“Atto finale” di Harald Gilbers (Emons)

Atto finale Recensione di Raffaella Tamba 

La trama gialla di questo nuovo romanzo di Harald Gilbers, regista, giornalista e scrittore tedesco (il terzo della serie incentrata sul commissario Oppenheimer), s’intreccia a quella spionistica della corsa alla nuova tecnologia nucleare a scopo militare che durante la II guerra mondiale vide Russi, Tedeschi e Americani disputarsi le più grandi menti scientifiche del tempo che stavano studiando la fissione nucleare, per essere i primi a disporre di ordigni invincibili. Quel duplice intreccio è strettamente connesso con un terzo elemento di contesto, quello della rappresentazione storico-sociale che ne costituisce un’ambientazione fortemente suggestiva.

Indiscussa protagonista della storia è la Berlino della primavera del ’45, una Berlino alla mercé del nemico più vicino, abbandonata dagli alleati, non ancora occupata dalle grandi potenze vincitrici. Gilbers non si sofferma sugli eventi politici, ma sul fortissimo disagio della popolazione di una città che, capitale culturale per secoli, si vede ridotta agli stenti dalla miseria, dalla fame, dalla mancanza fin dei beni di prima necessità e viene occupata dall’Armata Rossa. I Russi, vincitori ma a loro volta provati da conflitti civili intestini non meno cruenti della guerra esterna, da un lato entrano in città come liberatori ufficiali, dall’altro si abbattono come barbari spietati sulla popolazione stremata. Proprio la violenza sulle donne è uno dei punti centrali della cronaca dell’autore che ne evidenzia l’impatto psicologico devastante ma nel contempo la forza di recupero delle figure più forti, che trasformano la loro esperienza in strumento di sostegno reciproco e aggregazione:

La bussola morale della popolazione aveva cambiato direzione, forse il fatto che così tante donne avessero subito la stessa esperienza, permetteva di parlare più liberamente di quelle violenze: non erano sole, non erano casi isolati e non avevano quindi nulla di cui vergognarsi. In circostanze così particolari, le vittime di abusi potevano elaborare insieme ciò che era loro successo (…) e questo processo era molto importante per la guarigione, anche se certamente le persone più sensibili avrebbero comunque riportato danni duraturi”.

Un contrasto inquietante, quello della fredda ma affidabile disponibilità di alcuni ufficiali russi e la volgare violenza di soldati e disertori, dove l’inquietudine nasce dalla difficoltà di reciproca comprensione per il muro del diverso idioma. Un’attenzione particolare è dedicata proprio all’incontro dei due ceppi linguistici, alle conseguenze delle incomprensioni, agli equivoci, alla protezione offerta dalla sicurezza di non essere compresi o, al contrario, al bisogno disperato di capire e di farsi capire, come mezzo di sopravvivenza in un mondo che ha perso ogni punto di riferimento. Sì, perchè anche il confine tra lecito ed illecito è stato completamente cancellato travolgendo le consolidate certezze etico-sociali: “Il mondo intorno a loro si stava sfaldando e a nessuno importava più nulla delle regole”.

L’incipit sembra l’apertura di un sipario su un palcoscenico con una scenografia già predisposta ed il riflettore sul protagonista:

“Il suo mondo si era ridotto a poche centinaia di metri quadrati, ma in quelle settimane Oppenheimer aveva imparato a farseli bastare. L’orizzonte non era che uno squallido muro di pietra calcarea, il cielo una volta di mattoncini rossi sorretta da pilastri di ferro. E al di là di quell’emisfero delimitato da cumuli di materiale da costruzione spirava un alito di fuoco scatenato dall’uomo”.

Il commissario si trova nelle cantine di un caseggiato che era stato una birreria, solo, insieme alla moglie Lisa, una bellissima figura, silenziosa, fedele, fragile e forte allo stesso tempo: proprio un suo gesto di imprudente generosità a tutela di una sconosciuta, le imporrà una delle prove più dure della sua vita, contribuendo per il bruciante bisogno di vendetta del marito, a determinare una serie di eventi fondamentali.

Quel rifugio è stato offerto loro da un ex criminale col quale il commissario aveva avuto a che fare in passato, non per disinteressato altruismo, beninteso, ma con uno scopo preciso, che sarà il fulcro dell’intreccio giallistico del libro. Oppenheimer deve tener d’occhio un certo professor Roskij che gli viene affidato come ospite; o meglio, deve tener d’occhio soprattutto un oggetto che quell’uomo porta con sé, una valigia misteriosa. Quella valigia sarà nel mirino di altri sguardi avidi, che porteranno sulla scena ulteriori protagonisti, fra i quali si staglia Aksakov, ufficiale della NKVD, il Commissariato del Popolo per gli Affari Internazionali, un’organizzazione che operava semisegretamente, a salvaguardia dell’apparato istituzionale imposto da Stalin. Aksakov è una personalità di forza e fascino proprio per il recondito conflitto fra ciò che è giusto e ciò che è ingiusto che non riesce non solo a risolvere, ma neppure a palesare a se stesso del tutto coscientemente: “Per anni aveva cercato motivi razionali che giustificassero l’adempimento del suo dovere all’NKVD, tramite il quale una vera e propria inquisizione imperversava nel suo paese”. E Oppenheimer, venuto in contatto con lui, ne percepisce l’intima onestà morale e gli dà la propria fiducia ed il proprio aiuto. Entrambi hanno in fondo lo stesso scopo, recuperare quella valigia che, a poco a poco, si scoprirà di un’importanza internazionale enorme.

Nell’ultima parte sarà un’altra figura ancora a svolgere il ruolo decisivo sulla scacchiera in cui si sta giocando la partita, svelando ad Oppenheimer le fila più sottili e ingarbugliate dell’intreccio. Travolgente il finale, fino allo scioglimento di tutti i nodi della storia, quelli politico-militari di interesse internazionale ma anche quelli emotivo-psicologici dei singoli individui.

Nell’alternarsi continuo e frizzante della trama da giallo a spy-storie senza mai abbandonare il sentiero dello storico-sociale, il talento di Gilbers si esprime in tutta la sua raffinatezza: travolta da un’azione che accelera sempre di più a mano a mano che le carte si scoprono rivelando i molteplici interessi in gioco, l’attenzione del lettore non può permettersi di allentarsi mai, fino all’ultima riga di questo atto finale. Un atto finale concepito come tale dall’autore fin dall’originale ed eloquente struttura dei capitoli: un countdown verso la fine del secondo conflitto mondiale.

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