GRANDANGOLO: “LEI NON SA CHI SONO IO” di MARIO BAUDINO (BOMPIANI)

Risultati immagini per "LEI NON SA CHI SONO IO" di MARIO BAUDINORecensione di Marco Valenti

Sgombriamo subito il campo. Questo di Baudino non è un romanzo e non ha l’ambizione di esserlo. È un viaggio nella ricerca di una pratica che in ambito letterario viene da lontanissimo. Un libro nato sulla scia della spasmodica ricerca dell’identità di Elena Ferrante, la scrittrice di successo che ha scatenato un putiferio con il proprio anonimato, che ha poi però (fortunatamente) preso vita propria diventando un interessantissimo approfondimento intorno al rito della pseudonimia.

La pratica e persino il culto dello pseudonimo non sono mai stati popolari come oggi. Con l’avvento di internet la scelta ha smesso di essere un’esclusiva di alcune categorie sociali o professionali. Il tutto in nome del narcisismo imperante. Per un vero e proprio rito di massa. Dato per scontato questo Mario Baudino nel suo volume individua la nascita della pseudonimia nel Rinascimento, e nella lunga serie delle Accademie i cui membri, per secoli, si ribattezzarono con nomi dotti e scherzosi, attinti dai classici. Era nel migliore dei casi un innocente passatempo di società, un divertimento da salotto, ma dopo la Controriforma pure un utilissimo sistema per evitare guai.

Al giorno d’oggi (come spesso accade) siamo arrivati all’eccesso da sovraesposizione scordando quelli che sono stati i motivi che hanno portato alla scelta, che personalmente interpreto (e vivo) come un rifiuto, un prendere le distanze da tutto ciò che c’è stato sino a quel momento. Non tanto la ricerca snobistica dell’anonimato ma piuttosto la necessità di dare vita ad un nuovo corso, sulla falsa riga di Orwell che in piena crisi esistenziale decise di lasciare il proprio riferimento anagrafico per passare allo pseudonimo con il quale tutto il mondo lo conosce.

Sono passati centinaia d’anni ma per la donna pare non essere cambiato assolutamente nulla. Per loro la scelta è sempre stata obbligata al punto di poterla definire come necessità. Sin dall’Ottocento (e purtroppo molto spesso ancora oggi) le donne erano guardate con sospetto nel momento in cui scrivevano un qualcosa che potesse in qualche modo andare contro la morale pubblica. Le tre sorelle Brontë addirittura scelsero tre nomi maschili per potersi cimentare con la scrittura, dal momento che se era un uomo a scrivere cose “oltraggiose” la critica si rivelava molto più accomodante, se non del tutto assente. “Scelta” ripresa anni dopo da Nelle Harper Lee che diede alle stampe il suo “Il buio oltre la siepe” come Harper Lee, eliminando così ogni riferimento al fatto di essere donna, non certo con l’intenzione di nascondersi, ma nella sperava di vendere più copie, o anche soltanto di essere presa in maggiore considerazione. Anche se eravamo nel 1960, l’America era ancora molto (troppo) conservatrice. Oggi, anno di grazia duemiladiciannove siamo arrivati al paradosso per cui una volta scelto un nuovo pseudonimo ci si ritrova prigionieri al punto di di non potersi permettere di cambiarlo (abbandonarlo) per approdare finalmente al nome proprio. Il pubblico è talmente allineato e fidelizzato con il nome fittizio ed il rischio di vedere finire tutto è troppo concreto. C’è addiruttura chi ha dichiarato senza vergogna “di aver pubblicate sue composizioni sott’altri nomi, per la ragione che i Critici non hanno lodato cosa niuna di suo, se non quelle che sono uscite sotto nome altrui.”

Sono comunque davvero molteplici le ragioni per cui si sceglie di non apparire, alcune delle quali decisamente lontane dal vezzo letterario, come nei casi di John le Carré che agli esordi faceva ancora parte del servizio segreto britannico, o per Jasmina Kadra, ufficiale dell’esercito algerino negli anni più duri del terrorismo islamista in quel paese, che per ragioni di sicurezza e di rapporti gerarchici preferì firmarsi con il nome della moglie; e una volta arrivato al successo, se lo è tenuto ben stretto. Doris Lessing scelse invece di mettere alla prova le proprie abilità letterarie mandando al suo abituale editore, in rapida successione, due romanzi firmati Jane Somers. Voleva provare che nulla crea successo più del successo, e infatti i libri vennero respinti e poi pubblicati senza alcun riscontro di vendite e di critica da un’altra casa editrice: salvo essere recuperati in pompa magna (con il titolo Il diario di Jane Somers) quando l’autrice si rivelò. Come nel caso di Kate Rowling che nel momento in cui venne scoperta vide aumentare del 500% le vendite del suo libro pubblicato sotto pseudonimo per poter godere di “un’esperienza liberatoria,” la possibilità “meravigliosa” di poter “pubblicare senza clamore o aspettativa,” il “puro piacere di ottenere un feedback con un nome diverso”. Il massimo del successo spetta però all’olandese Arnon Grunberg che cambiò nome per vincere due volte un premio dedicato all’opera prima. Senza dimenticare episodi come quelli del giornalista che chiedendo a Sausers se Cendrars non fosse il suo vero nome, su vide rispondere “Al contrario, è il mio solo nome. È il mio nome più vero.”

Se siamo d’accordo sul fatto che indossare una maschera possa e debba essere visto come una necessità resta il fatto che in pochi hanno saputo poi uscire al momento giusto dall’anonimato in cui si erano volutamente inseriti, segno che spesso è tanto facile prendere una strada quanto poi difficile saperla abbandonare nel momento più adatto e congeniale. Stephen King rappresenta quella forse più sbrigativa – e spietata: dopo aver pubblicato cinque romanzi firmandoli Richard Bachman, scoperto da un astuto libraio, fece infatti morire di cancro il povero pseudonimo e rese piena confessione.

Sappiamo bene come oltre ai soldi ciò che sposta gli equilibri e fidelizza i lettori sia il sesso e la sessualità. Baudino dedica un capitolo all’argomento arrivando a concludere che “quando si sposta appena il baricentro in direzione del genere sessuale, in particolare della sessualità omoerotica, possono invece diventare dolorose e sofferte, maschere dello spavento e dell’esclusione. È questo il terreno su cui abbondano gli pseudonimi, al di là di ogni possibile gioco di travestimento. Scrivere di omosessualità significò per lungo tempo dichiararsi automaticamente come tali, oltre che dover affrontare censure spietate; anche nelle più o meno evolute società occidentali ci voleva molto coraggio e molta sicurezza di sé, che si potevano permettere davvero in pochi.”

Il mondo dello star system (e dell’editoria in questo caso) è davvero crudele e non perdona niente a nessuno, affondando chi non è più utile alla causa. Tra le storie più tristemente note in questo senso mi piace ricordare quella di JT Leroy che una volta smascherat* vide crollare tutto l’impero che stava allestendo (film, sceneggiature, libri, interviste) al punto di vederli inserire nel dimenticatoio dei libri “scomodi, brutti e sopravvalutati”. Il mondo dorato dei media dimostra ancora una volta di più di essere tanto magnanimo nel concedere quanto spietato nel togliere.

Tornando in chiusura alla Ferrante. Io che non ho letto nemmeno uno dei suoi libri mi chiedo, forte del mio distacco emotivo, ma è così importante sapere chi sia realmente Elena Ferrante? Non basta godere delle sue parole? Dobbiamo per forza entrare nell’intimo di una scelta al punto di raccogliere informazioni sui movimenti bancari?

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