Grandangolo: “Il tram di Natale” di Giosuè Calaciura (Sellerio)

Recensione di Marco Valenti

Giosuè Calaciura prosegue nella sua idea di andare verso la realizzazione di un romanzo delle strade che non hanno nome prendendo ispirazione dal “Canto di Natale” di Dickens e riadattando la storia (con le dovute modifiche) ai giorni nostri, in una città imprecisata, la notte di Natale. Sono soltanto cento le pagine che Calaciura ci offre in dono, facendocele trovare sotto l’albero illuminato la sera della vigilia, ma sono cento pagine che pesano come un macigno.

In un periferia desolata dove lo stesso “Dio si rifiutava di guardare dove neanche per sbaglio si era mai addentrato, o ancor meglio “nei quartieri dove il sole del buon Dio non dà i suoi raggi, ha già troppi impegni per scaldar la gente d’altri paraggi”, per citare un poeta morto troppo presto, un piccolo tram diventa un presepe vivente man mano che si inoltra verso l’oscurità. Nell’ultima fila di sedili, circondato solo dal buio, è stato abbandonato, avvolto in una coperta annodata al sedile, un neonato. È qui che prende vita l’idea del presepe itinerante, con le figure tradizionali cui siamo abituati, che vengono soppiantate da un drappello di disperati che vivono – loro malgrado – ai margini della società (civile?). Una frotta di reietti che popola un mondo che chiede loro senza dare mai nulla in cambio, senza nessuna speranza, condannati al peggiore dei mali possibile, quello di vivere una vita che non hanno scelto ma che pare essere l’unica possibile per loro. Un presepe triste che si muove nella notte in cerca di una salvezza che difficilmente raggiungerà. Nonostante siano estranei gli uni agli altri non ci pensano un momento a solidarizzare intorno al neonato dimenticando paure e pregiudizi.

L’esatto contrario dell’autista del tram che rinchiuso a doppia mandata nel suo gabbiotto di guida foderato con fogli di giornale per non vedere e non sentire quello che accade intorno a lui. È facile per noi identificarci con l’autista, che spaventato dagli atti di intolleranza cui assiste quotidianamente (e che noi assorbiamo come automi ad ogni telegiornale) si chiude nel suo spazio evitando vista e contatto con tutti coloro che conduce a destinazione. Siamo anche noi come lui. Ci stiamo assuefacendo all’indifferenza. Abbiamo smesso di vergognarci della comodità del girarci dall’altra parte. Magari con un cellulare tra le mani.

Il tram è la nostra vita quotidiana, il presepe simbolico in cui vengono raccontati i mali di una società miserabile come quella che viviamo, in cui siamo solidali solo a parole. Incontriamo quotidianamente le figure che animano il libro ma altrettanto spesso decidiamo (inconsapevolmente?) di ignorarle per poi riempirci la bocca una volta a casa di buone ed ipocrite parole sui social network. Meglio il silenzio dell’ipocrisia? A voi la risposta..

Tornando al libro il tram in breve diventa il campionario dello squallore in cui siamo precipitati e dal quale non sembriamo intenzionati a fuggire, continuando a non voler vedere chi siete accanto a noi. O ancor peggio guardandolo senza voler capire quelle che possono essere le cause che riducono in difficoltà le persone. Troppo facile (e troppo comodo) fermarsi all’apparenza. Il tram continua la sua corsa mentre le scintille del pantografo sembrano trasformarlo nella Stella Cometa, illuminando la notte oscura, in antitesi con il buio della notte, ma in perfetta sintonia con la luce di una speranza che la nascita inattesa del piccolo disperato (abbandonato dopo pochi respiri nella speranza che qualcuno possa prendersi cura di lui) possa instillare in ognuno di noi. Non manca nessuno. La prostituta africana e il suo anziano cliente, il clandestino che non sa come arrivare al domani, l’infermiera del turno notturno che riflette sul significato della morte, l’artista malato e il disperato abbandonato da moglie e figlia. Tutti schierati a difesa del piccolo dalle ronde metropolitane dei Volontari della Patria, che cercano di mantenere quell’ordine che che la nostra smarrita dignità ci impone comunque di assecondare. Non mancano infatti nemmeno questi ultimi rappresentati dalla coppia di ragazzotti assettati di violenza facile e gratuita, forti in branco ma in minoranza in questa occasione. Con il loro Scorpione ben individuabile sulle divise d’ordinanza che riporta alla mente la Salamandra delle Milizie del Fuoco di Fahrenheit 451.

Se l’idea del libro è quella di risvegliare le coscienze mettendoci di fronte alle altrui difficoltà per provare ad essere meno ciechi davanti ai diseredati, ai malati, alle persone sole, agli stranieri, ai disperati e a tutti coloro che sono da sempre nell’immaginario collettivo solo a parole, allora non ci sono dubbi: funziona. E molto bene. Del resto qualcuno prima di Calaciura aveva detto “se tu penserai, e giudicherai da buon borghese li condannerai a cinquemila anni più le spese ma se capirai, se li cercherai fino in fondo se non sono gigli son pur sempre figli vittime di questo mondo.”

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