Grandangolo: “Omicidi d’annata” di Ray Bradbury [Mondadori 2018]

Recensione di Marco Valenti

Siamo soliti ricordare Bradbury soprattutto per il suo imprescindibile ruolo all’interno della letteratura di genere che ha saputo emanciparsi ed affermarsi rispetto al ruolo di presunta inferiorità. Bradbury, ma anche Philip K. Dick sono gli esempi di come si possa andare oltre gli stereotipi ritagliandosi un ruolo fondamentale tra i “classici” non solo della fantascienza. In realtà, prima di approdare appunto alla fantascienza negli anni cinquanta con “Cronache marziane” prima e con “Fahrenheit 451” subito dopo, Ray Bradbury ha [di]mostrato di potersi tranquillamente cimentare con qualunque altro genere letterario. Non ultimo il giallo/noir/poliziesco dei racconti di “Omicidi d’annata”. Il volume, edito dalla Mondadori nella prima parte dell’anno che sta lentamente morendo, raccoglie alcune delle storie “nere” pubblicate nel biennio che va dal 1946 al 1948 sulle riviste “pulp” dell’epoca. Riviste che in quegli anni fecero la fortuna di svariati autori, tra i quali ci piace citare tra gli altri Asimov e Bloch giusto per individuare quelli più affini ai succitati Bradbury e Dick.

Alcuni hanno scomodato i grandi giallisti dell’epoca come Chandler, Hammett e Cain per provare a mettere a fuoco nel miglior modo possibile le pagine stilate dal buon vecchio Bradbury. Noi siamo invece dell’idea che certi paragoni non servano a nulla o quasi. Dentro “Omicidi d’annata” c’è solo tanto, tantissimo Bradbury. E nient’altro. Parliamo di uno scrittore sufficientemente dotato per potersi ergere ad esempio di se stesso senza problemi particolari. Le qualità in suo possesso gli hanno infatti permesso di misurarsi con qualunque tipo di letteratura, riuscendo a portare a termine il lavoro in modo sempre egregio, con l’eleganza che lo ha sempre contraddistinto. Parliamo ovviamente di una letteratura noir di settanta anni fa, per cui, prima di avvicinarci alla lettura dobbiamo per forza di cose contestualizzare il linguaggio e le dinamiche che andrermo ad affrontare. Siamo, come detto, sul finire degli anni quaranta. Il conflitto bellico appena concluso non ha interessato il territorio statunitense. Le problematiche lì sono altre. È la Guerra Fredda a preoccupare gli americani, che reagiscono ai movimenti insurrezionali filo-sovietici con il Containment, il Piano Marshall e la Dottrina Truman.

In questo scenario di imminente e nuovo conflitto bellico si inseriscono i racconti neri di Bradbury, che inevitabilmente finiscono per risentire del clima di tensione in atto nel paese. Non ci sono infatti speranze per i protagonisti dei racconti. Tutto è destinato a finire nel peggiore dei modi. Non c’è redenzione alcuna, per nessuno. Chi pensa di trovarsi sulla falsa riga dei racconti noir contemporanei è assolutamente fuori strada. Di comune con i nostri giorni c’è la violenza che sfocia in dramma. Di diverso c’è il modo di raccontarla e il tentativo di spiegarla, come a voler in parte giustificare il colpevole per quanto ha commesso. Non c’è la descrizione minuziosa dei particolari più efferati, così come manca totalmente l’esaltazione del gesto. È la quotidianità che diventa protagonista. Quella quotidianità che può in qualunque momento degenerare in delirio. Le storie di tutti i giorni di persone qualunque come possiamo essere noi nel momento in cui fossimo incappati sulla strada di questi Joe The Plumber della costa ovest degli USA in quegli anni. Finendo per diventare noi stessi vittime predestinate. Per certi versi non è da escludere a priori come questa raccolta possa essere stata un prodromico tentativo da parte dell’autore di sondare quel terreno che nemmeno troppi anni dopo approfondì come sceneggiatore della serie cult “Ai confini della realtà”, dove la vita lineare di persone qualunque veniva stravolta nel suo monotono incedere da eventi tanto inaspettati quanto incredibili che rendevano plausibile anche l’impossibile.

Ammettiamo che il motore principale della nostra voracità in fase di lettura sia stata la curiosità di confrontarci con un lato di Bradbury che ignoravamo, essendo come la maggior parte dei lettori, portati ad identificarlo come un maestro di fantascienza. Che dire quindi del Bradbury meno incline alla standardizzazione? Sinceramente siamo rimasti decisamente soddisfatti del risultato finale. Ci sono alcuni tra i quindici racconti che si elevano nettamente al di sopra della media [peraltro ottima] del volume, ma siamo certi che questa sia solo una valutazione personale e che ognuno di coloro che si cimenterà con la lettura potrà individuare i propri preferiti tanta e tale è la vastità di personaggi che si incontrano strada facendo. Non ci aspettavamo un Bradbury così versatile, per cui siamo decisamente soddisfatti.

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Una risposta a Grandangolo: “Omicidi d’annata” di Ray Bradbury [Mondadori 2018]

  1. patrizia debicke ha detto:

    🙂

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