INTERVISTA A BIAGIO PROIETTI SU “Un visionario felice”

Risultati immagini per “Un visionario felice” (Edizioni Il Foglio)di Gabriele Basilica

“Un visionario felice” (Edizioni Il Foglio) – è il primo libro scritto su di te da Mario Gerosa, studioso di storia del cinema e della televisione, con interventi di Andrea Carlo Cappi, Stefano Di Marino e Enrico Luceri e una prefazione di Luca Rea – è diviso in due parti: nella prima ci racconti la tua vita privata e professionale, mentre nella seconda le tue opere sono analizzate a fondo con schede monografiche relative alle tue molteplici produzioni. Come ha avuto origine questo lavoro?

B.P.: Nasce dall’amicizia che a sua volta nasce (gioco di parole voluto) dalla passione per la televisione, per il cinema, per la letteratura che abbiamo tutti noi e che ci unisce. Io ho conosciuto Gerosa attraverso i suoi libri sul cinema (ricordo quelli su Tony Scott e su Terence Young) e un memorabile volume su Anton Giulio Majano che ritengo un ottimo lavoro sulla figura di un regista autore. Mario Gerosa mi chiese una intervista da inserire nel volume che voleva dedicare a Daniele D’Anza, io lo stupii dicendo di no, ma aggiungendo subito il motivo: mi proponevo come coautore, perché da anni speravo di fare un libro dedicato al mio maestro e amico ma per varie ragioni non lo avevo mai portato avanti.

Così abbiamo scritto insieme DANIELE D’ANZA UN RIVOLUZIONARIO DELLA TV dove io ovviamente non recensivo le opere scritte da me ma raccontavo il dietro le quinte, come quei lavori erano nati e si erano sviluppati. Così è nata una vera amicizia ed è stato Mario a dire che voleva scrivere un libro su di me, chiedendomi di partecipare con una nota biografica (che ho preso dal Catalogo 1917 del prestigioso FantaFestival, dove mi era stata dedicata una serata “Omaggio a un maestro del Fantastico” e dato anche in premio la mitica mattonella) e un diario sulla mia vita professionale scritto con molta ironia e tanto divertimento. Il resto, monumentale, è tutto opera di Gerosa e degli altri scrittori, io mi sono limitato a leggere. E quando ho visto il risultato, 600 pagine, mi hanno tremato vene polsi e frattaglie, ma le reazioni di chi sta leggendo mi confortano: piace lo spirito ironico della parte scritta da me La vita è un paradiso di bugie e piace lo spirito critico delle schede. Alla fine, la risposta vera è che questo libro è nato dall’amicizia e dalla comune passione per il mondo dello spettacolo, soprattutto quello del passato: purtroppo per me, io sono uno degli ultimi testimoni, per fortuna ho cominciato a lavorare molto giovane e, nonostante i 60 anni di carriera, giovane sono e mi sento ancora adesso.

Il libro è molto ricco, consta anche di una biografia scritta da te e di un ricco corredo iconografico dopo la bibliografia. La sintesi di una vita dedicata al cinema, ma anche al genere e alla radio. C’è qualcosa che ancora desideri fare, qualche sogno irrealizzato?

B.P.: Ho un solo sogno non realizzato che è anche l’unico vero rimpianto della mia vita professionale: non aver concluso il progetto con Sergio Leone che, dopo aver visto il film per la tv Storia senza parole, mi aveva proposto di produrre lui un film scritto e diretto da me. Non sono riuscito a trovare una storia che mi piacesse, adesso sono sempre più convinto che ho avuto paura e ho continuato a realizzare i tanti progetti che avevo per la televisione, come una forma di alibi per non tentare il grande passo. Adesso, mi piace molto scrivere romanzi e anche saggi, non mi affanno molto a farli pubblicare. Però un libro come questo su di me è un sogno realizzato, di solito ti scoprono o ti fanno diventare cult dopo che sei scomparso, io ho avuto il piacere di potermi leggere, non è cosa da poco. E il libro mi è anche piaciuto e lo consiglio, come testimonianza di una epoca che è stata importante.

Ci racconti un episodio-chiave della tua infanzia che ha influenzato le tue scelte professionali? Perché hai scelto questa strada, anzi: queste strade?

B.P.: La fantasia è un vizio che ti scopri addosso e puoi soltanto tentare di migliorarla, raffinando la tecnica necessaria per qualunque mestiere ma la fantasia ce l’hai dalla nascita. A casa mia, quando ero piccolo, erano preoccupati perché mi chiudevo in una stanza e a voce alta facevo la radiocronaca di partite di calcio immaginarie oppure mi mettevo a dirigere una orchestra che riproducevo con la bocca o inventavo storie nelle quali io facevo tutti i personaggi. Ad alimentare le mie fantasie – eravamo in pieno dopoguerra- erano soprattutto la radio (ero un ascoltatore accanito di tutto dalla prosa alla musica e riempivo quaderni di schede su attori, orchestre, cantanti, che da grande ho buttato sciaguratamente) e il cinema, per merito dei miei genitori che ad esempio mi hanno portato a vedere Roma città aperta che avevo sei, sette anni e ancora ricordo gli incubi della scena di tortura ma anche l’entusiasmo che un film del genere mi suscitò. Per fortuna, mio padre amava Totò e non ne perdeva uno, mia madre i film musicali e le commedie, io aggiunsi il western e così la mia cultura cinematografica divenne subito molto forte, poi nel 1956 mio padre comprò il primo televisore e da lì crebbe uno strumento ulteriore per alimentare la passione e la mia fantasia. Un episodio particolare: un giorno venne a trovarci un mio zio che rimase stupito nel sentire strani rumori provenire dalla stanza accanto a quella dove stava parlando con i miei che non sembravano colpiti da quanto stava avvenendo; i rumori erano quelli di una palla che batteva freneticamente contro una porta e una voce che raccontava una partita facendo anche effetto folla urlante ai gol. Stupito soprattutto dal fatto che i miei non sembrassero colpiti, chiese chi e cosa erano quei suoni, i miei con calma risposero che ero io che stavo facendo una partita dove ero tutto, giocatori radiocronista pubblico e ovviamente a loro sembrava la cosa più naturale del mondo, mio zio pensò che in quella casa non eravamo tanto normali né io né i miei. Pero si entusiasmò quando cominciai a fare le prime cose, articoli, organizzazione di cineclub. In fondo tutto aveva origine da quella palla che batteva ritmicamente su una porta e da un bambino che volava con la fantasia immaginando imprese e successi.

Hai lavorato praticamente in tutti i settori: cinema, televisione e radio. Ci parli anche dei rapporti umani, oltre all’arte? Noi siamo tasselli di un ingranaggio più ampio anche quando “creiamo” o nel momento di espressione artistica prevale l’individualismo?

B.P.: Bella domanda, noi siamo soli ma facciamo parte di un ingranaggio, soprattutto se stiamo parlando di cinema di televisione di radio di teatro, forse la solitudine e l’individualismo si avvertono di più in campo letterario. Io, come forse puoi capire anche da queste risposte, sono un estroverso, uno che ama stare con la gente, che ama le persone fino a quando non viene ferito (mi è successo poche volte) ma anche in questo caso si ricomincia da capo perché domani è un altro giorno.

Un regista di cui ti fa piacere ricordare con noi qualcosa.

B.P.: Io ho cominciato con Citto Maselli per Gli Indifferenti, che nel rivederlo giudicoImmagine correlata un bellissimo film non valutato come merita, e poi ho lavorato con lui ancora per 4/5 anni, come aiuto ma anche come autore del soggetto e della sceneggiatura di un film con Monica vitti Fai in fretta a uccidermi …ho freddo che è il tentativo di una commedia sophisticated non del tutto riuscito. Con lui sono rimasto sempre amico e gli devo la gratitudine di avermi insegnato tutto e di avermi fatto cominciare. Ottimi rapporti li ho avuti con Luciano Emmer che mi conobbe perché fui chiamato a intervenire sulle sceneggiature di una serie che lui stava producendo e realizzando come regista per la tv K2 + uno con le Kessler e Dorelli, e iniziò un periodo che ricordo molto bello, dove tentammo di fare un film scritto da lui ma che voleva che lo dirigessi io, lavorai come autore e come regista per la sua casa di produzione specializzata in Carosello, insomma un rapporto molto bello con un regista e un produttore molto particolare e interessante. Infine il rapporto più bello e più lungo lo ho avuto con Daniele D’Anza con il quale ho lavorato dal 1967 fino al 1984 ed è stato il mio fratello maggiore, il mio amico, il mio maestro, purtroppo è morto giovane, solo a 62 anni.

Ci racconti un aneddoto divertente della tua vita professionale?

B.P.: Quando negli anni 70 scrivevo sceneggiati che arrivavano sempre nel top ten. dei gradimenti del pubblico, non frequentavo i set, gli attori mi conoscevano solo nelle conferenze stampa di lancio o nelle serate della presentazione alla stampa e al pubblico, vedendomi mi guardavano con stupore: pensavano che l’autore fosse un vecchio signore, invece si trovavano davanti un giovane fra i 30 e 35 anni che oltretutto ne dimostrava dieci di meno, praticamente quasi un pupo, al punto che nel ’72 mi feci crescere a barba per invecchiarmi. Un episodio non divertente ma strano mi capitò negli anni 80, quando stavo curando una regia negli studi di Napoli; la cabina di regia è molto in alto rispetto allo studio, con il quale di solito comunichi con l’interfono – una voce dall’alto – ma se dovevi spiegare qualcosa a un attore o ai tecnici, dovevi scendere le scale per arrivare nello studio e poi risalirle per tornare in cabina regia; un pomeriggio, mi sono fermato a metà strada delle ripidissime scale in ferro e da lì vedevo quelli in regia che parlavano felici, incuranti della mia assenza, e in basso nello studio tutti parlavano o facevano cose, insomma mi sono reso conto che per tutti la cosa migliore sarebbe stato che io mi fermassi lì e non mi muovessi più da quelle scale, isola sperduta. Quanto tempo ci avrebbero messo ad accorgersi che il regista – bravo e simpatico ma per loro il nemico, in quanto li obbligava a lavorare – era scomparso? Non ho mai scoperto la risposta, dopo un paio di minuti mi sono alzato e sono riapparso in regia. Nessuno però mi ha chiesto che fine avessi fatto. Ti confido che è la prima volta che parlo di questo episodio, che potrebbe anche avere il titolo La solitudine del regista invece che La solitudine del maratoneta. Celebre film inglese di quegli anni.

Hai dichiarato: “Amo molto lavorare, ma essere un libero professionista mi ha permesso di scegliere sempre i tempi del mio lavoro”? Ci spieghi meglio in che senso?

B.P.: Devo tornare indietro ai miei anni scolastici, quando ho capito che io non riuscivo ad avere un impegno nello studio quotidiano, costante, sempre presente. Lì ho capito che a me piace disporre del mio tempo con molta libertà e, se volete, anche con molto disordine, perché non mi piace avere un impegno costante, determinato dagli altri: io amo essere il padrone del tempo, con la conseguenza che a volte, per giorni interi, non producevo nulla e poi, per rispettare gli impegni, ero capace di scrivere uno sceneggiato o un film lavorando per giorni interi, anche senza dormire. E spesso in queste situazioni sono nati dei programmi che hanno avuto successo e che ora, a distanza di tempo, sono considerati dei piccoli o grandi capolavori. Diciamo che per me il disordine è creativo. Ma aggiungo anche che scrivere una storia è come presumo sia partorire un figlio per una donna: un piacere immenso ma anche un dolore e un impegno notevoli, però si tende sempre ad evitare il dolore anche se la prospettiva finale è una grande gioia. Io amo scrivere, ma è sempre e lo sarà sempre un esercizio doloroso. A volte tanto più è doloroso tanto più alla fine sei felice, e ti godi il pupo che hai partorito.

Il film che per te è stato più difficile e quello invece che ti ha dato più soddisfazioni.

B.P.: Cominciamo con quello che mi ha dato più soddisfazioni, Storia senza parole, film per la tv ma girato con pellicola, presentato in molti festival televisivi e soprattutto cinematografici, che mi ha permesso di girare il mondo (già lo facevo per mio diletto) godendo di un successo anche personale, se pensate che con quel film, dalla durata particolare di poco più di 1 h, ho vinto il Festival di Praga poi sono andato a Los Angeles per il Filmex, a Nizza, a Sorrento per gli incontri internazionali dove ho avuto il piacere di conoscere Sergio Leone e Giuliano Gemma, due ammiratori di questo film, Barcellona, Mannheim e fui ospite domenica pomeriggio del Canale 2 della tv spagnola per presentarlo al pubblico, oltre al fatto che il film è stato venduto alle televisioni di n 55 paesi, in tutto il mondo. Oltre tutto è stato un film difficile da girare tecnicamente ma per me facile perché ero entusiasta di farlo e perché costituiva il mio debutto come regista. Il film più difficile da fare è stato invece Chewingum perché era una commedia e io affrontavo il genere per la prima volta, perché era un film spesso con molti personaggi in scena, e vi assicuro che non è facile inventarsi ogni volta qualcosa di nuovo per far emergere tutti i personaggi in modo originale. Inoltre molti degli attori erano giovani anche se non giovanissimi come i personaggi che interpretavano e per l’età tesi a essere indisciplinati e casinari, ma devo dire che adesso, dopo tanti anni, quando rivedo il film trovo che ho girato una commedia gradevole, divertente, molto elegante e con uno stile di regia che a me ancora piace. Anzi piace sempre di più, modestia a parte.

A pagina 95 sollevi una critica ai critici, partendo dallo sceneggiato televisivo Dov’è Anna? e sostenendo che “in troppi dicono quello che secondo loro avrebbe dovuto essere fatto”: come ti sembrano, oggi, la critica e i movimenti che sorgono attorno alle espressioni culturali?

B.P.: Al momento attuale soprattutto on line sono nati troppi blog e troppi critici che parlano di tutto senza avere a competenza di farlo, la polemica a cui ti riferisci fu con una famosa scrittrice Natalia Ginzburg che non si mimato a criticare su Il corriere della sera “Dov’è Anna?” ma scrisse che era tutto sbagliato perché lei avrebbe fatto un’altra cosa e in altro modo. Legittimo scrivere così? No, il dovere di un critico e cercare di capire che cosa un autore ha voluto dire e fare e poi emettere un giudizio, anche di stroncatura, ma è sbagliato partire dal concetto che quella idea andava svolta in altro modo io rivendico come autore il diritto di fare tutto pronto anche a essere sbeffeggiato ma mai insultato ma pretendo che tu ti sforzi, ingegnere soprattutto adesso i pare che la critica sia molto superficiale e non vada mai in profondità mm inquadri mai il singolo fenomeno in una situazione generale. Basti pensare al casini che si tacendo su internet su sospirai, stanno arrivando ai duelli. I ricorda con piacere che il critico televisivo di un settimanale come L’europeo era Achille Campanile andate a rileggere io spesso non ero d’accordo ma le sue parole erano racconti, erano Achille Campanile al cento per cento e dell’opera che sta recensendo non frugava niente a nessuno.

Cosa pensi delle produzioni televisive attuali italiane e cosa guardi?

B.P.: Dopo anni di crisi molto forte, la fiction italiana è migliorata molto per la scelta dei temi e per la qualità della realizzazione, ma ancora non si è assestata e non si libera dalla interpretazione errata di una serialità concepita sul modello americano quando gli stessi american adesso realizzano sceneggiati sul nostro modello (sono sicuro che hanno studiato la struttura dei nostri migliori prodotti e di quelli francesi) poi, dato il successo, vanno avanti con i numeri ma all’inizio sono opere in varie puntate, non episodi come nelle loro classiche serie. Noi avevamo smesso di farli adesso ricominciamo e alcuni risultati sono buoni, per esempio Rocco Schiavone e per non dimenticare Il commissario Montalbano che ormai è diventato un classico con il suo teatrino che si ripete quasi immutabile per la bellezza del testo e per la bravura degli interpreti. Ovviamente mi sono piaciuti molto Gomorra e anche Romanzo Criminale, meno altri lavori che mi sembrano copie di copie, ma insomma se sono rose fioriranno. Quello che serve avere più coraggio di provare nuove strade, per sperimentare e a volte la novità è anche ritornare indietro, riprendere, con linguaggi moderni e con tecniche più raffinare, il vecchio storico sceneggiato per quello che di magico significa ancora questo termine.

Stai lavorando a qualche progetto?

B.P.: In questo momento sto finendo di scrivere due romanzi che vedono protagonista il commissario Daniela Brondi che è stata l’eroina nei romanzi Una vita sprecata e Io sono la prova. I due romanzi sono Il drago e la rosa, sulla morte annunciata di uno spregiudicato Tycoon della industria farmaceutica, seguito da Io che ho visto i delfini rosa, dove l’antagonista di lei è un barbone noto nel mondo delle Ombre con il nome di Socrate. Mi piacerebbe pubblicarli insieme oppure uno dietro l’altro perché sarebbe come ritornare a i vecchi appuntamenti che avevo con il pubblico in televisione. In fondo i vedo anche i romanzi come puntate di una storia che potrebbe durare a lungo.

Per quando riguarda la Siae, si è esaurita la mia quinquennale attività come componente del Consiglio di Gestione, con risultati buoni a mio avviso visto che abbiamo rimesso in moto un organismo complesso e che suscita gli appetiti di molti concorrenti, e mi posso occupare di un progetto nato in questi anni e che adesso finalmente può cominciare a operare: Il Nuovo Museo Burcardo, un museo che si occuperà soprattutto di spettacolo , con mostre sui bozzetti teatrali firmati da grandi artisti, voglio dare una casa stabile a quella grande forma d’arte misconosciuta che è stata e continua a essere il manifesto cinematografico, la storia della musica sia classica sia leggera, mostre con i costumi di opere leggendarie, insomma un attività nuova che mi stimola e mi affascina perché creare cultura e diffondere cultura devono essere manifestazioni dello stesso spirito, unite da un altro particolare dovere di tutti: la difesa del diritto d’autore. Solo un autore difeso e protetto può avere la libertà di esprimere la sua arte o, come preferisco dire io, può esercitare il suo nobile mestiere di artigiano, con tutta la libertà e la dignità che gli spettano.

Ci racconti qualcosa di te che non è stato svelato nel libro?

B.P.: Una cosa che non racconto neanche in questa intervista: la mia vita privata. Non ci sono storielle o pettegolezzi perché io credo che noi siamo pubblici quando appaiamo con le nostre opere, per il resto siamo persone come le altre che hanno diritto a vivere la loro vita senza avere gli occhi puntati addosso. E anche senza cercare di averli puntati addosso: la pubblicità è l’anima di molte cose ma io credo che nessuno di noi sia autorizzato a vendere l’anima a qualcuno, sia il diavolo o qualche settimanale di gossip. L’unico segreto che ho voglia di dividere con gli altri è che sono stato, sono e spero di continuare a essere ancora per tanto tempo un visionario felice.

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Una risposta a INTERVISTA A BIAGIO PROIETTI SU “Un visionario felice”

  1. patrizia debicke ha detto:

    Bella persona

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