosita, bionda giovane che annaspa in un contesto familiare altamente problematico, anche se ricco, a suo modo, d’affetto. E l’a suo modo, in fondo, è la coloritura, la cifra di tutto il libro. Ciascun personaggio, da Kaplan a Rosita, dalle rispettive madri alla corte di amici e parenti per lo più anziani (metafora, forse, di una genitorialità spostata in avanti sulla linea temporale, fino al momento del passaggio delle consegne sul prendersi cura dei congiunti) commuove e incanta per le zoppie esistenziali che lo caratterizzano.

Kaplan e Rosita dunque si amano, e favoleggiano del loro primo incontro così come della convivenza successiva, in un modo che insinua nel lettore il dubbio di muoversi tra i desiderata onirici del protagonista. Ma la convivenza e la stabilità richiederebbero un’autosufficienza economica e una identità sociale accettabile. Requisiti che la coppia si procaccia con candore fiabesco, accettando occupazioni borderline, tra il riprovevole e il filantropico, quali il fungere da controfigura nei film pornografici di Kaplan e lo spacciare droghe leggere agli anziani di Rosita. L’asse del lecito vacilla e si sposta, mentre accettabile diviene tutto ciò che, in varie forme, soprattutto le manchevoli, improvvisate e rabberciate, funge da lenimento alla sofferenza propria e altrui, e da collante tra periferie esistenziali traboccanti di tenerezza. Se infatti il grottesco è la cifra di questo romanzo breve, e la voce narrante di Kaplan risona della spacconeria di un bambino, il messaggio sotteso è che sussistono innumerevoli alternative agli assetti umani comunemente reputati sani e accettabili. Kaplan e Rosita, con il loro amore fanciullesco e luminoso, diventano le stelle binarie di un sistema orbitale in cui si collocano, su traiettorie sbilenche ma funzionali, tutti gli altri personaggi, variamente segnati da dipendenze e appuntamenti mancati, ma immancabilmente traboccanti di umanità e altruismo.

La vicenda procede così per cerchi concentrici, da episodi che riecheggiano gli antefatti e anticipano le evoluzioni, in una sorta di poetica trasposizione della coazione a ripetere che sfuma nella mitologia personale, in uno sghembo e tenero ruzzolone onirico, nella rievocazione nostalgica di un destino fallito.

Diviene in qualche modo il film annunciato nell’incipit e girato sul finale, metafora di un’autosufficienza auspicata e diversamente decollata verso uno snodo narrativo e nevralgico in cui lettori, autore e personaggi sperimentano una vivida, intermittente immedesimazione.

Caterina Falconi

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