“Luna di miele” di Giorgio Scerbanenco (La nave di Teseo)

Luna-di-miele-cover Luna di miele di Giorgio Scerbanenco Anteprime Recensione di Marco Valenti

Giorgio Scerbanenco. Potremmo chiudere qui la recensione. Lasciare solo il nome dell’autore sotto al titolo e non andare oltre. Di lui è già stato detto tutto, da molti. Ovvio ed evidente che il rischio di incappare in qualche imperdonabile strafalcione nel momento in cui decidiamo di confrontarci con un maestro del suo calibro sia davvero altissimo. Quello che prendiamo in esame e che cerchiamo di raccontarvi è l’ultimo tra quelli che sono stati pubblicati postumi [e che speriamo sia parte di un più grosso progetto volto a recuperare tutti i suoi scritti andati perduti negli anni a ridosso della Seconda Guerra Mondiale]. “Luna di miele” è uno di questi. Uscito nel lontano 1945 e da allora mai più ristampato fino al novembre scorso quando La Nave di Teseo ce lo ha riproposto nella sua veste originale, impreziosita da una postfazione della figlia Cecilia Scerbanenco. Siamo ancora lontani dagli scenari delittuosi di stampo poliziesco degli anni a venire. La figura di Duca Lamberti ancora non è stata confezionata, ma ciò nonostante la scrittura agile, asciutta ed efficace di Scerbanenco lascia intravedere già quel taglio “giallista” che lo renderà immortale, soprattutto tra gli addetti ai lavori. Non a caso alla sua memoria è dedicato il più importante premio italiano per la letteratura poliziesca e noir. Un sacerdote con qualche peccato sulle spalle [don Paolo] assiste alla drammatica e violenta fine di un matrimonio da lui stesso officiato diversi anni prima. Viziato nella sua stessa morale dal peccato che non smette di perseguitarlo tramite la propria puntuale coscienza, il sacerdote cerca di ricostruire [come un moderno detective] il perché degli eventi.

Un triangolo come tanti. Lui [Alberto] ha una relazione stabile con Lei [Eva] finché non viene soggiogato dall’altra [Lena] che con l’inganno di una gravidanza inesistente riesce a farsi sposare. Inizia un percorso fatto di frustrazione ed infelicità che non potrà non sfociare nell’omicidio della moglie. L’inevitabile raptus violento che libera Alberto dalle angherie della moglie permettendogli di fuggire con la mai dimenticata Eva. Il sacerdote che scopre il cadavere di Lena si erge ad ufficiale di Polizia e inizia a seguire gli amanti fino al piccolo albergo semideserto, ubicato appena fuori una Milano che sta cercando di rifarsi il trucco dopo gli eccessi della guerra, dove i due consumeranno finalmente la loro “Luna di Miele”. Un delitto passionale come tanti se ne vedono oggi. L’ennesimo femminicidio se tutto si svolgesse ai giorni nostri. E invece siamo come detto nel primissimo dopoguerra, a cavallo dell’otto settembre. Segno che il tempo passa ma le pessime abitudini di infierire con violenza sulle donne hanno radici lontane, ma non per questo giustificabili, tutt’altro. Un romanzo claustrofobico, che si svolge nel giro di pochissime ore all’interno della pensione dove i due amanti, in cerca di quella felicità che è sempre sfuggita loro, si rifugiano per una luna di miele che potrebbe rivelarsi invece come l’inizio della loro fine. Il vecchio prete, che la malattia [tubercolosi?] pone davanti ad un futuro che non gli offre certezze e speranze si confronta con la fede vacillante, cercando di trovare il modo per lenire il proprio dolore e, al tempo stesso, giustificare il gesto dei due amanti, sperando di riuscire in qualche modo a salvarli. La tensione è palpabile nella figura del parroco [voce narrante] che cerca difficoltose spiegazioni oltre quelle che sono le proprie “giurisdizioni” terrene.

“lui stava in piedi davanti al cadavere della moglie e rimproverava la morta di essersi fatta strangolare” Lui stesso ha ceduto in passato al peccato, e non riuscendo a dimenticare l’ossessione ed il tormento per la propria debolezza finisce per diventare una sorta di voyeur che, dietro le sottili pareti dell’albergo, prova a ricostruire “pensieri, opere ed omissioni” della coppia di amanti. Quella del prete è una morale lussureggiante e morbosa che Scerbanenco usa con l’intenzione di non tirare una linea netta volta a separare i buoni dai cattivi ed il bene dal male, fino all’epilogo finale che non sveliamo. Scritto nel 1944 a Coira, in Svizzera, dove lo scrittore si trovava in un campo profughi, in condizioni fisiche e psicologiche durissime da oltre un anno, “Luna di Miele” risente inevitabilmente della vicinanza di un sacerdote [anch’egli esule] con cui Scerbanenco aveva stretto amicizia e che lo aiuta nell’immedesimazione nella figura del sacerdote indagatore dell’animo umano.

Tu non puoi avvicinarti a me. Io ho ucciso, tu sei un prete, non puoi e non vorresti nemmeno darmi il vero aiuto che desidero io, cioè farmi fuggire con Eva. Allora che cosa vuoi? Sta’ lontano, tu non esisti per noi, apparteniamo a due mondi opposti. Io non credo alle tue storielle religiose e tu non hai da darmi altro che quelle; il tuo Dio è per me al massimo un dubbio, e se esistesse avrei soltanto da lamentarmi di Lui e degli errori che fa accadere. Vattene, sta’ lontano, non ti conosco.

Per capire il presente occorre conoscere il passato. E quello raccontato da Scerbanenco è un passato tremendamente e drammaticamente attuale.

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3 risposte a “Luna di miele” di Giorgio Scerbanenco (La nave di Teseo)

  1. patrizia debicke ha detto:

    intramontabile Scrbanenco

  2. Marinella ha detto:

    Amo Scerbanenco, ma questo romanzo è pieno di immagini scontate, espressioni ripetute alla noia, mi ha perfino spinto a saltare passaggi inutilmente noiosi. Non vi ho trovato nulla di originale nell’analisi del cuore umano. La figura del sacerdote è accompagnata da una libidonosa volontà di sprofondare nel male, cercato e cattolicamente condannato secondo schemi piuttosto scontati. L’anno di composizione poi mi pone inquietanti interrogativi

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