“Aria di neve” di Serena Venditto (Mondadori)

Risultati immagini per “Aria di neve” di Serena Venditto (Mondadori)Recensione di Claudio Guerra

Ogni tanto spio fuori dalla finestra e guardo se l’allerta meteo di queste ore si concretizza in qualche fiocco. Il cielo mentre rientravo a casa sembrava bello deciso e le gocce si pioggia sul parabrezza erano rade, piccole e grumose.

A farmi sfuggire dalle tenaglie di questa ansia mi soccorre il ricordo di questo romanzo letto qualche settimana fa. “Aria di neve”, appunto, e il refuso più simpatico che abbia mai trovato in un libro.

Innanzi tutto mi era già piaciuta l’idea che un romanzo così grazioso, uscito per la prima volta per i tipi di un piccolo editore nel 2014, Homo Scrivens, avesse raccolto tanti consensi lungo la strada da essere ripreso in mano e ripubblicato da una “major” a metà dell’anno scorso. Poi a pagina 10 avevo trovato un nome che non doveva esserci, un lapsus freudiano dell’autrice sopravvissuto a tutti gli editor, un suggerimento su quale disco mettere su, basso, in sottofondo, mentre si proseguiva nella lettura.

Ariel, la protagonista e voce narrante, è una traduttrice dall’inglese in italiano. Quasi madrelingua da parte di padre, ufficiale americano a suo tempo di stanza a Napoli, dove conobbe e sposò sua madre. Mentre combatte contro la trasposizione di un melenso romanzetto rosa ancora non sa che si ritroverà a riviverne uno in prima persona. Tutto comincia infatti con il suo compagno che, dopo essersi lasciato convincere ad andare a vedere con lei “Il curioso caso di Benjamin Button”, sparisce di casa durante la notte cancellando ogni traccia di sé dall’appartamento che condividevano.

Lei si ritrova sola, annichilita nel bianco abbacinante di quelle stanze, incapace di muovere un passo o anche solo di portare a compimento il lavoro che Laura, la sua agente e amica, le aveva procurato. Quest’ultima, più per la sua seconda qualifica che per la prima, le suggerisce di lasciare anche lei quelle mura e le trova pure un letto in un appartamento con coinquilini eterogenei, in tutt’altra zona di Napoli.

Viene così a conoscere, e noi con lei, i ragazzi con i quali condividerà il tetto in quel di via Atri 36. Indirizzo non di fantasia, come mi ha confermato un salto su Google. Non senza aver prima passato il controllo, sotto forma di interrogazione di latino, della portinaia dello stabile, ex insegnante in pensione.

Ci sono Kobe, il musicista giapponese non abbastanza bravo per studiare al nord, allo stesso conservatorio dove è iscritta la sua ragazza, Samuel, il colosso la cui pigmentazione particolarmente scura lo qualifica come un napoletano da non proprio moltissime generazioni, e Malù, la quasi padrona di casa con il pallino dei gialli e delle indagini. Poi c’è Mycroft, il gatto, vero genio deduttivo nonché nume tutelare.

Non passerà infatti molto tempo che un elemento della fauna che gira attorno a questo inusuale sodalizio abitativo verrà ritrovato morto. Uno al quale vi eravate magari già affezionati. Sarà proprio Mycroft a mostrare ai meno svegli umani che le cose non stanno proprio come sembrano.

Vorrei aggiungere alcune considerazioni a margine su Serena Venditto, classe 1980, l’autrice. Scrive bene e deve aver letto anche bene e molto. Lo si evince da come gioca abilmente, e con gradevole ironia, con certi riferimenti metaletterari. Il più “elementare” è ovviamente quello di aver appioppato al gatto il nome del fratello più intelligente di Sherlock Holmes. Inoltre lei lavora al Museo Archeologico Nazionale di Napoli e pur avendo inserito una “collega” nella narrazione, l’archeologa Malù, non ne ha fatto il personaggio principale o l’io narrante. A tutto questo aggiungo una lamentela, una sola: perché non ho ancora visto in giro un secondo episodio delle avventure del gatto detective e della sua combriccola di umani?

 

 

 

 

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