La dieta dei mestieri, di Eleonora Buratti (Tecniche Nuove)

Immagine correlataRecensione di Raffaella Tamba 

Dimmi che lavoro fai e ti dirò cosa devi mangiare“: nell’incrocio di due binari nei quali scorre la vita quotidiana di ciascuno di noi, il lavoro e l’alimentazione, Eleonora Buratti si è saputa inserire con passione, simpatia e competenza. Partendo da un proprio coinvolgimento personale per aver prima di tutto compreso su di sé l’importanza di una corretta alimentazione, l’autrice si è proposta di dare un contributo nuovo rispetto alle solite raccomandazione sulla dieta più bilanciata, su ciò che ci fa male o ci fa bene semplicemente come individui; in fondo, è una distinzione molto semplicistica. La sua intenzione è quella di personalizzare la prospettiva osservando non tanto l’aspetto fisico (sesso, età, peso, ecc.) ma piuttosto quello psico-sociale e attitudinario. In questo modo, il suo discorso è diretto e personalizzato, rivolto a quello che ciascuno fa realmente ogni giorno, l’attività nella quale impegna le proprie forze ed il proprio tempo, il ruolo che svolge nella comunità. Ogni lavoratore acquista così un rilievo particolare, un’importanza specifica non solo per sé, per sentirsi in salute e conseguentemente appagato ma anche per il proprio datore di lavoro o i colleghi che indirettamente godono anch’essi i frutti di una sua migliore efficienza. Quanti contesti pullulano di parole come produttività ed efficienza, ma praticamente mai si collegano a termini come alimentazione o dieta. La Buratti ha capito invece che i due ambiti sono interconnessi. Molto strettamente. Partendo da un’indagine sul campo con la quale, insieme al collega Carlo Giolo, ha raccolto dati sulla percezione dei rischi da parte dei lavoratori, ha rilevato che, solleticando specifici punti di riflessione, è emerso un nuovo senso di rischio oltre ai tradizionali e sicuramente già ampiamente tenuti sotto controllo o comunque normativamente disciplinati rischi dovuti all’uso di macchinari pericolosi, di inalazione di sostanze nocive, di soggezione a livelli di rumore elevati; un rischio ancora serpeggiante e difficile da ammettere, il rischio alimentare. Sorpresasi a domandarsi “cosa accadrebbe se una presa di coscienza generale delle condizioni che favoriscono il sovrappeso al lavoro spingesse i lavoratori fino al punto di chiedere spiegazioni alla propria azienda?” o, dal canto opposto, “se un’analoga presa di coscienza mettesse al corrente i datori di lavoro dei vantaggi di una sana alimentazione in termini di produttività e minor assenteismo, cosa chiederebbero ai propri dipendenti?”, i due hanno depositato il marchio Rischio Alimentazione® ed hanno cominciato, nel 2009, a lavorare su quello.

In un’introduzione di carattere autobiografico, Eleonora racconta la propria esperienza personale, le proprie riflessioni, le prime scoperte, i dubbi, i propositi, i primi riscontri positivi che le hanno dato la spinta decisiva a dedicare il proprio lavoro a questo ambito.

Segue un interessante panorama storico sulla cultura di una buona alimentazione in rapporto al lavoro. Scopriamo così che la prospettiva che mette in relazione alimentazione e lavoro affonda le proprie radici nell’antichità: in Grecia, nel V secolo, un medico di Megara, Erodico, prescriveva già regole dietetiche specifiche per i lavoratori. Ma addirittura nell’antico Egitto, il faraone stesso si preoccupava di quello che mangiavano gli uomini che lavoravano alle piramidi, rifornendoli di cibi che compensassero la fatica fisica (come orzo, cipolle, aglio, pesce, fichi, mandorle) e la lunga esposizione al sole (birra e oli aromatici). Si prosegue il breve e appassionante viaggio nella storia passando per l’abitudine dei soldati di Cesare di ristorarsi durante le lunghe marce con mele, susine, carrube, melagrane, mandorle, nocciole, fichi e cavoli, a seconda della stagione, e ancora per l’analisi del rischio effettuata da Cristoforo Colombo per evitare lo scorbuto nei lungi periodi di navigazione, predispondendo come misura cautelativa quella di imbarcare in abbondanza “vino, verdure, bulbi, frutta ed ogni sorta di vegetali”. Un rilievo particolare l’autrice lo riserva al nostro Bernardino Ramazzini forse non a tutti noto come il fondatore della medicina del lavoro: “Sostenitore dell’osservazione sul campo e di spirito innovatore, consigliava agli stagnari di consumare burro, latte, emulsioni di mandorle, semi di melone e tisane a base d’orzo (…), ai fabbri di aumentare il consumo di bieta per mantenere molle il ventre visti i casi di costipazione intestinale dovuti alle esalazioni scaturite dalla fusione dei metalli”, ecc.

Dopo avere con questa prima parte introdotto il lettore in una scienza antica e fortemente attuale, l’autrice percorre un viaggio nei mestieri, raggruppandoli per caratteristiche comuni ed affrontando ciascuno con un capitolo a sé che può essere letto come un vero e proprio racconto con un protagonista fornito dalla tipizzazione del lavoratore, scritto con proprietà di linguaggio, competenza tecnica, passione ed un sano – per restare in tema – pizzico di umorismo: tante brevi e frizzanti storie, da quella dell’ ”Autotrasportatore, tassista, agente di commercio, autista, corriere, macchinista ferroviario” a quella del “Commesso, receptionist, promoter, standista, cassiera”, da quella del “Dirigente, team leader, quadro, direttore, imprenditore, responsabile di area, libero professionista, impiegato, programmatore” a quella dell’ “Insegnante, docente, formatore, studente” e tante altre. Di ognuno di loro l’autrice riporta una giornata classica, cogliendone le difficoltà e suggerendo piccoli cambiamenti di regime alimentare, indirizzati ad un miglioramento dello stato psico-fisico. Psico-fisico ripete più volte la Buratti: non solo fisico. Per questo, sempre, l’approccio mantenuto è quello del giusto compromesso, senza privazioni, senza quel senso di rinuncia che domina indiscusso sulle scelte che si è costretti a fare se non se ne sposano le ragioni”.

Certo, qualcuno potrebbe anche essere indotto a ragionare al contrario, come la signora che le ha chiesto non di consigliarle la dieta più adatta al mestiere che faceva ma di suggerirle qual era il mestiere da fare per poter mangiare ogni giorno pizza, la sua passione!

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